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Negli Usa non solo italian sounding
Jamòn Iberico vittima del falso

Negli Usa non solo italian sounding 
Jamòn Iberico vittima del falso
Negli Usa non solo italian sounding Jamòn Iberico vittima del falso
Primo Piano del 29 agosto 2020 | 08:30

I falsi prodotti italiani venduti negli Stati Uniti valgono l’83% del mercato, solo il restante è composto da merce originale. Anche la Spagna però ora è caduta nella rete, con uno dei suoi alimenti di punta che sarà prodotto anche in Texas e Georgia, non rispettando dunque il disciplinare.

Siamo al cospetto di un fenomeno che di certo non commentiamo con una frase fatta di bassa caratura qual è “mal comune mezzo gaudio”. Qui la faccenda è di inaudita gravità e che essa colpisca un “vicino di casa” dopo che tanto ha colpito e continua a colpire noi, acuisce il malessere, evidenzia ulteriormente la gravità del danno e rende ancora più palese l’entità ragguardevole del valore che lasciamo che bruci.

Jamon Iberico copiato negli Usa - Negli Usa non solo italian sounding Jamòn Iberico vittima del falso
Jamon Iberico copiato negli Usa

La notizia perviene dalla vicina Spagna. Va detto che l’insieme dei tre Paesi Francia, Italia e Spagna costituisce l’80% circa delle produzioni Dop europee. La notizia, dunque, è che in Texas ed in Georgia si sono attrezzati per produrre il Jamòn Ibèrico de bellota. Ovviamente falso. Come ben si sa e come agevolmente si è portati a comprendere, il Jamòn Ibèrico Dop si può fare solo in Spagna.



Il Jamòn Ibèrico de bellota deve provenire da maiali iberici che trascorrono gli ultimi mesi della loro vita mangiando ghiande nella dehesa, i prati verdi ombreggiati da querce secolari in cui i maiali pascolano liberi. La stagione in cui i maiali vengono portati nella dehesa si chiama "montanera" e inizia intorno ai primi di novembre, in corrispondenza con la caduta delle ghiande, prolungandosi quindi almeno fino alla fine di gennaio. L'altro elemento fondamentale per un ottimo Jamón Ibèrico de bellota, il primo essendo l’alimentazione costituita da ghiande, è l'attività fisica che il maiale, grazie agli ampi spazi a disposizione, compie per cercare le ghiande di cui è ghiotto.

Dopo la stagionatura di almeno 36 mesi, il Jamòn Ibèrico è setoso di grasso ed ha quel sapore inconfondibile che proviene dalla ghianda (bellota). Gli spagnoli considerano il Jamón Ibérico il loro dono più prezioso ai gourmet di tutto il mondo.

Ritorniamo alla notizia: due società statunitensi hanno iniziato a importare i maiali iberici negli Stati Uniti per produrre il loro prosciutto. Acornseekers, fondata in Texas, da due spagnoli, e Iberian Pastures, in Georgia, sono state entrambe costituite di recente per conquistare il mercato americano con la loro versione del prosciutto spagnolo. Sarà commercializzato come jamón ibérico americano. Qual è la prima domanda che sovviene? Ci saranno mica le dehesa in Texas ed in Georgia? La risposta è no. Le due aziende alleveranno i maiali nutrendoli non con ghiande ma con noci, arachidi e semi di girasole. Che ne dite, pur non essendo allevatori suinicoli, una gran bella differenza tra ghianda ed arachide la intravediamo, vero?

Ovviamente, fa parte della logica d’impresa e quindi nulla da eccepire, le due succitate aziende nel loro piano di sviluppo staranno certamente già pensando ad un ampliamento dei loro mercati e quindi subito dopo aver conquistato il mercato domestico (Usa) vorranno introdursi in America Latina e in Asia.

Cosa comporta tutto ciò? Comporta rompere la logica del win-win, ovvero il vincere insieme il produttore che fa qualità ed il consumatore che quella qualità l’apprezza, la riconosce ed infine la esige, per innescare un meccanismo a causa del quale è vincente chi basa il proprio business su una logica truffaldina. Ma, attenzione, questo comportamento truffaldino, oltre a profitti deontologicamente illeciti genera anche un decadimento del prodotto che giunge sulle tavole del mondo, abbassandone fortemente la qualità, anzi, e qui il meccanismo è terribilmente pernicioso, le tre qualità: la qualità insita, la qualità attesa, la qualità percepita. Ed è questo volano vizioso che preoccupa in quanto nel breve volgere di qualche anno, siffatti comportamenti nel banalizzare l’offerta, renderanno poco esigente, anzi proprio del tutto accomodante in quanto ignara, la domanda.

Triste quel mondo dove il Jamón Ibérico potrebbe essere stato fatto a Dallas o ad Atlanta, piuttosto che a Badajoz o Salamanca. Con mestizia, ribadendo che rifuggiamo dalla sciocchezza del “mal comune mezzo gaudio”, prendiamo atto della scelleratezza che si sta compiendo sul Jamòn Ibèrico de bellota. Noi stiamo messi ancora peggio, urge ricordarlo. Negli Usa l’Italian sounding vale 24 miliardi di euro contro i 5 miliardi del vero “Italian food made in Italy”.

Rendiamoci conto: il “fake” pesa 83 ed il vero pesa solo 17. Se solo fosse l’inverso, quindi non diciamo che il fake crolla a 0, ma se fosse il fake a pesare 17 e di conseguenza il vero a pesare 83, avremmo un export più ricco di circa 24 miliardi di euro. Immaginiamo la ricaduta anche in termini occupazionali e quindi di qualità del nostro vivere sociale. Analizzando per categoria, amaramente constatiamo che a fronte dei 2 miliardi di dollari di formaggi presunti italiani soltanto 314 milioni rappresentano il prodotto importato dall'Italia. Un misero, ridicolo ancorché preoccupante 16%.

Quanto è triste vedere a scaffale il Parmesan, il Reggianito e di recente anche il Fontiago, mix avventuroso tra Fontina e Asiago. D’altronde, l’insieme di due elementi: pandemia, con conseguente crisi economica, e dazi del + 25% imposti da Trump su formaggi, salumi e liquori italiani, rendono ancora più ardua la scelta del consumatore Usa che viene quasi indotto a “voler cadere in errore” talvolta effettuando scelta consapevole del “fake” a tutela di un portafoglio sempre più leggero.

Destino segnato, destino cinico e baro e… non c’è niente da fare? Assolutamente no. Esistono i Consorzi posti alla tutela ed alla valorizzazione dei prodotti Dop. Il loro agire negli Usa a sostegno dell’export e contro l’Italian sounding è stato commendevole. Ma con lo scenario che negli Usa va a delinearsi nel post pandemia, con i mutamenti nei comportamenti di acquisto, nei canali di acquisto (Whole Foods posseduta da Amazon), e con la crisi in atto nella ristorazione, potremmo farci venire il sano dubbio che la strategia globale di comunicazione, promozione inclusa (comunicare e promuovere sono attività differenti sebbene contigue), possa essere riprogettata? Persino i confini ritenuti una volta netti e chiari tra mondo b2b e mondo b2c stanno ridisegnandosi divenendo fluidi. L’economia, in questo flesso, sta commutandosi da “push” a “pull”. Non è vitale, non fa più starter chi spinge (push), bensì diviene determinante chi tira (pull). Forse il variegato mondo delle Dop a livello europeo, nella reimpostazione delle strategie di comunicazione, proprio per incrementare l’efficacia della lotta al “fake” dovrebbe ardimentosamente cominciare ad immaginare in ottica “pull” un’economia c2b. Comunicare (ed anche promuovere) sempre più e sempre meglio rivolgendosi all’end user e non agli attuali attori del retail e dell’horeca.

Saranno proprio i settori retail e horeca, come già è ben visibile in questi primi mesi successivi al lockdown, a vivere una radicale trasformazione. Comunicazione quindi bottom-up rivolta all’end user che è lo starter dell’economia “pull” e non comunicazione top-down rivolta ad un operatore probabilmente meno forte ed onnipotente di quanto si creda e, di certo, di quanto lo fu nel recente passato.

© Riproduzione riservata

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Alberto Lupini


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