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L’agroalimentare cresce del 3,8%
e spinge la corsa delle esportazioni

L’agroalimentare cresce del 3,8%
e spinge la corsa delle esportazioni
L’agroalimentare cresce del 3,8% e spinge la corsa delle esportazioni
Primo Piano del 31 maggio 2019 | 09:41

C’è un settore che cresce, in Italia, e che ha trainato il Paese fuori dalla recessione. È l’export, che nel 2018 ha fatto registrare un progresso del 3,1%, con una previsione di crescita analoga per quest’anno. E a spingere c’è, soprattutto, il settore dell’agroalimentare, cresciuti a un ritmo ancora più sostenuto, pari al 3,8%.

È quanto emerge dal rapporto annuale Sace Simest, presentato in anteprima alla Borsa di Milano. Il futuro prossimo, almeno per il comparto delle esportazioni, appare roseo: da qui al 2022, il settore crescerà, secondo gli esperti, del 4,3% all’anno, arrivando a toccare già nel 2020 un valore complessivo di 500 miliardi di euro.

Tutto ciò nonostante l’ombra lunga della guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina che, se davvero applicati al 25% su tutti i prodotti asiatici importati negli Usa, potrebbero generare ripercussioni a macchia d’olio un po’ ovunque nel mondo, ma con effetti tutto sommato marginali per l’economia italiana, pari a un rallentamento della crescita delle esportazioni che potrebbe non superare lo 0,6% nel 2020.

Il comparto dell'agroalimentare continuerà a sostenere l'export (L’agroalimentare cresce del 3,8%e spinge la corsa delle esportazioni)
Il comparto dell'agroalimentare continuerà a sostenere l'export

La fiducia per il futuro è dunque sostenuta dai risultati confortanti relativi al 2018, quando appunto i prodotti agroalimentari hanno spinto le vendite all'estero delle aziende italiane, con un progresso del 3,8%, attestandosi a un valore complessivo di circa 42 miliardi di euro. Dati consolidati che ritoccano in alto le previsioni dei mesi scorsi e che fanno ben sperare per il futuro. Bene anche i beni intermedi, che grazie alla farmaceutica contribuiranno anche nei prossimi anni in maniera positiva alla dinamica delle nostre esportazioni (+3,6%), i beni di consumo, con in prima linea abbigliamento e arredamento (+3,4%) e i beni di investimento, raggruppamento che ha il maggior peso sul nostro export (40% del totale).

«L'agrifood traina l'export del made in Italy, intercettando una domanda estera di prodotti agroalimentari in crescita, nonostante le criticità e le tensioni commerciali internazionali in atto», ha detto il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti, commentando i dati diffusi da Sace Simest. «Le nostre imprese agroalimentari - ha aggiunto - dovranno essere supportate ad ampliare e diversificare l'offerta e ad individuare nuovi mercati di collocamento. I prodotti agroalimentari sono un potente motore per l'aumento delle esportazioni complessive dovute alla capacità delle nostre imprese e all'alta reputazione che hanno i prodotti italiani in termini di qualità. Le incertezze e le tensioni sul mercato globale non devono scoraggiare la propensione imprenditoriale all'export, che però andrà sostenuta dagli accordi bilaterali dell'Unione europea, dalle politiche nazionali di sostegno, dal potenziamento delle infrastrutture e dall'innovazione».

Risultati importanti, quelli raggiunti dall’agroalimentare, che però secondo Giansanti potrebbero essere ulteriormente migliorati perfezionando l'integrazione di filiera, «e - ha aggiunto - se crescessero le vendite dei prodotti agricoli che invece marcano il passo a causa della riduzione delle vendite in diversi comparti come frutta, carni, ortaggi e legumi, cereali. Arrivare nel giro di pochi anni a 50 miliardi di export agroalimentare è un risultato alla portata del sistema».

«L'export italiano ha sempre dimostrato di avere le risorse giuste per affrontare congiunture avverse e complessità e anche questa fase non fa eccezione - ha detto il presidente di Sace, Beniamino Quintieri - Le nostre imprese esportatrici stanno raccogliendo i frutti di un lavoro di riposizionamento verso un'offerta di sempre più alta qualità, fattore che ci contraddistingue sui mercati esteri e che è strategico in questa congiuntura perché ci mette, almeno in parte, al riparo dalle conseguenze dirette di dinamiche quali la guerra commerciale. Questa la direzione per rafforzare la nostra competitività».

© Riproduzione riservata

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