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Via della seta e Dop italiane
La politica aiuta l’agroalimentare

Via della seta e Dop italiane 
La politica aiuta l’agroalimentare
Via della seta e Dop italiane La politica aiuta l’agroalimentare
Pubblicato il 11 novembre 2019 | 16:18

I prodotti enogastronomici piacciono sempre di più alla Cina che ha deciso, d'accordo con l'Ue e il nostro Paese di tutelare - tra gli altri - 26 marchi italiani. La speranza è che si possa aprire un mercato florido

Sarà anche perché il nostro ministro degli Esteri ha finalmente imparato a pronunciare correttamente il nome del presidente cinese Xi Jinping, sta di fatto che la “Via delle seta” comincia a dare dei primi risultati positivi almeno per il comparto agroalimentare. Dopo che negli ultimi mesi il Prosecco è riuscito a spingere all’insù le esportazioni dei vini italiani in Cina (che è oggi il quinto Paese che consuma più vino al mondo), nei giorni scorsi l’Italia ha ottenuto la tutela per 26 Dop sul centinaio di prodotti a indicazione geografica per i quali fra Pechino e l’Unione Europea ci sarà un mutuo riconoscimento.

La Via della seta passa dall'agroalimentare (Via della seta e Dop italiane La politica aiuta l’agroalimentare)
La Via della seta passa dall'agroalimentare

Si tratta di un passo fondamentale per garantire un commercio basato sulla valorizzazione della qualità agricola nei due mercati e che per l’Italia pone le basi per avviare un serio programma di esportazioni per alcuni dei nostri prodotti a tutela d’origine più noti, dal Gran Padano al Barolo, dal Prosciutto di Parma al Pecorino Romano, dal Brunello di Montalcino al Parmigiano Reggiano.

Ciò che è importante è che in Cina non ci potranno essere prodotti tarocchi con nomi simili (allo stesso modo non si potranno vendere da noi prodotti non garantiti dai cinesi come alcune varietà di tè o di riso) e che nell’arco di 4 anni si potrà allungare la lista. Secondo Coldiretti l’intesa protegge solo il 3% delle Dop italiane, ma è anche vero che “copre” alcune delle produzioni più importanti in termini di quantità. La preoccupazione nasce dal fatto che solo una quindicina di vini Doc sono ad esempio compresi nella lista, mentre in Cina, primo consumatore mondiale di rossi, crescono da tempo anche le imitazioni di nostre etichette.

Sul vino bisognerà quindi porre molta attenzione e le nostre istituzioni dovranno lavorare per proteggere i nostri produttori. Si tratta di un mercato strategico per l’Italia, peraltro con grandi potenzialità di crescita se si considera che al momento le vendite di vino tricolore si concentrano per oltre il 90% solo sui mercati dell’Europa e del Nord America. Aree dove fra i dazi di Trump e la Brexit le prospettive non sono incoraggianti per noi. L’enorme potenziale del mercato cinese apre invece ad Est opportunità importanti che vanno colte e gestite, tenendo peraltro conto che la scelta “politica” che sta dietro alla Via della seta non potrà che fare bene alle eccellenze di casa nostra, al contrario dei dazi americani che stanno facendo impennare il costo di tanti prodotti.

Certo vendere ad esempio tanto formaggio in Cina (Paese dove non c’è mai stata una tradizione lattiero casearia) non sarà semplice, almeno in una prima fase, ma c’è da scommettere che se il Governo cinese insisterà su questa strada anche in futuro, la cultura alimentare per i nostri prodotti potrebbe ricevere un impulso importante. Del resto anche in Italia fino a 30 anni fa i piatti cinesi non erano conosciuti, mentre oggi sono entrati a pieno titolo anche nei menu di tanti ristoranti stellati.

© Riproduzione riservata

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