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Schietto, determinato, trasparente Giorgio Perin si racconta

Abbiamo sollevato il cappello da cuoco a Giorgio Perin del MO.OM di Olgiate Olona (Va), che ci ha svelato i suoi segreti: da cosa voleva diventare da grande a ciò che non manca mai nel suo frigorifero

Clara Mennella
di Clara Mennella
vicedirettore
04 aprile 2015 | 12:13

Giorgio Perin (nella foto) è una persona competente e centrata, svolge da vent’anni la professione che ha scelto ed è stimatissimo anche all’interno di Apci, Associazione professionale cuochi italiani, dove ricopre il ruolo di consigliere nazionale e di responsabile del progetto Apci Chef Italia, che valorizza all’interno dell’associazione le capacità dei singoli e la qualità del lavoro di tutti.

Da due anni Giorgio è executive chef al MO.OM di Olgiate Olona (Va), il design Hotel dal concept unico ed eco-friendly, i suoi modi sono educati e pacati ma, conoscendolo meglio, si scopre che sotto questa calma apparente, si nasconde un vulcano in attività, instancabile, propositivo e sempre pronto a voltarsi indietro per allungare una mano a tutti quelli ai quali serve una motivazione in più per andare avanti.

Un vero capocordata, infatti il suo hobby da una vita sono le camminate in montagna, quelle toste, sui sentieri impervi e ripidi, quelle per chi ama il “gioco duro”. Nato a Verbania, dopo il diploma all’alberghiero di Stresa inizia una incessante gavetta in diverse strutture in Italia, con qualche passaggio oltralpe e, in parallelo, mette in atto un suo personalissimo modo di conoscere la professione e i trend che vi ruotano intorno, si iscrive e partecipa ad innumerevoli competizioni culinarie in giro per il mondo.

Competitivo quanto basta e bravo oltre il necessario, mette insieme un medagliere di tutto rispetto con ori, argenti e riconoscimenti nelle più svariate tecniche di cucina. Mentre lavora o vi parla, i suoi occhi guardano lontano e il suo spirito è pronto a gettare il cuore oltre l’ostacolo… perché il cammino, in montagna e in cucina non si deve fermare mai.

Giorgio Perin

Da bambino cosa sognavi di diventare?
Forse un pescatore.

Il primo sapore che ti ricordi.
Quello del tarassaco cotto in acqua condito con olio d’oliva, amarissimo.

Qual è il senso più importante?
Il tatto perché ti accompagna verso il gusto e l’olfatto, sensi che sono complementari al mio lavoro.

Il piatto più difficile che tu abbia mai realizzato.
Il pollo farcito di mia madre… non mi è mai riuscito!

Come hai speso il primo stipendio?
Il primo era già svanito prima di riceverlo, con il secondo ho acquistato un coltello trinciante da colpo Dick che conservo tutt’ora.

Quali sono i tre piatti che nella vita non si può assolutamente fare a meno di provare?
Spaghetti al pomodoro (usando i pomodorini del Piennolo), maialino allo spiedo e croccante di mandorle con miele di fiori d’arancio.

Cosa non manca mai nel frigo di casa tua?
Grana Padano o Parmigiano Reggiano.

Qual è il tuo cibo consolatorio?
Paniscia alla novarese cucinata nel mio baitino di montagna preferito.

Che rapporto hai con le tecnologie?
In progress.

All’Inferno ti obbligano a mangiare sempre un piatto: quale?
Zuppa di patate rosse e topinambur.

Chi inviteresti alla cena dei tuoi sogni?
I miei nipotini... quando arriveranno.

Quale quadro o opera d’arte rappresenta meglio la tua cucina?
Pesce grande mangia pesce piccolo di Pieter Bruegel.

Se la tua cucina fosse una canzone quale sarebbe?
Stairway to Heaven dei Led Zeppelin. Inizia con una calma apparente per poi sfociare in un’esplosione di ritmo.

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