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Lione dolce e amara per la Cucina italiana. A pochi giorni di distanza dalla strepitosa vittoria della coppa del mondo di pasticceria, l’Italia risulta invece assente, non solo dal podio, ma addirittura dalla graduatoria finale del Bocuse d’or. Un risultato che riapre l’ormai stucchevole dibattito (che in molte occasioni abbiamo alimentato anche noi) sull’utilità, o meno, di partecipare a queste competizioni dove le regole e il pallino sono sempre e solo in mano ai francesi.

Se non fosse per il risultato della squadra dei pasticceri, che con la sua dolcezza ci fa dimenticare l’amarezza dell’altro team dei fornelli, ci sarebbe da ripetere quanto scrivevamo nel maggio scorso: «Siamo davvero stanchi di questi ridicoli piazzamenti (per usare un eufemismo) dei cuochi italiani in quello che si vuole spacciare come il più importante concorso di cucina internazionale. Comunque si cambi la gestione, per la nostra squadra il risultato al Bocuse d’or è sempre una figuraccia dovendo guardare dal basso un podio europeo sempre occupato da nordici», a cui ora si aggiungono pure gli statunitensi...

E senza nulla togliere al valore dei nostri bravissimi pasticceri diciamo che nei giorni prima della competizione c’era un po’ più di ottimismo del solito. E questo non perché in passato non si avesse la consapevolezza di essere davvero bravi, ma solo perché quest’anno si immaginava una giuria un po’ meno pilotabile del solito, perché presidente onorario internazionale era Iginio Massari.

Con questo non vogliamo dire che nei concorsi dedicati alla ristorazione i rappresentanti italiani in giuria si facessero condizionare, ma un problema di regole e di gusti certo esiste. Nella pasticceria le differenze nazionali sono forse un po’ più sfumate, e probabilmente è più facile avere dei confronti equi e meno influenzati dallo stile. Quando si parla di primi o secondi, le differenze sono invece più nette e i francesi hanno eretto autentiche fortezze per tutelare il loro modo di fare.

La verità è che noi partecipiamo al Bocuse d’or in condizioni d’inferiorità. In primo luogo perché, nonostante le tante chiacchiere e gli investimenti elevati, siamo come al solito divisi e la nostra non è la squadra della nazionale, ma di fatto una delle tante squadre che si potrebbero fare. E del resto se ci fosse un concorso internazionale per chi ha più associazioni e sindacati di rappresentanza della ristorazione vinceremmo il primo premio...

La seconda ragione perché siamo oggettivamente deboli e in condizioni di inferiorità culturale e professionale è il fatto che la nostra ristorazione non dispone di un concorso nazionale ugualmente prestigioso e in cui avere una sfida, sulle nostre basi, con cuochi di altri Paesi. Avevamo un tempo concorsi importanti, ma li abbiamo abbandonati perché molti critici li giudicavano all’insegna di una cucina tradizionale e obsoleta. E la cosa più grave è che arriviamo ad un appuntamento come quello dell’Expo senza che dalle istituzioni o dai rappresentanti del settore sia venuta una qualche iniziativa in questa direzione. Forse ora è la volta buona per alzare la testa e dare dignità davvero alla nostra Cucina.