Turni estenuanti, contratti che non corrispondono alle ore effettivamente lavorate, salari ridotti e lavoratori stranieri particolarmente esposti a forme di ricatto. Da Bergamo a Milano emergono nuove segnalazioni e inchieste che riportano l'attenzione sul rischio di sfruttamento nella ristorazione, soprattutto nei segmenti legati ai locali etnici e alle attività con un forte impiego di manodopera migrante. Da una parte le denunce raccolte dalla Cgil bergamasca tra addetti impiegati in kebab, sushi e piccoli esercizi di somministrazione etnici; dall'altra un'indagine della Procura di Milano per presunto caporalato che coinvolge un locale del centro cittadino. Vicende differenti per contesto e dimensioni, ma accomunate da accuse che riguardano orari di lavoro, retribuzioni, condizioni abitative e rispetto dei diritti dei lavoratori.

Sfruttamento nella ristorazione: nuove denunce tra Bergamo e Milano (immagine generata con IA)
Le denunce a Bergamo: «Controllati anche fuori dal lavoro»
Settanta ore di lavoro a settimana per circa 900 euro lordi al mese, con contratti part time solo sulla carta. È il quadro che sta emergendo da diverse denunce raccolte dalla Cgil di Bergamo e da recenti interventi delle forze dell'ordine nel settore della ristorazione etnica in Lombardia. Secondo il sindacato, nell'ultimo anno sono stati seguiti una ventina di casi di lavoratori migranti impiegati in kebab, sushi e piccoli esercizi di ristorazione, spesso costretti a lavorare sette giorni su sette senza riposi effettivi. «Quando alcuni lavoratori sono venuti da noi a denunciare – ha raccontato ad Avvenire Paola Redondi della segreteria Cgil di Bergamo - i loro smartphone squillavano in continuazione. Rispondevano e si sentivano chiedere: “Dove sei? Cosa fai?” Erano i datori di lavoro che li controllavano». I casi riguardano sia la città sia la provincia e, secondo il sindacato, arrivano all'attenzione delle istituzioni solo quando la situazione è ormai degenerata: dopo infortuni, minacce o episodi di violenza legati alla richiesta di aumenti salariali.
Documenti trattenuti e alloggi sovraffollati
La Cgil parla di un sistema alimentato da lavoratori provenienti soprattutto dal Nord Africa e dal Pakistan, spesso in condizioni di forte fragilità amministrativa. «Necessitano di aiuto per il rinnovo del permesso di soggiorno e chi li assume li ricatta: “se non accetti queste condizioni, arrangiati”», spiega Redondi. In alcuni casi, aggiunge, i documenti verrebbero trattenuti direttamente dai datori di lavoro. Le situazioni denunciate configurerebbero gli estremi del reato di sfruttamento lavorativo previsto dall'articolo 603 bis del codice penale. Molti lavoratori, riferisce il sindacato, vivono in appartamenti sovraffollati e degradati, dormendo talvolta persino in cucina.

Nell‘ultimo anno sono stati seguiti dal sindacato una ventina di casi di lavoratori migranti impiegati in kebab, sushi e piccoli esercizi di ristorazione
La Cgil ha trasmesso le informazioni alla procura e le indagini sono in corso. Sullo sfondo resta però il tema della tutela delle vittime: il permesso di soggiorno previsto dall'articolo 18 ter del testo unico sull'immigrazione dovrebbe essere concesso rapidamente per sottrarre i lavoratori allo sfruttamento, ma «di fatto non avviene sempre», osserva Redondi. La mancanza di alloggi e di una rete sociale di supporto rende inoltre più difficile denunciare.
L’intervento a Darfo e il precedente di Riccione
La questione è riemersa anche nel Bresciano. A Darfo Boario Terme (Bs) i carabinieri hanno chiuso una pizzeria-kebab bar dove sono stati trovati lavoratori in nero privi della formazione obbligatoria sulla sicurezza. Nel locale erano presenti anche telecamere nascoste utilizzate per monitorare i dipendenti. Un meccanismo simile era stato scoperto tre anni fa a Riccione, dove una tavola calda gestita da una famiglia turca fu chiusa dopo che le indagini avevano documentato turni di 15 ore consecutive, documenti sequestrati e riposi in un ripostiglio sopra una cella frigorifera.

A Darfo Boario Terme i carabinieri hanno chiuso una pizzeria-kebab bar dove sono stati trovati lavoratori in nero
Milano, nuova attenzione sul settore della ristorazione
Le inchieste sul caporalato potrebbero ora aprire un nuovo fronte anche a Milano. Lunedì 8 giugno è diventata pubblica un'indagine per caporalato che riguarda il «Pina Restaurant Café» di piazza Duomo. La procura contesta alla rappresentante legale della società Shelter srl e a un responsabile dell'attività di aver approfittato dello «stato di bisogno» di lavoratori stranieri impiegati nel locale. Secondo le accuse, a un dipendente formalmente assunto per 36 ore settimanali sarebbero stati corrisposti pagamenti in nero, con turni molto più lunghi e senza ferie né riposi. Per un altro lavoratore le contestazioni riguardano soprattutto la sicurezza sul lavoro, mentre a un terzo dipendente part time non sarebbe stata corrisposta alcuna retribuzione. Il caso milanese risale al periodo 2016-2019 e l'avviso di conclusione indagini, firmato nel 2022, è stato notificato solo di recente. Un ritardo che, secondo indiscrezioni, non sarebbe isolato: diversi esposti presentati negli anni dal sindacato sarebbero ancora in attesa di risposta. La Cgil di Milano denuncia in particolare l'uso diffuso di buste paga fittizie: parte del salario verrebbe trattenuta attraverso permessi non retribuiti e poi restituita come rimborso spese, evitando così il pagamento di tasse e contributi.
La difficoltà di uscire dal sistema
Per i lavoratori sfruttati, denunciare significa spesso perdere insieme lavoro e alloggio. «Il caporale è più veloce ed efficiente: ti trova una sistemazione a buon mercato e organizza anche il trasporto», osserva Redondi. Per questo, aggiunge il sindacato, servono percorsi integrati di tutela che comprendano assistenza legale, inserimento lavorativo e soprattutto un'abitazione dignitosa. A Bergamo si guarda al protocollo firmato dall'Ente bilaterale del Turismo con il ministero del Turismo e all'esperienza toscana del progetto Soleil, che coinvolge terzo settore, servizi sociali e sindacati e ha già fatto emergere oltre mille casi di sfruttamento lavorativo.