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di Mariella Morosi
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Pasticceria vintage
Entra al museo la pesca di Prato

Pasticceria vintage
Entra al museo la pesca di Prato
Pasticceria vintage Entra al museo la pesca di Prato
Pubblicato il 18 gennaio 2013 | 17:40

Nell'ambito della mostra “vintage, l'irresistibile fascino del vissuto” convegno e show cooking al museo del tessuto di prato sul dolce all'alkermes - pesche dolcissime, morbide e colorate - popolarissimo negli anni 60

Evento insolito il 25 gennaio al Museo del tessuto di Prato,sul tema della cucina vintage: «Le Pesche di Prato sulla tavola delle occasioni». Ce le ricordiamo tutti - almeno noi over over- quelle pesche dolcissime, morbide e colorate, più belle e attraenti di quelle che la natura ci regala in piena estate. Il frutto era formato da due soffici sfere colorate con l'alkermes e tenute insieme, avvinte, da un giallo fiocco di crema pasticcera che al primo morso era difficile che non scivolasse sull'abito.

È una pesca d'epoca, la pesca di Prato, che ora,come tutto ciò che è vintage, ritorna d'attualità. No, non ci illudiamo che i dolci succosi e cremosi ritornino nelle vetrine dei pasticceri: è di troppo anche quello zucchero semolato aggiunto per simulare la brina del frutto appena colto all'alba. I dolci di oggi sono mini, essenziali, dietetici, è stato tolto loro tutto ciò che si poteva togliere, a cominciare dal demonizzato e non sempre sostituibile burro. Non a caso la Pesca di Prato torna visibile in un luogo speciale, in una sede museale, dove tutto può avere dignità di inattaccabile opera d'arte.

La location di cui parliamo è il Museo del Tessuto di Prato che da tempo dedica attenzione alle tradizioni artigianali del dopoguerra anche in campo alimentare. Anche se la Prato di oggi ha gli occhi a mandorla, la sua storia resta legata alla laboriosa toscanità nel trasformare gli stracci in splendide stoffe. Il suo Museo del Tessuto è uno dei più belli del mondo nel suo genere. Ma è anche la città delle tradizioni gastronomiche difese con orgoglio, di antica tradizione toscana ma diverse da quelle della vicina e nobilissima Firenze che non ne offuscano l'unicità. Dopo il primo ciclo di conferenze dedicate al Sedano alla Pratese e ai «mangiari» delle piccole fabbriche tessili, il Museo propone così' la conoscenza della Pesca di Prato, tipicità che affonda le radici negli anni dell'Unità d'Italia ma che nel dopoguerra figurava in tutte le vetrine delle pasticcerie d'Italia, con una ricetta quasi inalterata.

Dopo i saluti istituzionali dell'assessore alle Attività produttive del Comune, Roberto Caverni, e del direttore della Fondazione Museo del Tessuto, Filippo Guarini, prenderà il via il 25 gennaio un talk show con gli interventi della storica dell'arte Nadia Bastogi, dell'editore enogastronomico Claudio Marini e di un pasticcere pratese famoso, Paolo Sacchetti del Caffè Nuovo Mondo, incoronato Miglior pasticcere d'Italia 2012, che preparerà in diretta la Pesca, con un sottofondo musicale Anni Sessanta. L'Alkermes sarà quello dell'Antica Farmacia di Santa Maria Novella. Al termine dello show cooking, con la collaborazione degli allievi della Scuola di Pasticceria della FIL (Formazione Istruzione Lavoro), il dolce verrà degustato da tutti in abbinamento al Vinsanto presentato dal Realmo Cavalieri, direttore del Consorzio di Tutela Vini di Carmignano mentre Manuela Nelli dell'Antica Farmacia guiderà un percorso sensoriale sull'Alkermes, attraverso i profumi delle spezie con cui viene preparato. Seguirà poi una visita guidata alla mostra «Vintage».

L'appuntamento precedente era stato dedicato al sedano ripieno e ai  «mangiari» delle fabbriche, consumati rapidamente nell'intervallo dal lavoro tra i telai, in tegamini di alluminio. Nessuna delle piccole fabbriche pratesi aveva una mensa, e gli operai portavano da casa quel poco di cui disponevano, magari gli avanzi della cena. Poteva essere il paracore (polmone di vitello), la trippa o il baccalà con le bietole dell'orto. Ai più poveri bastava il salacchino, una sorta di piccola aringa lavorata con il sale ma assai meno cara dell'aringa tradizionale. Non mancava un mezzo filone di pane toscano avvolto nella carta paglia e un po' di vino rosso, spesso annacquato, perché «schietto» costava troppo. Il contenuto del tegamino era personale, ma era uso offrire pane e vino ai compagni.

«Valorizzare la cucina della nostra città – ha detto l'assessore Roberto Caverni alla presentazione dell'iniziativa - significa mettere in evidenza un patrimonio storico e anche turistico. Sono tipicità, monumenti gastronomici della nostra tradizione e rappresentano un valore culturale perché racchiudono in sé quel modo di interpretare l'economia nella città da cui scaturisce la cultura che ci contraddistingue. Rappresentano l'identità di una comunità, abile e creativa, capace di produrre risultati eccellenti con materie prime semplici. Inoltre, in un momento come questo valorizzare la nostra cucina può rappresentare un elemento fondamentale per creare nuove risorse». Prossimo appuntamento con vermouth e croccanti biscottini alle mandorle il 22 febbraio.

© Riproduzione riservata

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