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di Marta Scarlatti
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Contraddizioni della birra artigianale
Strizza l’occhio alla grande industria...

Contraddizioni della birra artigianale
Strizza l’occhio alla grande industria...
Contraddizioni della birra artigianale Strizza l’occhio alla grande industria...
Primo Piano del 02 ottobre 2016 | 09:19

I paladini della birra artigianale assomigliano a dei crociati impegnati in una “guerra santa” contro i “golem” industriali. Peccato che poi ne condividano le politiche commerciali, distributive e siedano al loro fianco nella principale organizzazione di settore, che negli ultimi anni ha accolto al suo interno diversi birrifici artigianali

Qualche giorno fa sono entrata in una taproom di un birrificio artigianale (taproom è il termine che identifica il locale di mescita annesso al birrificio stesso). Sulla soglia sono rimasta assorta a osservare un adesivo un po’ logoro ma ancora perfettamente leggibile che riportava lo slogan “Support your local brewery”. Ovvero, sostieni il tuo birrificio locale. Lo slogan risale a una delle più antiche campagne di comunicazione promosse dall’americana Brewers Association (l’organizzazione che raccoglie i birrifici craft statunitensi) e coglieva perfettamente lo spirito con il quale erano nati i primi birrifici, vocati a produrre birre più caratterizzate, non pastorizzate, prodotte sul posto e, soprattutto, consumate sul posto.



Il concetto era chiaro, portare gli appassionati a schierarsi a favore dei piccoli “contro” le grandi multinazionali, ree di esportare dappertutto, a migliaia di miglia di distanza, il loro prodotto. Peccato che, oggi come oggi, la maggior parte dei piccoli birrifici non vedano l’ora di esportare la loro birra esattamente come fanno i “big”.

Le birre artigianali italiane, ad esempio, volano tranquillamente negli States, in Brasile, in Australia e, ovviamente, in tutta Europa. E quindi mi chiedevo, mentre aprivo la porta, ora il consumatore cosa dovrebbero fare? Continuare a supportare la sua “local brewery” o dimenticarsi dell’antica battaglia e riprendere a bere tutto quello che gli piace, fosse pure prodotto in Nuova Zelanda o in Costa Rica?

Quello dell’adesivo “Support your local brewery” è un segno dei tempi e della rapida evoluzione delle birre artigianali ormai diffuse in tutto il pianeta. Ma è anche una bella contraddizione. E non è l’unica. Sempre in Italia, i birrifici artigianali dovrebbero avere, fin dal 1997 circa, un’associazione di riferimento che si chiama Unionbirrai, nata tra i pionieri e via via cresciuta in termini di adesioni. Unionbirrai è la “culla” della birra artigianale italiana in contrapposizione alla più antica Assobirra, l’associazione “degli industriali della birra e del malto” che, nata oltre un secolo fa, raccoglie i big del settore come Heineken Italia, Birra Peroni, Carlsberg Italia, Birra Forst.



Da qualche anno a questa parte, però, Assobirra ha accolto al suo interno un discreto numero di birrifici artigianali di ultima generazione. Poco male, penserete voi, la libertà di scelta dovrebbe essere tutelata. Siamo d’accordo, tuttavia ci pare un’altra contraddizione il fatto che alcuni di questi birrifici artigianali siano iscritti contemporaneamente a tutte e due le associazioni. Un po’ come se un parlamentare aderisse allo stesso tempo a Forza Italia e al Partito Democratico... Pur nella spesso carnascialesca politica nazionale, pensiamo che il personaggio, da almeno uno dei due partiti, sarebbe espulso. Ma nella birra italiana questo non succede... E non succede, del resto, nemmeno negli Usa dove la californiana Lagunitas, acquisita per il 50% dal gruppo Heineken, continua a far parte della California Craft Brewers Association.

Un discorso simile si potrebbe poi fare dal punto di vista commerciale. Buona parte - non tutti però - dei birrifici artigianali non perdono l’occasione per criticare gli industriali del settore, colpevoli, a loro dire, di produrre birre “cadavere” perché pastorizzate, birre senza gusto e senza personalità, di fare solo marketing e - ultima accusa in ordine di tempo - di essersi messi a fare birre “crafty”, ovvero solo apparentemente artigianali.

Ora, io so di non avere l’autorevolezza né per esprimermi su che cosa è artigianale né su che cosa non lo è. Mi sono affacciata nel mondo della birra da così poco tempo che non ho nemmeno il coraggio di esprimermi pubblicamente su quali sono le mie birre preferite (vedo troppi esperti in giro pronti a farmi la predica, e soprattutto mi basta berle), tuttavia non riesco a comprendere benissimo tutta questa polemica contro l’industria quando poi ci si siede al suo fianco in Assobirra, ci si fa distribuire da aziende che trattano anche birre industriali, si va a vendere i propri prodotti artigianali fianco a fianco con quelli industriali (un esempio per tutti Eataly, dove ho bevuto una Nastro Azzurro e comprato un paio di birre Moretti e un paio di artigianali).

Non so, a me pare proprio che, da un lato, gli artigiani della birra non perdano occasione per rivendicare la loro diversità dall’industria, come una patente di verginità, e dall’altro fanno le stesse mosse, seguono gli stessi percorsi dell’industria stessa. Chissà poi perché?

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Alberto Lupini


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