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Pentole Agnelli
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Saldi al 50%,
come uccidere la ristorazione

Pubblicato il 26 febbraio 2018 | 11:59

I saldi tanto attesi e apprezzati nel mondo del commercio toccano anche la ristorazione. Ma vedere menu a metà prezzo solo per un certo periodo fa sorge numerosi dubbi che bene non fanno all’immagine del settore




Saremo anche in tempi di saldi, ma che un ristorante possa proporre dei menu al 50% di sconto è una cosa che francamente dovrebbe preoccupare non pochi. In primo luogo i clienti che in quel locale ci vanno abitualmente e che come benefit al massimo ricevono magari un digestivo o un caffè. C’è un po’ da sentirsi presi in giro, se non imbrogliati. Se qualcuno paga la metà di te per lo stesso piatto e servizio ci sono solo due possibilità: o per l’altro il gestore lavora sotto costo (e allora c’è da chiedersi perché tiene aperto un locale...) oppure con te straguadagna. In ogni caso non c’è l’equità di trattamento che dovrebbe essere il minimo per un rapporto fiduciario. Che non è poca cosa perché parliamo di cibo e quindi di salute.

(Saldi al 50%, come uccidere la ristorazione)

Puntare sul dimezzamento del prezzo è fra l’altro una stupidaggine a medio temine sul piano dell’immagine di una categoria che con difficoltà negli ultimi anni è riuscita, anche se non del tutto, a scrollarsi di dosso la nomea di essere composta anche da evasori fiscali. Scontato che nessuno si può permettere, se non per una serata di beneficienza, di lavorare sotto costo, proporre simili menu da “saldi” lascia intendere che dietro c’è una marginalità talmente eccessiva che consumare quei piatti a tariffe normali vuole dire farsi spennare come un’oca. E questo non è proprio un bel biglietto da visita per una categoria, i ristoratori, che nella maggior parte dei casi oggi sopravvive con difficoltà. Mentre abbondano i casi di infiltrazioni mafiose dove l’incasso è una variabile indipendente dai costi perché ciò che conta è riciclare il denaro...

A meno che, ma allora la situazione configurerebbe un reato di truffa vera e propria, i menu proposti al 50% non siano esattamente gli stessi di quelli a prezzo pieno per quanto riguarda la qualità degli ingredienti, o che alla base ci sia un disinvolto incremento del prezzo di base sul quale poi applicare il maxi sconto. Si tratta di una politica promozionale decisamente pericolosa e che rischia di destabilizzare un comparto già alle prese con non poche contraddizioni interne e che è uscito indebolito dalla recessione di questi ultimi anni. E stupisce che questo avvenga nel silenzio più totale delle associazioni di categoria e dei tanti recensori che riempiono pagine del web di infamie o lodi sperticate per questo o quel locale.

Sarà perché il saldo in cucina è il cavallo di battaglia con cui TheFork, il “braccio armato” di TripAdvisor, cerca di imporsi nel mondo delle prenotazioni online. O perché a queste follie aderisce anche qualche ristorante di nome (pochi in verità...). O forse perché il mondo del commercio (a cui appartiene più per tradizione che per logica il mondo della ristorazione) negli ultimi anni ha imparato a fare quadrare i conti grazie ai saldi. Fatto sta che su questo tema c’è un silenzio davvero imbarazzante.

E che dire del silenzio delle istituzioni? Davvero l’Agenzia delle entrate o i Comuni non hanno niente da verificare? In genere i periodi di saldi sono determinati da precisi calendari. Per non parlare del Governo che, proprio nell’anno dedicato al cibo, come uno struzzo si disinteressa di chi in prima linea si occupa di somministrazione alimentare e al più pensa a nominare una commissione che dovrebbe studiare cosa fare (in ritardo). Una commissione in cui si è inserito, fra tecnici e personalità, qualche “amico degli amici”, che rappresenta solo poche decine di professionisti, tanto da scatenare le proteste di tutte le associazioni (a partire dalla Federazione italiana cuochi) senza le quali non si potrebbe comunque fare nulla nell’Anno del cibo.

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