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27/08/2008
Cooperative vitivinicole: più legame con il territorio e meno campanilismi

Nel contesto di un luogo splendido, bello e suggestivo, di rarissima perfezione estetica, il borgo medioevale di Pitigliano (Gr), si è svolto lo scorso 23 agosto un importante convegno intitolato: il “Ruolo, le opportunità e le prospettive che, ancora oggi, sono in grado di offrire le cooperative vitivinicole”.
Un incontro fortemente voluto dallo scrittore Andrea Zanfi e la cui organizzazione è stata stimolata dalla stessa Cantina Cooperativa di Pitigliano e dal suo presidente, Renato Finocchi, in occasione del 50° Anniversario della sua fondazione, una realtà importantissima da un punto di vista socio-economico per il proprio territorio di riferimento. In linea con la sua filosofia, da sempre attento ai temi legati sì all’enogastronomia, ma anche dalla complessa prospettiva del loro legame con il territorio nel contesto di una sua piena valorizzazione, facendo attenzione che siano in primis gli stessi abitatori a poter godere di uno sviluppo dell’area da l oro presidiata, scopo di Zanfi era quello di fare il punto sull’attuale e prospettico ruolo delle Cantine Sociali.

Coordinatore del dibattito è stato il giornalista Pierluigi Cavilli, e tra gli altri interventi, Attilio Scienza ha sottolineato il ruolo delle cooperative vitivinicole nel costituirsi trait d’union tra viticoltori e Istituti universitari. Infatti, oltre alla ricerca “autogenerata”, che viene dall’alto, esistono delle necessità sentite dal basso, ma che rimangono latenti: l’agricoltore spesso avverte un bisogno ma non riesce a focalizzarlo e a chiarire i termini del problema. Ecco che allora le cooperative potrebbero/dovrebbero farsi carico di monitorare con attenzione le esigenze dei loro viticoltori/conferitori e fare da tramite fra loro e gli Istituti di Ricerca per far sì che questi bisogni traducano la ricerca da latente in esplicita.

Paradigmatici sono stati gli interventi di Dino Taschetta, presidente della Cantina Sociale Colomba Bianca, in Sicilia, e di Fausto Peratoner, direttore generale della Cantina La Vis. Il primo ha sottolineato gli sforzi che ha dovuto fare al suo arrivo, per “imporre” ai soci adeguati investimenti onde poter far uscire la Cooperativa dall’anonimato e renderla capace di produrre vini di qualità e competitivi sul mercato, abbandonando una visione strettamente assistenzialistica, orientata più a ricevere contributi che a produrre vino. Dal canto suo Peratoner ha illustrato le strategie di crescita di una cantina dalla visione socio-imprenditoriale “illuminata”, che ha saputo nel corso degli anni calibrare le decisioni strategiche, da un lato consolidando la cantina, dall’altro migliorando costantemente il valore dei vini, nell’ambito di un rapporto qualità-prezzo più che competitivo. Il tutto, avendo come punto di riferimento il territorio (si parla del Trentino), da un punto di vista economico, sociale, culturale.
 Fabio Piccoli ha inteso sottolineare il ruolo che in una moderna Coop dovrebbe assumere il socio conferitore. Un ruolo sempre più da protagonista, un’individualità da coinvolgere attivamente nella dinamica cooperativa e nella gestione delle decisioni strategiche, non hanno più molto senso quelle realtà che si limitano a catalizzare la raccolta delle uve, ma senza coinvolgere realmente l’agricoltore. Detto con uno slogan, che va interpretato e non frainteso: occorrono “più imprenditori e meno viticoltori”.
Andrea Zanfi ha invece voluto rimarcare come parte del senso delle realtà cooperative sia in parte andato perduto. L’aspetto del “sociale” (che nel significato più profondo significa “alleato”) è un po’ andato perduto, con tante, troppe cantine sociali (appunto) che invece che dedicarsi alla mutua assistenza, sia pure riveduta in chiave moderna, sono prone al profitto come fossero società private, oppure sono dedite a raccattare contributi senza nessun reale beneficio né per i soci né per il territorio. Ecco che allora è necessario recuperare l’intima essenza del concetto di cooperativa; è chiaro che non si può più prescindere dal concetto di profitto, ma a patto che questo non sia un mero strumento di arricchimento individuale, bensì una leva attraverso cui operare reinvestimenti, arricchire culturalmente e socialmente (oltre che economicamente) un territorio, rafforzarne – in sinergia con altri settori (a partire dal turismo) – l’immagine, aiutare la collettività più o meno legata alla cooperativa, e così via…

Hanno chiuso il convegno la professoressa Magda Antonioli e il giornalista Carlo Ravanello. La prima, con un intervento breve ma efficacemente “scomodo”, ha messo in guardia gli operatori toscani dal continuare a perseguire logiche di “campanile” ormai davvero pericolose e controproducenti in un mondo sempre più globalizzato, competitivo e agguerrito. Il turismo enogastronomico per esempio necessita di adeguate strutture di accoglienza e di un approccio sistemico (che dovrà “seguire” il turista anche quando se ne sarà tornato a casa sua): comfort, bellezze culturali, paesaggistiche, grandi tradizioni enogastronomiche… Se non si fa sistema, appunto, questa visione sinergica vien meno e il consumatore non sarà più allettato dal recarsi in un certo territorio, cambiando senza particolari problemi i propri itinerari.
Carlo Ravanello ha illustrato le difficoltà della vitivinicoltura ligure e le tante contraddizioni di un territorio difficile, dove anche la mentalità di coloro che lo abitano non è certo fra le più semplici ed elastiche. Non ci si deve poi stupire di alcuni paradossi, come il fatto che nella sola stagione estiva si vendano in regione quantità di vino circa 5 volte superiori ai volumi dichiarati a Doc…
Oltre al convegno tecnico, i giornalisti convenuti hanno avuto la possibilità di cogliere anche altri aspetti del comprensorio di Pitigliano, come i suoi antichi trascorsi etruschi, apprezzati attraverso la visita alle antichissime e suggestive tombe etrusche, ed alle affascinanti e misteriose “Vie Cave”: razionali arterie di comunicazione, o simboli religiosi per aiutare la trascendenza delle anime? Il dibattito è ancora aperto… Ma non è finita. La cittadina delle profonda Maremma ha ospitato in passato anche una fra le più importanti comunità ebraiche della penisola: non poteva mancare dunque la splendida Sinagoga. Infine la Cantina Cooperativa ha dato l’opportunità agli ospiti convenuti di poter visitare le antiche e profonde cantine scavate nel tufo. Due cene a base di prodotti tipici della Maremma, naturalmente irrorate coi migliori vini della Cantina, hanno completato il quadro.

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