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di James Douglas Hansen
di James Douglas Hansen

L'economia mondiale sul baratro
come Willy il Coyote con Beep Beep

L'economia mondiale sul baratro 
come Willy il Coyote con Beep Beep
L'economia mondiale sul baratro come Willy il Coyote con Beep Beep
Pubblicato il 10 maggio 2020 | 10:00

Un'economia che già pre-coronavirus lanciava segnali di crisi e che, ora più che mai, si accorge di essere sull'orlo di un precipizio, esattamente come capita al coyote dei Looney Tunes.

Dopo interessanti analisi - un possibile boom di nascite nel periodo natalizio del 2020, causa questo lockdown "primaverile"; un aumento del 40% per l'acquisto di carta igienica e una conseguente riflessione sulla mentalità che ci sta dietro - figlie di questo periodo caratterizzato dall'emergenza coronavirus, James Douglas Hansen torna con una riflessione questa volta sulla crisi economica che il mondo sta vivendo, una crisi che i primi segnali li ha dati già prima del Covid-19 e che presto o tardi dovrà prendere una piega più drastica. Di seguito riportiamo integralmente la sua riflessione tratta da Nota Diplomatica.

La nuova prospettiva dell'economica mondiale - L'economia mondiale sul baratro come Willy il Coyote con Beep Beep
La nuova prospettiva dell'economica mondiale


Willy il Coyote sfreccia lungo la strada a velocità supersonica, a caccia di Beep Beep. Regolarmente - si potrebbe dire sempre - la preda s’inchioda improvvisamente, il coyote la supera e finisce oltre il bordo di una rupe, dove altrettanto regolarmente resta sospeso a mezz’aria fino a che non si accorge di non avere più nulla sotto i piedi. Solo allora cade. La conclusione da trarre è che sarebbe
stato meglio se non si fosse accorto di niente…

Dal punto di vista economico il mondo sviluppato parrebbe star entrando nel suo “momento coyote”. Da oltre vent’anni il pianeta si barcamena stancamente da un disastro finanziario ad un altro: dalla crisi asiatica del 1997 al “crash Dot-com” d’inizio secolo, dal collasso dell’economia russa del 1998 e il “default argentino” dell’anno dopo, alla “crisi Subprime”, il “crac Lehman” e la perdurante recessione che in Italia si chiama ancora “crisi economica”.

In ultima analisi la causa è sempre la stessa: più debiti che soldi per pagarli. È infatti possibile ipotizzare - molti l’hanno fatto - che il problema di fondo sia che al mondo i debiti globali ormai superino nettamente le disponibilità per coprirli. Siamo sospesi in aria…

Abbiamo con grande cura evitato di guardare giù per non accorgerci che i nostri piedi non si appoggiano su nulla. Però, la sostanziale e simultanea chiusura di molte delle principali economie mondiali “causa coronavirus” ci sta spingendo oltre al bordo della rupe e ignorare il vuoto non ci sosterrà a lungo.

È facile che l’analisi sia troppo pessimista. I disastri finanziari ed economici non sono una novità. Il primo a restare nei libri di storia è quello del sistema bancario romano durante il 19° anno del principato di Tiberio, il “Grande Panico” del 33 d.C. Per ora, una comune risposta al momento attuale di molti governi è quella di garantire i crediti bancari concessi ad aziende in difficoltà. Si tratta di una “pezza” per guadagnare tempo, ma che finisce per indebitare ulteriormente imprese già deboli.

Come reazione, cominciano a serpeggiare in Occidente ipotesi eretiche favorevoli alla cancellazione dei debiti su larga scala attraverso la dichiarazione di un “Giubileo del debito” che azzeri tutte (o quasi) le pendenze. L’idea, secolare, è già presente nella Bibbia, nel Libro di Deuteronomio (15:1–11), il quinto libro del Vecchio Testamento.

La proposta di fare tabula rasa dei debiti e in qualche modo ricominciare da capo inizia a fare proseliti, come nel recente editoriale sul Washington Post dell’economista Michael Hudson dal titolo “A debt jubilee is the only way to avoid a depression”. Non dispiace ai privati - persone fisiche e PMI - che forse non trovano inaccettabile lo sbilancio tra le somme che devono e quelle che invece devono ricevere.
Ovviamente, le banche non ne sono per niente entusiaste, anzi, ma se l’alternativa è il crac davanti ai troppi crediti inesigibili, potrebbero anche decidere di starci. È già successo nel caso dell’enorme bolla speculativa giapponese scoppiata nei primi anni ‘90, quando, per salvare il grande numero di aziende sull’orlo del fallimento, il Governo ridusse i tassi d’interesse quasi allo zero, effettivamente sterilizzando i debiti accumulati.

Sarebbe comunque la fine del mondo come lo conosciamo, ma forse non la fine del mondo in sé...

© Riproduzione riservata

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Alberto Lupini


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