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di Giovanni Angelucci
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Kbirr, spicca la Imperial Stout Paliat
Sapore deciso tra cacao e liquirizia

Kbirr, spicca la Imperial Stout Paliat 
Sapore deciso tra cacao e liquirizia
Kbirr, spicca la Imperial Stout Paliat Sapore deciso tra cacao e liquirizia
Pubblicato il 17 ottobre 2018 | 17:39

Avevamo già parlato di Kbirr, birra che parla napoletano con il suo messaggio moderno #drinkneapolitan rintracciabile in ogni bottiglia. Ma stavolta vogliamo approfondire la sua anima parlando con l’ideatore Fabio Ditto.

Come sei arrivato al progetto Kbirr? «Per lavoro ho sempre distribuito grandi birre estere, faccio il distributore di bevande e amo profondamente la mia città, per cui mettere insieme le mie passioni è stato un sogno che si è avverato. Ho messo a disposizione del mio progetto il know how acquisito in tanti anni di lavoro in questo mondo. Napoli è una fonte di ispirazione continua che ha fatto poi il resto».

(Kbirr, spicca la Imperial Stout Paliat Sapore deciso tra cacao e liquirizia)

Fabio produce a Crispano (Na) nel birrificio in cui lavorano Achille Certezza, insieme al fratello Giuseppe. «Come succede nella maggior parte dei casi - racconta il mastro birraio Achille - è la passione che mi ha spinto verso la produzione di birre artigianali, con una ventennale esperienza da homebrewer, cioè da birraio casalingo.

Inizialmente la passione mi ha portato ad aprire un pub molto apprezzato, dove il risalto maggiore è stato dato proprio dalla grande varietà e dalla qualità dell'offerta birraria. L'esperienza nel settore, la passione e la padronanza di produzione di birre fatte in casa, mi hanno fatto approfondire le conoscenze per farne un vero e proprio mestiere. Ho frequentato corsi presso Unionbirrai, uniti a stage presso un birrificio in Belgio e due in Germania e nel 2013 ho abbandonato il lavoro come contrattista all'università per dedicarmi interamente alla mia passione diventata lavoro. Tutta la gamma di Kbirr è omaggio al capoluogo partenopeo.

«Ricordo ancora - spiega Fabio - quando ho pensato alla prima birra, la lager, dedicata al nostro santo Patrono il cui nome è sia un rimando al miracolo che si rinnova ogni anno “un’altra volta” (Natavota, appunto), sia un riferimento esplicito alla piacevolezza di questa birra fresca e leggera, da bere tutta di un sorso». L'impianto di produzione è di 6 hl a cotta e la cantina di fermentazione vanta di 6 serbatoi da 12 hl e 3 da 6 hl in virtù dei quali la produzione si attesta intorno ai 1200 hl annui. La lavorazione è interamente di stampo artigianale in quanto la birra non viene filtrata né pastorizzata, né tantomeno subisce carbonatazione forzata. Si producono birre ad alta e a bassa fermentazione, col metodo della rifermentazione sia in fusto che in bottiglia. Dunque birre di ispirazione stilistica classica ma con forte identità territoriale, almeno nello storytelling.

Sono cinque le etichette in produzione: Natavota, Jattura, Paliat, Cuore di Napoli e l’ultima nata Natavota Red. Nel nome e nell’immagine evocano icone e usanze tipicamente partenopee, da San Gennaro al corno scaramantico, senza mai cadere nell’olografia più banale; sono state pensate per esaltare piatti e ricette della tradizione napoletana, dalla pizza all’impepata di cozze. Dunque tanta “napoletanità” come è nel pieno stile partenopeo ma non solo storytelling, anche alta qualità di birre artigianali il più possibile pure. Fabio come hai creato le tue birre? Con quale fine?

«Per esaltare le mie origini e la cucina combinata alla birra: la bionda Natavota accompagna bene l’insalata caprese di pomodoro e mozzarella, meglio ancora se arricchita con le alici di Cetara, la Schotch Ale Jattura incontra alla perfezione la zuppa di fagioli e cozze, la Cuore di Napoli - una American Pale Ale dal corpo leggero ma fortemente caratterizzata dai luppoli esotici - può essere abbinata allo spaghetto con le zucchine alla Nerano, mentre la tipica impepata di cozze viene esaltata nel sapore dalla Imperial Stout Paliat, una birra dal sapore deciso, da veri intenditori».

Tra le cinque birre colpisce proprio quest’ultima, molto complessa con le sue sfumature di liquirizia e cacao. In bocca è calda e avvolgente e le note di cioccolato ben si miscelano con quelle torrefatte e di frutta sotto spirito. La persistenza è molto lunga e il finale è chiuso con un cenno di freschezza dato dalla liquirizia. Le creature di Kbirr possono essere degustate in giro per l’Italia ma se vi trovate a Torre del Greco varcate la porta di Casa Kbirr, locale in cui si trovano le birre di famiglia e si cena con un menu ovviamente della tradizione (anche domenica a pranzo).

© Riproduzione riservata

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Alberto Lupini


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