Grande rivoluzione ed evoluzione parlando di Prosecco Spumante in senso generale. Perché con la vendemmia 2009, esattamente a 40 anni di età, il Prosecco Doc Conegliano Valdobbiadene, dopo una carriera lunga e piena di successi, cambia. La trasformazione è epocale, raggiunta con un percorso attento e con le scelte che accompagnano sempre un grande cambiamento che tocca interessi privati e collettivi, istituzionali e soggettivi, di territorio e di produzione, di qualità e di controlli. Non poca cosa. Il tutto grazie sicuramente a un ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, nato fra i filari di Prosecco, come pure a un vice governatore del Veneto, Franco Manzato e al lavoro intelligente e capillare del Consorzio di tutela.
Il nome Prosecco è oggi diventato denominazione d’origine, come in Spagna Cava, come in Francia Champagne, come in Germania Sekt. Tutto secondo le regole e le norme nazionali e comunitarie, anzi anticipando il regolamento Ocm che è entrato in vigore recentemente. Il nome Prosecco come vitigno non esiste più perché si è recuperato l’antico termine (Glera), sinonimo spesso ancora usato in piccole enclave venete, dove la storia della vite è ancestrale e risale a oltre 300 anni fa.
Nasce la Docg, quel gradino superiore alla Doc, che vuole preservare e garantire il valore diretto e il valore aggiunto dato dalla cultura, dalla storia, dagli uomini e dalla qualità dal territorio “classico” e più legato alla origine della denominazione. Una operazione che consente di proteggere, proprio come Doc-Dop, un termine solo italiano, che è sinonimo, in molte parti del mondo e anche in Italia, addirittura di spumante. Spesso con il limite estremo di identificare tutta la categoria merceologica nelle liste di vini effervescenti, in grandi alberghi del mondo, sulle navi crociera e in diversi ristoranti cult di grandi capitali come Londra, Tokio e New York dove, sotto la voce “Prosecco”, vengono elencati diversi vini con bollicine di diversi paesi al mondo. Una riserva del nome legato all’Italia, a un territorio delimitato, a una tipologia di prodotto è sicuramente un primo passo per attuare progetti di filiera, di mercato e di consumo. Come ha detto Franco Adami, presidente del Consorzio della Docg «il rischio era l’assenza di regole chiare, in grado di garantire un livello minimo di qualità e il moltiplicarsi dei fenomeni speculativi». Parole sante e aruspici, quelle del grande presidente, e in perfetta assonanza con la tutela e la garanzia delle produzioni Docg, Superiore e del Cartizze. Infatti, la piramide del territorio diventa chiarissima: alla base il termine Glera per il vitigno da cui hanno origine le uve; poi il gradino successivo con la nuova Doc-Dop Prosecco Spumante; quindi il Valdobbiadene Docg, il Conegliano Docg e anche l’Asolo Docg, e ancora più in alto, con norme sempre più restrittive, il Cartizze e i vini che recano menzioni specifiche di vigne, le “Rive”. Una protezione Dop che fornisce una tutela europea più ampia. Più complesso diventa spiegare le differenze fra Docg e Doc e il passaggio da un gradino all’altro al consumatore, soprattutto se neofita o straniero. Occorre quindi definire una chiara campagna di informazione, rispettosa delle domande del consumatore finale e utile anche per gli operatori intermedi.
C’è bisogno di un linguaggio comune, condiviso e reale, che spieghi in punti salienti le differenze fra Docg e Doc; cosa si intende per territorio storico rispetto a quello più ampio; cosa vuol dire spumante autoctono; quale è il valore aggiunto di uno e dell’altro; perché il prezzo è differente e per quali motivi. L’investimento pubblicitario e promozionale deve essere cospicuo, ma ben organizzato; il viticoltore deve gestire il prodotto in modo differente, valorizzare la qualità e il prezzo in rapporto alle rese e al titolo tecnico delle uve fra grado, acidità e sanità; chi acquista uve da vinificare deve essere un collaboratore e un precursore della qualità globale non solo del grado minimo, come le grandi cooperative in Champagne che sono il motore del prodotto per il 70%; chi vinifica deve saper tenere separate le produzioni differenti e saperle catalogare; chi imbottiglia deve saper riconoscere le domande dei mercati; il consumatore deve sapere che a una denominazione corrisponde un valore diretto del prodotto d’origine e un valore aggiunto del territorio, delle rese, della qualità e dei controlli super partes che fanno la differenza.
Chi produce o imbottiglia Doc deve rispettare, innanzitutto, le regole e sottostare a rigidi controlli, baluardo importante contro le frodi, le imitazioni di comodo e il moltiplicarsi di fenomeni speculativi all’estero. Va tutelata la quota Doc su un mercato che, dati 2008, dall’area oggi Doc spedisce oltre 110 milioni di bottiglie sparse per il mondo, di cui il 30% in Italia. La filiera Spumante Prosecco Docg-Doc conta oltre 160 milioni di bottiglie per un valore all’origine di mezzo miliardo di euro e un valore al consumo di 1,072 miliardi di euro. Un successo così importante è stato ottenuto grazie alla forza di uomini che hanno creduto alla freschezza e al profumo del prodotto, al basso grado alcolico (11°), al prezzo accessibile e alla sua versatilità a tavola. Un vino semplice ed eclettico che il consumatore mondiale poco esperto o che non vuol pensare, accetta con piacere e gusto. Un vino che ha successo non perché è succube di sciroppi segreti, ma per l’unicità del metodo produttivo italiano per eccellenza (l’enologo Martinotti ne fu il reale inventore) e per la sua destagionalità. Per questo è simbolo di una “storia nazionale di successo” che viene adottata da un numero crescente di ristoratori italiani ovunque nel mondo. Per questo ci sarebbe da segnare sul calendario il “millesimo 2009”, come l’anno in cui anche l’Italia inizia a fregiarsi del suo spumante status symbol Doc, Inimitabile e che non scimiotta altri territori e punta ad essere “unico al mondo”. |