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Prosecco, l’oro liquido del Veneto
Dopo l’Unesco serve molta unità

Prosecco, l’oro liquido del Veneto 
Dopo l’Unesco serve molta unità
Prosecco, l’oro liquido del Veneto Dopo l’Unesco serve molta unità
Pubblicato il 08 luglio 2019 | 10:52

Non un traguardo ma un punto di partenza: l’iscrizione a Patrimonio dell’umanità Unesco delle colline del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene deve servire per fare ancora di più gioco di squadra, a partire dai consorzi

Ora l’enogastronomia italiana ha un’arma in più per affrontare e vincere le sfide internazionali. Non ci saranno i blasoni dello Champagne, ma di certo c’è il gradimento dei consumatori di tutto il mondo, che è poi ciò che più conta. Che l’area di produzione del Prosecco Docg, quello “storico” di Conegliano e Valdobbiadene, per intenderci, sia oggi tutelata dall’Unesco non è solo una vittoria dei produttori veneti o del Governatore Luca Zaia (il vero architetto del sistema Prosecco), è un’opportunità per tutta l’Italia che sul food e sul turismo legato alla tavola può e deve puntare con decisione.

Le colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene (Prosecco, l’oro liquido del Veneto Dopo l’Unesco serve molta unità)
Le colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene

Parliamo di colline che producono circa 90 milioni di bottiglie di autentico oro liquido, a cui si collega un’altra area molto più vasta che fra Veneto e Friuli Venezia Giulia arriva a qualcosa come 600 milioni di bottiglie. È un vino-paesaggio che non ha eguali al mondo. Un sistema produttivo e di marketing cresciuto di pari passo con l’espansione economica del nord-est italiano, di cui è uno degli esempi di maggiore successo grazie alla capacità di mettere insieme produttori grandi e piccoli e le istituzioni. Una squadra che negli ultimi anni ha visto come “mister” proprio Zaia, che già da ministro dell’Agricoltura aveva privilegiato in modo deciso il suo territorio di origine.

Qualcuno potrà osservare che forse siamo in presenza di un gigante dai piedi d’argilla, se si pensa che 30 anni fa le bottiglie prodotte erano al massimo 25 milioni, che in alcuni casi ci potrebbe essere ancora l’utilizzo di uve non dell’area e che il metodo Charmat non è paragonabile per complessità a quello della fermentazione in bottiglia metodo Classico (Champagne principalmente); ma una cosa è certa: oggi il Prosecco è sulla cresta dell’onda e rappresenta un fenomeno di costume che non ha eguali. Al punto da essere da tempo diventato un sinonimo di bollicine o spumante. A tanti sarà capitato di sentire ordinare del “Prosecco di Franciacorta” o del “Prosecco Trentodoc”. Roba da fare accapponare la pelle agli esperti, ma che più di tante parole esprime il concetto di vittoria a livello popolare di questo vino.

Ora che queste bollicine hanno conquistato un riconoscimento formidabile a livello di immagine c’è solo da augurarsi che nessuno si monti la testa, ma si lavori anzi con ancora più impegno per migliorare la qualità e fare ancora più gioco di squadra, a partire dalle realtà dei diversi consorzi che si sovrappongono e creano a volte confusione.

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