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di Alberto Lupini
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Guide dei vini,
tante, anzi troppe

Guide dei vini, 
tante, anzi troppe
Guide dei vini, tante, anzi troppe
Pubblicato il 29 settembre 2014 | 17:00
Che l’Italia sia il Paese delle divisioni e del “particulare”, è noto da sempre. E in fondo è uno degli elementi che spiegano la ricchezza e la straordinaria varietà della nostra società, che sulla creatività e la fantasia riesce ancora a costruire occasioni di sviluppo, dall’arte alla moda, dall’artigianato all’enogastronomia. Il rovescio della medaglia è purtroppo la frammentazione delle nostre rappresentanze e l’incapacità di fare sistema: dalle associazione degli imprenditori ai sindacati dei dipendenti, fino ai partiti, soffriamo del rifiuto a badare agli interessi generali per chiuderci in logiche asfittiche e di difesa corporativa di privilegi o prebende.

A pagarne il prezzo sono poi le imprese e i lavoratori, di fatto spesso senza reti di assistenza efficaci. Una realtà che colpisce tutti i comparti produttivi e che nel caso della filiera agroalimentare mostra tutta la sua debolezza anche in vista dell’Expo, che pure avrebbe dovuto essere l’occasione per presentare in modo unitario e forte questo mondo. In assenza di contenuti e progetti realistici delle istituzioni, ognuno cerca visibilità in modo autonomo, badando più a stoppare le iniziative di qualche sigla concorrente, che non a ricercare spazi di collaborazione e sinergia per dare valore aggiunto al sistema Italia.

In questo contesto si colloca l’editoria delle guide del vino che, oggi più che mai, mostra una delirante esplosione di iniziative che ha il solo risultato di mettere a nudo la debolezza del comparto e l’assenza di un qualche punto di riferimento credibile e capace di superare le divisioni. Parlare di 11 guide nazionali per il vino italiano (stando a quelle finora annunciate) potrebbe sembrare uno scherzo, eppure sono il risultato di quelle divisioni che, a partire dall’ex galassia di Slow food fino alle fratture nell’Ais, segnalano l’assoluta perdita di autorevolezza della critica nazionale, al punto che ai buyer internazionali e alle stesse cantine italiane interessano ormai solo i punteggi (che determinano le scelte di mercato) di Parker, Wine Enthusiast, Decanter, ecc. Al punto che molte cantine non inviano nemmeno più i campioni alle guide italiane.

Purtroppo il proliferare di così tante guide (a cui si aggiungono varie segnalazioni, dai primi 100 vini di Papillon ai 50 del duo Gardini-Grignaffini, oltre alle guide regionali) aggiunge confusione nel settore, non portando più contributi veri alla valorizzazione e alla conoscenza. Non è in discussione la qualità dei guidaioli (nella stragrande maggioranza preparati e professionali), quanto le scelte dei curatori che, per giustificare l’esistenza di una guida “diversa” dalle altre, descrivono criteri di valutazione o filosofie da arrampicata sugli specchi. E così succede che - è il caso dello scorso anno - facendo la media delle prime 6 guide per diffusione, solo 3 vini (tre in tutta Italia) riuscivano a mettere d’accordo tutte le guide che li valutavano al massimo livello. Francamente un po’ poco per una realtà come quella del vino italiano che merita di mettere in pista un po’ più di campioni condivisi da tutti.

Un gioco al distinguo che non aiuta nessuno e che penalizza anche quelle cantine che in passato cercavano di avere almeno qualche riconoscimento. E tutto ciò senza considerare che il linguaggio con cui si descrive il vino non interessa più ai consumatori, che cercano nuovi modelli di comunicazione più semplici e che, come è già successo per i ristoranti, a breve ricercheranno strumenti sul web in cui potere anche lasciare commenti ed impressioni “diversi” da quelli degli addetti ai lavori, costantemente alla ricerca di aromi impossibili.

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Alberto Lupini


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01/10/2014 11:05:57
1) Troppe guide creano confusione fra i clienti e danneggiano produttori e ristoratori
Caro diurettore le sue sono ancora una volta parole sacrosante. Da ristoratore devo dire che le guide del vino, un tempo utili, oggi non servono proprio a nessuno. Soprattutto non servono a noi ristoratori che dobbiamno fare i conti con una clientela che è frastornata. Faccio un esempio concreto. Mi è capitato un cliente che mi ha contestato la presenza di un vino in carta che a suo dire non valeva nulla, mentre, di quella tipologia e di quella cantina, la guida dell'Espresso decantava un'altra etichetta. Peccato che quel vino io lo reputo ottimo (e questo è quel che conta per la "mia" carta dei vini) ed è ritenuto al massimo livello da altre 3 guide. Come è possibile, mi chiedo, che chi compila le guide non tenga conto che con tanti giudizi diversi si crea confusione e si fanno danni ai produttori di vino e a chi il vino lo propone ai clienti ?
E stendiamo un velo pietoso sulle guide dei ristoranmti o degli alberghi...
Grazie per quello che fa per la nostra categoria
Carlo Giovannini

ristorante da Carlo

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