L’happy hour, termine nato negli Stati Uniti negli anni ‘80 con lo slogan “due drink al prezzo di uno”, si è istantaneamente rivelato un evento di successo nelle grandi città anglosassoni ed italiane (centro e nord Italia, mentre nel meridione la pratica è decisamente meno nota), fino a diventare l’appuntamento più glamour di ritrovo e ristoro della giornata per professionisti, impiegati, studenti universitari, personaggi del mondo della moda e dello spettacolo.

La formula si è trasformata in “paga quel che bevi e mangia gratis”, replicando il consenso di pubblico e trasformandosi in un aperitivo rinforzato, dalle ore 18 sino alle 22, sostituendo il pasto serale e articolato in una ricca proposta di appetizers, primi e secondi piatti gastronomici elaborati a base di carne, pesce, latticini, verdure, dolci e dessert. Molti dei locali che hanno fiutato il trend, sono spesso divenuti anche locali di tendenza: arredamenti accattivanti ed attraenti, location di eventi per presentare prodotti e libri, o per godersi un appuntamento con musica dal vivo.
È oggetto di forti critiche in tutta Europa perché incentiva il consumo di alcol, rendendolo accessibile in grandi quantità a basso prezzo e viene considerato spesso, a torto o a ragione, una delle principali cause della violenza urbana legata all’ubriachezza molesta. Già nel 2005 la British Beer and Pub Association (Bbpa), che rappresenta oltre 32mila pub e locali di tendenza nel Regno Unito, ha annunciato la rinuncia da parte dei suoi soci all’happy hour e ad altre promozioni simili.
Senza arrivare a soluzioni così drastiche, per rendere l’happy hour un’occasione più salubre ed equilibrata sotto il profilo igienico-nutrizionale, sarebbe consigliabile limitare la somministrazione di drink troppo alcolici e di alimenti troppo manipolati ad alto contenuto di calorie, spesso contenenti anche elevate dosi di sale e conservanti.
Spesso la fantasia nel preparare le più disparate proposte culinarie (prodotti a base di salse e creme, carne, pesce e latticini mischiati a piatti etnici), insieme con la superficialità e la carenza di formazione adeguata da parte dei titolari e degli addetti, può trasformare l’happy hour da “opportunità” in “minaccia” sia per i ristoratori che, soprattutto, per i consumatori.

I dati ufficiali di varie Asl in Italia e quelli provenienti da tesi sperimentali condotte in ambito universitario, oltre che da articoli di autorevoli quotidiani e stampa specializzata, confermano la presenza di scarse condizioni igieniche delle aree di preparazione-somministrazione e di elevate cariche batteriche (sino a 1-2 milioni di germi/grammo ma anche di inquinatori di origine fecale e di patogeni) negli alimenti manipolati in modo non igienico ed esposti senza protezione a temperatura ambiente per ore.
Le principali cause sono imputabili a:
- carenza di adeguata formazione del personale (titolari, responsabili, addetti) sulle corrette norme di preparazione, conservazione, mantenimento e prevenzione delle malattie trasmissibili con gli alimenti;
- bassa frequenza nel lavaggio delle mani degli operatori;
- carenza progettuale degli spazi, di superfici di appoggio separate e di attrezzature dedicate;
- assenza di idonei mantenitori refrigerati a 0°/+3°C e caldi a +80°/+90°C per la conservazione degli alimenti prima e durante la somministrazione;
- carenza o mancato rispetto delle procedure di Autocontrollo Igienico.
I principali suggerimenti per un happy hour che tutela la salute dei consumatori sono:
- realizzare corsi di formazione specifici e seri per titolari, responsabili e addetti (almeno 4 ore/anno);
- redigere un Manuale di Autocontrollo Igienico mediante Sistema Haccp composto da istruzioni di lavoro semplici ed efficaci (personalizzato per il locale e non fotocopiato uguale per tutti come troppo spesso accade);
- scegliere materie prime di qualità, provenienti da fornitori selezionati facendo anche uso di prodotti provenienti da “agricoltura biologica”;
- raffreddare immediatamente gli alimenti dopo cottura con l’abbattitore;
- usare guanti monouso “per alimenti”durante le preparazioni e l’allestimento della “mise en place”;
- conservare le materie prime a temperatura controllata fredda e calda, con veloce rotazione e all’interno di apposite vetrine e attrezzature professionali;
- effettuare periodicamente le analisi microbiologiche sui prodotti a rischio con maionese, a base di pesce o carne, cotti e raffreddati presso un laboratorio certificato (almeno 3 volte/anno).