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Il Soave visto in 3 dimensioni Quando la percezione vince sulla nozione

Origine, stile, valore. Tre parole, tre concetti, tre significati, raccolti dentro una sigla: “Soave in 3D”, il rivoluzionario approccio al vino che il Consorzio del Soave ha presentato in anteprima all’ultimo Vinitaly

di Carlo Ravanello
 
17 maggio 2013 | 18:49

Il Soave visto in 3 dimensioni Quando la percezione vince sulla nozione

Origine, stile, valore. Tre parole, tre concetti, tre significati, raccolti dentro una sigla: “Soave in 3D”, il rivoluzionario approccio al vino che il Consorzio del Soave ha presentato in anteprima all’ultimo Vinitaly

di Carlo Ravanello
17 maggio 2013 | 18:49
 

È questa, la nuova idea del Consorzio del Soave che, senza volersi sostituire a nessuno dei molti metodi di valutazione già esistenti, propone una nuova metodologia gustativa che dovrà esser in grado, ricercando nuovi linguaggi in stretto equilibrio fra tipicità, interpretazione produttiva e qualità, di condensare in un giudizio numerico la capacità di un vino di esaltare la propria territorialità.

L’idea del Consorzio parte da molto lontano da quando, cioè, qualcuno ha cominciato a chiedersi se in fondo, in tutti questi anni, non siano state disattese le intenzioni di coloro che vedevano nel “terroir” la stretta relazione che esiste da sempre fra la terra, l’uomo e la sua storia. E ciò non solo per il vino ma anche per tutti i prodotti dell’agricoltura la cui tipicità è irrepetibile altrove in quanto frutto dell’incontro unico fra un territorio e un processo umano storico e culturale. Non è ancora scientificamente dimostrato - e forse non lo sarà mai - quale sia l’intimo legame, ricco di un’infinità di variabili, che trasforma il “territorio” (inteso come insieme di condizioni climatiche e pedologiche) in “terroir”, ma è certo che, come dice il prof. Scienza, «tolte alcune lodevoli eccezioni, la produzione del vino - e degli altri prodotti, aggiungiamo noi - è stata interpretata quasi sempre come un esercizio demiurgico a causa dell’assenza di una cultura del terroir nei produttori». Al contrario, prosegue Scienza «alla base di un processo produttivo come quello del vino, così legato alla civiltà delle popolazioni mediterranee, ci deve essere un principio etico con il quale forse il legislatore di 50 anni fa (1964) - sulla base del nascente concetto di Proprietà intellettuale di un prodotto - sperava di dare un’anima alla legge istitutiva delle Doc, ma che purtroppo così non è stato».



Va ricordato che solo nel 1994 tutte le nazioni aderenti alla neonata World Trade Organization e presenti al Marrakesh Agreement Establishing svoltosi in Marocco, sottoscrissero una volta per tutte il concetto di “Proprietà intellettuale di un prodotto” riconoscendone i diritti, legandole strettamente al terroir e dettandone le condizioni per gli aspetti commerciali. In verità, proprio per l’interesse contrario di molti Stati, il processo era stato molto lungo e già discusso alle Convention di Roma (1961), di Parigo (1967), Berna (1971), ancora Roma (1971), Washington (1989), ma fu solo nel 1994 appunto, che la cosiddetta “Proprietà intellettuale” ebbe una definitiva codifica. Come dire che il Brunello e il Barolo, ma anche il Lagrein, il Vermentino, il Fiano, il Gaglioppo e il Nero d’Avola, iscritti nelle rispettive Doc, non possono essere prodotti che nei loro territori d’origine.

Ma dopo di allora cosa è successo? Se vogliamo prestar fede a quanto scrive Elia Cucovaz , può essere che «l’applicazione concreta di questa legislazione abbia tradito spesso l’idea da cui è nata» e che «il successo dei vitigni internazionali abbia portato ad un’omologazione del concetto di qualità», in quanto «il fatto che oggi il “nuovo” faccia presa più del tipico sembra essere una considerazione dalla quale non si può prescindere».

Di qui l’idea di Aldo Lorenzoni e di Giovanni Ponchia che, dopo le molteplici esperienze maturate con gli studi sulla zonazione, il paesaggio, la sostenibilità ambientale, l’accoglienza, la longevità dei vini bianchi, le vigne ed il progetto Vulcania, intendono riaffermare l’identità dei vini del Sistema Soave. In particolare, con Vulcania, il Consorzio ha rivitalizzato nei confronti della denominazione una particolare attenzione che sarebbe stata difficilmente ottenibile senza la condivisione, nazionale prima ed internazionale poi, dei valori sottesi dal concetto di “vulcano”.

Forti di questo concetto, facilmente estendibile a tutte le produzioni realizzate nei territori che vantano caratteristiche similari (la stessa Italia, dal Veneto alla Sicilia, è praticamente quasi tutta “vulcanica”) appare possibile controbattere efficacemente la continua ricerca di novità enologiche e le proposte che arrivano da tutto il mondo; proposte che premiano vini dove il brand aziendale, il vitigno e lo stile produttivo (vini più strutturati, più profumati, vini spumanti) tendono a mettere in difficoltà i vini storici di territorio e le loro specifiche identità. Diventa quindi importante ridefinire le regole e le convenzioni che utilizziamo solitamente per condividere la valutazione di ogni progetto privilegiando però gli aspetti propri dell’identità entro cui si esprime il vino. Le direttrici lungo le quali si muove questo nuovo progetto sono i tre criteri che racchiudono le dimensioni dei vini di territorio: l’origine, lo stile, il valore (3D). Il fine è quello di condensare in un giudizio numerico la capacità di un vino di esaltare la propria territorialità, manifestando equilibrio tra tipicità, qualità ed interpretazione produttiva.

  • L’Origine: misura l’aderenza di un vino al proprio territorio. Qui vanno riconosciute sia le influenze del suolo che del vitigno.
  • Lo Stile: rappresenta la capacità del produttore di interpretare al meglio, dal punto di vista tecnico, qualità e limiti della stagione. Indica il metodo produttivo e la sua efficacia nell’esaltare le caratteristiche del vino.
  • Il Valore: raccoglie in sintesi quale valutazione d’insieme può avere il vino, è la misura della sua qualità complessiva e può anche riferirsi al valore/prezzo che si sarebbe disposti a pagare per quel vino.

L’allegata scheda riassume i concetti informativi di questa nuovo metodo che, nelle intenzioni dei proponenti, non prevede un approccio alla degustazione frazionata (colore, profumo, sapore) ma complessiva e non intende sostituirsi a nessuno dei molti altri che già esistono, offrendo però l’occasione di approcciarsi al calice ricercando i legami più autentici che un vino intesse con il contesto in cui nasce.

© Riproduzione riservata STAMPA

 
 
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