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Dieta poco sana per gli studenti fuori sede, unica concessione il fitness

Dieta poco sana per gli studenti fuori sede, unica concessione il fitness
Dieta poco sana per gli studenti fuori sede, unica concessione il fitness
Pubblicato il 08 dicembre 2008 | 10:00
Saltano la prima colazione, mangiano spesso al ristorante o scelgono cibi take-away, si concedono solo un po' di sano fitness. Questa la fotografia degli studenti italiani fuori sede che si marchiano di una dieta poco sana. A proposito riportiamo integralmente l'articolo pubblicato su www.corriere.it

'Mangiare come si deve è l'ultimo dei loro pensieri. Gli studenti fuori sede fanno lo slalom fra corsi e uscite con gli amici: a pranzo basta un panino, alla sera il frigorifero è desolatamente vuoto e una cena decente diventa un miraggio. Così l'alimentazione degli universitari lontani da casa è zeppa di schifezze. L'unico modo con cui sembrano cercare di tenersi in forma è l'attività fisica: a quella sì, non rinunciano.
PRENDI E MANGIA – La fotografia delle abitudini alimentari degli studenti fuori sede arriva dagli Stati Uniti, il Paese in cui praticamente tutti i diciottenni escono dal «nido» per andare a studiare in altre città. Alice Lindeman, dell'università dell'Indiana, ha presentato i suoi dati all'ultimo congresso dell'American Public Health Association. La Lindeman li raccolti su tre gruppi di studenti del suo ateneo: alcuni abitavano in appartamenti privati, altri in un residence dell'università, un terzo gruppo nel Fitness and Wellness Living-Learning Center, un residence studiato apposta per favorire le sane abitudini in cui i ragazzi trovano palestre e spazi fitness, ma anche materiale educativo per imparare a mangiare correttamente. Tutti hanno partecipato un piccolo corso sul «vivere sano»; la ricercatrice dopo qualche tempo è andata a valutare lo stile di vita reale degli universitari. Scoprendo, delusa, che perfino abitare praticamente dentro un fitness center ed essere bombardati da messaggi salutari ha poco effetto sulle scelte dei ragazzi. Tutti, dal primo all'ultimo, scelgono il cibo «grab and go», prendi e mangia: poche verdure, pochi cibi sani, molto take-away e 4 volte su dieci pranzi e cene al ristorante (e visto che stiamo parlando di studenti, c'è da giurarci che si tratti di fast-food). Ciliegina sulla torta, quasi tutti non fanno la prima colazione. E c'è pure la beffa: quelli che vivono nel Wellness Center mangiano perfino peggio degli altri.

 SENZA DISCIPLINA – Il trionfo dell'istinto sulla disciplina, come ammette sconsolata la Lindeman. Certo, molto dipende dalla poca voglia di prepararsi da soli i pasti: non a caso i cibi più elaborati o quelli che si deteriorano in fretta sono i meno consumati dagli studenti. Quello che preoccupa la Lindeman è che «le abitudini prese all'università restano anche dopo e avranno effetti negativi sulle famiglie che questi ragazzi formeranno». Unico elemento positivo, il 56 per cento degli universitari fa sport almeno tre volte alla settimana. «Resta da chiarir loro l'ultima parte dell'equazione: stare bene vuol dire muoversi, ma anche mangiar sano», dice Lindeman. «L'attività fisica in fondo è più gratificante e si fa senza un grosso impegno mentale: un'ora in palestra ascoltando musica con l'iPod alla fine è pure piacevole», commenta Alessandro Pinto, dell'Istituto di Scienza dell'Alimentazione dell'università La Sapienza di Roma. «Tutt'altra storia imporsi regole per stare a dieta o mangiare cibi sani: tutti lo facciamo assai meno volentieri, figuriamoci i ragazzi all'università». Il problema è la molla che ci spinge a scegliere un cibo piuttosto che l'altro: c'è chi pensa che la decisione sia comunque razionale, ma Pinto ci ricorda che in fondo siamo umani, troppo umani: «Credo che nelle decisioni alimentari conti molto di più l'abitudine e la ripetitività della riflessione ponderata. Tanti studi dimostrano che tutti sappiamo perfettamente, a livello cognitivo, che cosa fa bene alla nostra salute. C'è di più: molti dichiarano anche di mangiare sano. Poi però se si analizza davvero la loro dieta si scopre che nella maggioranza dei casi è un mezzo disastro: è l'abitudine, che il più delle volte ci porta verso alimenti non troppo salutari, a farla da padrona. Pochi riescono a trasformare l'informazione teorica in comportamento pratico, e questo vale ancor di più per giovani e giovanissimi che di norma pensano a tutt'altro», osserva l'esperto.

RISTORANTI – Seduti al tavolo di un ristorante le cose si complicano pure di più: «Uscire fuori a cena, come ovviamente capita spesso agli universitari fuori sede, è un momento con valore simbolico, culturale ed edonistico prima ancora che alimentare», dice Pinto. «Difficile, difficilissimo pensare davvero a cosa ci si mette nel piatto. Invece dovremmo abituarci a riflettere di più sulle scelte alimentari». Il problema investe insomma tutti, non solo gli studenti fuori sede. Che hanno difficoltà supplementari, magari, ma non sfuggono al destino di tutti noi, circondati da messaggi che vanno in direzione opposta a quella che vorrebbero i nutrizionisti: spot di merendine, distributori di schifezze, fast food. «è anche questo uno dei cardini della questione», afferma Pinto. «Se vivo in un ambiente che non aiuta a compiere scelte salutari è inevitabile: prima o poi ci casco e mangio qualcosa che non dovrei, anche se sono più che motivato a non farlo. In questo senso ci dovrebbe essere più attenzione da parte di tutta la società, che dovrebbe facilitare scelte sane e non l'opposto», conclude il nutrizionista.

Elena Meli"

© Riproduzione riservata

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