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Il Wall Street Journal chiude otto blog
Segnale di un format ormai in declino?

Il Wall Street Journal chiude otto blog
Segnale di un format ormai in declino?
Il Wall Street Journal chiude otto blog Segnale di un format ormai in declino?
Pubblicato il 05 luglio 2017 | 10:37

Nati 20 anni fa come approfondimenti di quotidiani o pagine di esperti, i blog, un po' per aver fatto (alcuni) informazione senza rispettare le regole, un po' per l'arrivo dei social, stanno perdendo terreno sul web

I blog compiono vent'anni. Sono passati esattamente due decenni da quando è stato lanciato il software che gli ha dato vita, e da lì hanno avuto una notevole ploriferazione... ma, seppur ancora giovani, sono un concept che sta perdendo notevole terreno. Un esempio? Il Wall Street Journal ha deciso di chiuderne ben otto. E questo caso, seppur specifico degli Usa, può espandersi a macchia d'olio in tutto il mondo, Italia compresa.

Blog, il Wall Street Journal ne chiude otto Segnale per un format ormai in declino?

Per capire le ragioni di questa crisi, è bene fare un passo indietro, e tornare alle due tendenze che fin dalla nascita hanno spinto i blog al successo. Da una parte, fungevano da contenitore per gli approfondimenti dei quotidiani che, volendo ampliare un determinato argomento, uscivano dallo schema del classico articolo, facendo confluire lì dettagli e precisazioni; dall'altra, erano creazioni di esperti e appassionati di un determinato settore, capaci di attirare l'attenzione del pubblico per precisione e originalità, risuonando attraverso il mondo (per tanti anni non così sconfinato) del web grazie al loro carattere specialistico.

Ottime soluzioni, si può pensare, funzionali, almeno, fino all'arrivo del web 2.0, i social. I social hanno reso pressoché inutile la mediazione dei blog, perché più facilmente utilizzabili. Le notizie che vengono postate qui, su portali come Facebook, Twitter o Instagram, grazie alla funzione di condivisione, si espandono in maniera più rapida e capillare. Ecco che avere un blog diventa quasi inutile, un compromesso che, in quanto tale, non riesce più a trovare un suo preciso spazio. Senza considerare poi la messa in web della maggior parte delle testate, che ora possono tranquillamente sopperire all'iniziale "mancanza di spazio", fornendo notizie e approfondimenti direttamente sul proprio sito di riferimento.

Insomma, è ancora l'evoluzione del digitale, sempre più incalzante, sempre più veloce, ad aver messo in difficoltà un settore che anno dopo anno, sta rimanendo indietro. Se poi, alla velocità con cui web e tecnologie di comunicazione evolvono, si aggiungono anche piccoli "incidenti di percorso", la situazione si fa ancora più tragica. Infatti, in forza del loro successo, i blog hanno attirato l'interesse di tanti, che pur non specializzandosi in un determinato argomento, hanno preteso di volerne parlare al pubblico.

Questo ha dato vita a pagine dove si dicono bugie (è il caso delle fake news, recentemente sotto i riflettori anche in Italia) o a blogger che pretendono non di esprimere opinioni, ma di fare informazione, pur non seguendo regole base a cui invece le testate giornalistiche devono rispondere.

Con l'innovazione che incalza e il web che le sta dietro, con qualche "pecora nera" che ne infama il nome, i blog si vedono "tagliati fuori", sia per spazio che per nomea. Mi pare interessante citare un documento che, nel 2013, ha raccolto le opinioni dei blogger stessi riguardo al futuro del format (mi riferisco all'Osservatorio sui blog italiani di ImageWare). Si attestano intorno al 30% i blogger che 4 anni orsono erano convinti di una credibilità crescente negli anni e di un aumento di popolarità a livello d'informazione. Al contrario, il 55% ha affermato che i blog "manterranno un ruolo diverso e alternativo rispetto ai media tradizionali", mentre la percentuale più alta, il 68%, ha dichiarato che "il futuro dipenderà dalla qualità e serietà di chi li gestisce".

© Riproduzione riservata

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Alberto Lupini


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