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di Giovanni Angelucci
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Italian Grape Ale, le birre dello Stivale
Figlie della creatività e del vino

Italian Grape Ale, le birre dello Stivale 
Figlie della creatività e del vino
Italian Grape Ale, le birre dello Stivale Figlie della creatività e del vino
Primo Piano del 22 gennaio 2017 | 09:49

Le Iga rappresentano l'ultima frontiera della creatività brassicola dello Stivale e la variegata e imponente ricchezza dell'agroalimentare italiano, rappresentato da uno dei suoi prodotti più celebri, il vino. Per il Beer judge certification program, non colore o grado alcolico, ma uva e mosto caratterizzano uno degli Italian styles

Quanto contano gli stili birrari? Scettici o meno, anche l’Italia ha ormai il suo, e come tutti sanno si chiama Italian Grape Ale. Le pluri apprezzate “Iga” rappresentano oggi l’ultima frontiera della creatività brassicola dello Stivale e la variegata e imponente ricchezza dell’agroalimentare italiano. Le produzioni a cui ci hanno abituato gli strabilianti birrai connazionali erano già riuscite a far riconoscere l’impronta tricolore con birre alla frutta (se non l’avete ancora fatto, assaggiate la “creatura” di Riccardo Franzosi del birrificio Montegioco preparata con la pesca di Volpedo o quelle di Flibus dello Scarampola con le albicocche di Valleggia o il chinotto di Savona, Presidio Slow Food), con cereali antichi e inusuali e con le birre legate (inevitabilmente) al mondo del vino.

Italian Grape Ale, le birre dello Stivale  Figlie della creatività e del vino

Forse è proprio il caso di dire inevitabilmente: ammesso che ogni Paese debba avere il tanto ricercato stile di riferimento, quale per un Paese come il nostro se non quello legato ad uno dei prodotti più rappresentativi che possiede? Vino e birra hanno sempre avuto strade parallele sin dalla nascita del movimento birrario italiano datato intorno alla metà degli anni novanta, ma proprio per questo era forse già allora inevitabile l’incontro: il vecchio e il nuovo che con il tempo si fondono (almeno in parte) per creare il prodotto italiano che fa parlare di sé, perché effettivamente dove poteva accadere tale matrimonio sensoriale se non in Europa e nell’Italia enoica? Oltre al legame indelebile con il vino e alla sconfinata biodiversità agroalimentare italiana, non bisogna però dimenticare la bravura e la creatività dei nostri birrai capaci non soltanto di ottenere ottimi risultati con questa tipologia ma anche di convincere professionisti e appassionati di birra.

Dunque, per chi avesse perso la notizia di qualche tempo fa, il Bjcp (Beer judge certification program) che è il punto di riferimento per la categorizzazione delle birre, ha inserito il capitolo Italian styles che contiene la categoria “Italian Grape Ale”, seppur non come stile ufficiale. Al momento è importante rientrare all’interno di un paio di linee guida non sul colore o grado alcolico, quanto sulla presenza di uva, mosto o mosto cotto, che devono essere presenti in percentuali variabili mantenendo però l’anima brassicola del prodotto.

Insomma un importante riconoscimento internazionale per lo stivale birrario ma che porta con sé anche qualche lecita domanda. Prima tra tutte: la birra artigianale avrebbe potuto raggiungere questo punto senza il “fattore vino”? E di conseguenza rimarrà sempre subordinata ad esso? A questi interrogativi da parte dell’opinione pubblica bisogna rispondere con fermezza sottolineando che non è questione di primi o secondi ma di bravura dei birrai, capacità e ricerca abbinati all’ottenimento di un prodotto unico, ottenuto si grazie ad una delle bandiere italiane quale il vino, ma soprattutto dovuto alla creatività dei nostri artigiani.

E poi ci si ritrova a cadenza quasi mensile a discutere sulle materie prime utilizzate in gran parte importate, sulla minima maltazione presente nel paese e sulla scarsa coltura del luppolo in Italia; almeno adesso l’Italian style può vantare delle etichette uniche realizzate con un impiego italiano nella caratterizzazione e definizione di una determinata birra. Quanto invece a malti e luppoli, seppur come si sa siamo ben lontani dall’autosufficienza, i birrai stanno lavorando verso l’ottenimento di una indipendenza il più possibile congrua alla qualità della produzione, il che vuol dire fermarsi laddove i risultati non garantiscono la costante qualitativa. Passi piccoli ma importanti fatti specialmente dai birrifici agricoli che coltivano orzo e luppolo riescono a portare nella birra il concetto vinicolo di terroir.

Qualcuno forse avrebbe preferito che non fosse stato il vino a definire lo stile quanto un'altra delle eccellenze della biodiversità alimentare come le castagne che in alcuni anni hanno avuto il sopravvento tra i birrai italiani, i frutti e i fiori unici delle nostre montagne, la meravigliosa sfera ortofrutticola. In ogni caso oggi, e con molta probabilità anche nel futuro in maniera più ufficiale, sono le Iga a portare l’italianità brassicola nel mondo, le stesse in grado di unire due realtà così diverse come vino e birra che forse, inevitabilmente, erano destinate ad incontrarsi. Ciò che più ci si auspica è che adesso non si verifichi la corsa dei birrifici per avere a tutti i costi la propria Iga tra le etichette, che non si crei il fenomeno modaiolo già molto presente tra i birrifici artigianali e che invece si continui studiando e sperimentando, e quindi stupendo e affermandosi. L’applauso più forte va comunque a loro, ai birrai d’Italia.

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Alberto Lupini


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