E dopo tutte le sofisticazioni sulla carne, soprattutto cavallo o maiale spacciati per manzo,
ora tocca al pesce: quello che sembra fresco magari è solo frutto di operazioni cosmetiche, rischiose per la nostra salute. Quello lanciato da Slow Food non è un allarme da prendere sottogamba: l’uso di “cafados” mischiato al ghiaccio sembra purtroppo più di un’abitudine saltuaria in molti mercati ittici e non è raro acquistare pesce che sembra bello, ma quando lo si mangia sa magari un po’ di marcio. Il guaio è che chi oggi fa il furbo non si limita ad usare acido borico e acqua ossigenata, e monossido di carbonio per dare un’apparenza di freschezza al pesce, ma ricorre a questa sostanza chimica acquistabile su Internet che ha effetti devastanti perché crea istamina, pericolosa per la salute dell’uomo.
Una situazione che aggrava fra l’altro la già difficile situazione dell’approvvigionamento di pesce in Italia visto che fra pesca nelle acque nazionali ed allevamenti copriamo solo il
30% del consumo interno. Se poi si tiene conto della crisi, che ha fatto scendere mediamente la qualità del pesce acquistato (preferendo spesso quello che costa meno), mentre le norme sull’etichetta di origine sono scarsamente applicate o presentano maglie troppo larghe, il quadro è davvero preoccupante. Anche nel caso del pesce, solo rendendo obbligatoria l’etichettatura d’origine potrà essere garantita piena trasparenza rispetto alla situazione attuale in cui si moltiplicano i casi di pesce straniero spacciato per italiano. Importiamo ad esempio quantità esagerate di pangasio del Mekong venduto poi come cernia... E che dire dei polpi dell’Indocina spacciati per nostrani, l’halibut atlantico che diventa sogliola, il dentice dalla Mauritania e le vongole turche, o i gamberetti dell’India pieni di antibiotici?
Ma tutte queste truffe potrebbero davvero essere poca cosa se sui nostri mercati ittici si dovesse accertare davvero un uso massiccio del già ricordato conservante “cafados”. Inutile aggiungere che quel che ci si aspetta ora dal Governo è un intervento straordinario di controllo a tappeto e l’adozione di sanzioni rigidissime che, a partire dal caso del pesce imbalsamato, riguardino tutti coloro che imbrogliano sul cibo. Pene che devono arrivare fino all’impossibilità di esercitare attività in qualche modo legate all’alimentazione e all’obbligo di comunicare i nominativi delle aziende coinvolte in quello che andrebbe previsto dal codice in maniera più chiara come attentato alla salute pubblica.