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di Marta Scarlatti
di Marta Scarlatti

L’impero della birra... colpisce ancora!
I big player sfidano le artigianali

L’impero della birra... colpisce ancora! 
I £$big player$£ sfidano le artigianali
L’impero della birra... colpisce ancora! I £$big player$£ sfidano le artigianali
Primo Piano del 05 aprile 2015 | 11:35

Mentre le birre artigianali continuano a spuntare come funghi anche nei bar generalisti, i grandi gruppi sembrano voler correre ai ripari, e provano ad entrare nella corrente creata dal successo delle birre artigianali. Non sempre tuttavia, le contromisure sembrano essere ben calibrate, e non è detto che le nuove strategie siano vincenti

L’altro giorno sono entrata nel bar sotto casa per prendere un caffè al volo e lo sguardo mi è caduto sulla vetrina dove erano sistemate in bella evidenza delle bottiglie di un birrificio artigianale. Peraltro a me del tutto sconosciuto. Ieri sera, mentre bighellonavo in attesa di mio marito che doveva uscire dalla palestra, ho ingannato l’attesa con un altro caffè. E, ancora, ecco delle birre artigianali ben esposte nella classica bottiglieria alle spalle del bancone. Queste, se non altro, mi erano già note.



Che dire… se anche dei generici bar diurni, quelli insomma da colazione in piedi e pranzo veloce, si mettono a offrire birre artigianali qualcosa vorrà pur dire o no? Al di là dei dati, che segnalano una crescita lenta ma progressiva del fatturato “artigianale” e del sempre costante proliferare di nuove imprese, è l’osservazione quotidiana e casuale quella che mi sta facendo riflettere maggiormente. D’accordo la presenza delle artigianali da Eataly, d’accordo con le specialità straniere, spesso statunitensi, che s’incontrano tra gli scaffali della grande distribuzione, va benissimo pure la lista delle birre nei ristoranti e perfino lo sdoganamento nelle enoteche, ma qui la cosa inizia a farsi preoccupante.

E forse preoccupa anche i piani alti delle major companies birrarie che, ricordiamolo, continuano comunque a dominare il mercato con le loro lager. Credo che in questi termini vada ad esempio interpretato il nuovo corso di Birra Poretti, che da un lato offre la sua Selezione Angelo come birra da ristorante e dall’altro inanella una sequenza di luppoli con la progressione di un Usain Bolt che esce dalla curva dei 200 metri e lascia tutti a guardargli il fondoschiena. E pure da lontano.

Lo storico, e bellissimo (se vi capita andate a visitarlo), stabilimento produttivo di Induno Olona, provincia di Varese, è decollato qualche anno fa con una 3 luppoli e da allora non si è più fermato: 4 luppoli, 5 luppoli, 7 luppoli in tre declinazioni diverse (inverno, primavera ed estate), 8 luppoli (una saison al suo debutto nel 2015). Qualche giorno fa poi l’annuncio di Alberto Frausin, amministratore delegato dell’azienda parte di Carlsberg Italia, che ha dichiarato come imminenti anche la 9, la 10 e, per finire (forse) in bellezza, la 10 e lode che dovrebbe essere una birra in stile Champenoise come celebrazione degli imminenti fasti, almeno si spera, di Expo 2015.

Birra Moretti invece, dopo essere rimasta al balcone per qualche tempo, ha deciso di accendere i motori lanciando sul mercato Le Regionali. Ovvero “alla Siciliana”, “alla Toscana”, “alla Piemontese” e “alla Friulana”. Diversamente da Poretti, che ha scommesso sul fascino algebrico dei luppoli, lo storico marchio friulano ha puntato su degli ingredienti caratterizzanti che dovrebbero rappresentare una dimensione identitaria regionale. Ecco allora che la Toscana contiene una percentuale di orzo della Maremma, la Piemontese include mirtillo rosso e riso Sant’Andrea del Piemonte, la Siciliana fiori di zagara e la Friulana mela renetta.

Il progetto, che potrebbe poi vedere coinvolte altre regioni, vede la collaborazione di Giuseppe Vaccarini, sommelier di lungo corso, e dello chef milanese Claudio Sadler. Ora, risultati a parte (ci è piaciuta la Toscana, abbiamo apprezzato la Siciliana ma onestamente non ci sono sembrate un granché la Piemontese e la Friulana), ci appare chiaro che sia Poretti sia Moretti abbiano deciso in qualche modo di provare a entrare nella corrente creata dal successo delle birre artigianali.

Se a questo aggiungiamo la recente mossa di Peroni che ha lanciato la sua “Forte” dal nome e dall’etichetta che strizza l’occhio allo stile un po’ anarchico e un po’ rockettaro che contraddistingua buona parte degli artigiani e quella di Dibevit, azienda sempre del gruppo Heineken, che ha resuscitato il vecchio marchio Cerevisia per fare delle birre più luppolate di una qualsiasi lager industriale, le conclusioni sono facili da tirare. Resta semmai da chiedersi quanto queste mosse siano azzeccate.

A nostro modo di vedere, e per quanto conosciamo il mondo artigianale, francamente non ci sembra un granché. La Forte di Peroni appare una semplice operazione di maquillage, la “tabellina” dei luppoli di Poretti rischia di diventare davvero eccessiva e ridondante, le Regionali di Moretti vedono la collaborazione, con tutto il rispetto parlando, di due perfetti sconosciuti in campo artigianalbirrario. Sadler è chef di talento indiscutibile e Vaccarini un punto di riferimento assoluto in campo enologico, ma qui si tratta di birre e di birre che vorrebbero andare incontro alla nuova sensibilità di una crescente fetta di consumatori. Per dirla in chiave di metafora sportiva: non è che se metti Michael Jordan a giocare a calcio vinci la partita.

Insomma, se qualcosa si sta muovendo nell’industria, a dimostrazione che le birre artigianali sono uscite dal fenomeno per geek e iniziano ad avere un peso interessante, ci sembra ci sia ancora una certa confusione ai piani alti dei big player di mercato. E, soprattutto, il pensiero che “una nuova battaglia si possa affrontare con lo stesso vecchio esercito”. Non è così. Non lo è mai stato. E difficilmente lo sarà mai. Ecco: l’impero ha colpito ancora. Ma, per ora, ha mancato il bersaglio.

© Riproduzione riservata

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Alberto Lupini


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