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Disinteresse e burocrazia lenta
Così gli italiani “uccidono” il turismo

Disinteresse e burocrazia lenta 
Così gli italiani “uccidono” il turismo
Disinteresse e burocrazia lenta Così gli italiani “uccidono” il turismo
Pubblicato il 12 settembre 2014 | 15:31

Deludono i dati sul turismo italiano e in parte la colpa è della burocrazia e del disinteresse degli cittadini; motivi questi che hanno spinto un'imprenditrice americana ad abbandonare un progetto enoturistico in Puglia

Dal punto di vista dell’offerta turistica, gastronomica, artistica e culturale, le potenzialità dell’Italia sono infinite. Si tratta di un Paese dalle mille risorse, dove la semplicità è la chiave del successo, perché è dalla semplicità delle materie prime e dei paesaggi incontaminati che nascono le eccellenze del Made in Italy. Purtroppo però gioca a sfavore di questo Paese quel disinteresse nel coltivare quelle risorse che il mondo invidia, ed è così che l’Italia perde fascino agli occhi di chi ci osserva da lontano.



Uno dei tanti esempi di come vogliamo farci del male è offerto dal caso di un’imprenditrice americana, che vive fra Londra e l'Umbria (dove ha un piccolo albergo di lusso), che ha deciso di continuare ad investire in Italia, in particolare in Puglia (con un progetto di ecoturismo), che però si è arrestato, a suo dire a causa del totale disinteresse dimostrato dalle autorità competenti nei confronti dei lavori.

Per capire quanto gli stessi italiani contribuiscano a fare della cattiva pubblicità al loro Paese, e quanto il futuro del turismo italiano sia messo a rischio proprio da chi dovrebbe risollevarne le sorti, riportiamo per intero l’articolo di Michele Farina, tratto dal Corriere della Sera, che approfondisce la storia di questa imprenditrice americana costretta a “scappare” dall’Italia, nonostante avesse in cantiere un progetto che avrebbe arricchito positivamente l’offerta turistica italiana.

Stiamo parlando di Nardò, una delle perle del Salento, che necessiterebbe di investimenti nella categoria "lusso" per utilizzare al meglio le risorse di un parco marino fantastico, di un territorio ricco di ulivi e splendide ville del secolo scorso, che formano un patrimonio come pochi in Italia di prodotti enogastronomici e ricchezze storico-artistiche.

L'amministrazione comunale due anni fa aveva deciso di puntare su tipologie di turismo fallimentari e che nulla hanno a che fare con il territorio (per anziani, congressuale e scolastico...) e che richiedono la realizzazione di complessi faraonici e di difficile gestione. Questo può forse spiegare le disavventure dell'imprenditrice americana che punta invece sull'unica tipologia di turismo adatta a creare ricchezza in quel territorio... 

La super manager in fuga dalla Puglia
«Investirei 70 milioni, ma qui non si può».

Qualcuno dice che a Nardò in Puglia volete abbattere ulivi centenari per far posto a un resort turistico da 70 milioni di euro... «Ma se quella terra l’abbiamo comprata proprio perché c’erano gli ulivi! Alberi meravigliosi, opere d’arte. Non c’è mai stata discussione: ovvio fin dall’inizio che gli alberi dovevano restare lì. Invece nella proprietà accanto alla nostra stanno costruendo un albergo. Andate a vedere dove sono finiti gli ulivi. Al loro posto ci sono le ruspe. Io non sono una speculatrice. Adoro l’Italia, adoro il Salento. Sono più interessata all’estetica che ai mattoni.

A Nardò volevo solo fare qualcosa di bello da cui guadagnassero tutti...». Un club privato tra Piccadilly e Hyde Park. Alison Deighton si scusa, saluta un signore («forse il più grande immobiliarista al mondo»), riprende. Parla anche italiano, «ma per una cosa così importante preferisco l’inglese». Al dito ha una perla grande come una noce. È moglie di Lord Paul Deighton, sottosegretario al Tesoro britannico, ex top manager della Goldman Sachs, l’uomo che ha organizzato e costruito le Olimpiadi di Londra. Il suo biglietto da visita ha due numeri di telefono: uno inglese e uno italiano. «Abbiamo una casa in Umbria da 22 anni, a Città della Pieve. Martedì prossimo ci vado per una settimana».

Un’americana che vive a Londra e investe in Italia... «Nove anni fa ho rilevato e riadattato un albergo nel centro storico dove abbiamo la casa: 30 stanze, 20 persone a tempo pieno. È diventato un piccolo magnete. Un progetto bellissimo». Non ha vissuto in Umbria l’«incubo burocratico» che dice di aver trovato in Puglia... «Sono progetti diversi, ma a Città della Pieve abbiamo avuto l’attenzione delle autorità e della comunità. Certo ho dovuto convincerli della bontà del progetto. È il volto positivo del campanilismo. Ma in Umbria mi hanno ascoltato. In Puglia non c’è solo la mancanza di certezze nell’iter burocratico, che per un imprenditore è la morte. Un’altra cosa frustrante è la mancanza di interesse. Come se un progetto di ecoturismo da 70 milioni non interessasse alla regione. I gruppi ambientalisti, a livello nazionale, l’hanno definito stellare».

Com’è nato il progetto Oasi Sarparea? «Da viaggi di piacere in Puglia, ancora con i figli piccoli. Una decina di anni fa mi sono innamorata del Salento. Era ancora in parte da scoprire a livello internazionale. Abbiamo cercato il posto giusto, e abbiamo comprato. Sei anni fa. C’era tutto. Mare, terra, ulivi. Mal tenuti devo dire...». Come mal tenuti? «Abbiamo dovuto curarli. Poi ho speso una fortuna per costruire i fossi anti-incendio. Era una zona semi abbandonata, con la spazzatura in giro. L’abbiamo resa di nuovo produttiva. Adesso c’è un’azienda agricola locale, produciamo olio. Credo di aver dimostrato che non voglio distruggere ma preservare».

E il resort? «L’area era edificabile. L’abbiamo presa con l’idea di fare qualcosa che valorizzasse l’ambiente e attirasse una clientela alta, in modo da creare anche sviluppo, con una scuola di cucina, un centro legato a Slow Food Italia... Il Comune di Nardò era entusiasta. Poi è cambiata l’amministrazione, abbiamo perso gli interlocutori, ci siamo rivolti alla Regione, ci siamo impantanati». Un progetto a scatola chiusa? «No, questo è il punto. Non siamo nemmeno arrivati a discutere di architettura! Se io presento un progetto in America, posso ricevere critiche, obiezioni. Ma se ne parla. Si arriva a un’idea condivisa. In Puglia non è stato possibile. Dopo il primo stop, il Tar ci ha dato ragione. Ma subito dopo è arrivato l’appello. Ora tocca al Consiglio di Stato. Ma l’udienza potrebbe arrivare tra due anni, quando non si sa».

Con chi ha parlato l’ultima volta? «Con un responsabile regionale molto in alto». Nome? «Preferirei non farlo». Risultato? «All’incontro è arrivato apposta dall’Africa anche il mio partner nel progetto, Ian Taylor, broker del petrolio. In Regione ci hanno concesso mezz’ora. Mezz’ora per rispondere a una domanda: “Possiamo parlarne? Cosa dobbiamo fare?”. La risposta è stata: “Forse”». Qualcuno vi ha chiesto soldi? «Mai. Forse non siamo neppure arrivati a quel punto. Ma non credo sia un problema di corruzione.

La cosa impressionante è il livello di disinteresse. Non della comunità locale: i sindacati hanno persino occupato il Comune per appoggiarci!». Allora lasciate perdere? «Ho investito troppa passione per chiudere del tutto la porta. Ma quando l’incertezza si prolunga, per un investitore è meglio cambiare. Il mondo è grande». Delusa dall’Italia? «Quando ho cominciato in Umbria ero così gasata. Ora capisco che l’Italia può essere molto difficile. Mio marito era contrario. Il suo lavoro è attirare investitori in Gran Bretagna. In questi giorni mi ha detto: “Non vogliono fare niente”. Adesso lo so. Investire in Italia mette paura». Scary Italy, bello slogan per il nostro Paese.

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Alberto Lupini


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