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Benedizione

Sant’Antonio Abate, animali toccasana contro la pandemia. Non abbandoniamo le stalle

Con l’avanzare della pandemia Covid aumentano gli italiani che vivono in compagnia di almeno un animale. A preoccupare di più, la situazione in cui versano gli allevatori per le difficoltà della pandemia e la peste suina

Renato Andreolassi
di Renato Andreolassi
17 gennaio 2022 | 11:37

Il 17 gennaio si celebra Sant’Antonio Abate, una festa molto sentita in Italia, perché si tratta del santo protettore degli animali. Ogni anno, in occasione della sua festa, si portano a benedire gli amici domestici e, nelle campagne, anche quelli delle stalle. Un amore per gli animali che è cresciuto con la pandemia con quattro italiani su dieci che accolgono gli animali nella propria casa dove molti sono costretti a stare a causa della forte ripresa dei contagi. È quanto emerge dall’analisi della Coldiretti su dati Eurispes in occasione della tradizionale benedizione di Sant’Antonio Abate, il Patrono degli animali. A preoccupare di più, la situazione in cui versano gli allevatori a causa del perdurare della pandemia, soprattutto nelle zone montane dove la mancanza di turisti pesa sull’attività dei rifugi e delle malghe. A cui sii è aggiunto l'allarme per la peste suina africana.

Il 17 gennaio si celebra Sant’Antonio Abate, santo protettore degli animali

Il 17 gennaio si celebra Sant’Antonio Abate, santo protettore degli animali


Tradizione popolare molto sentita


Una tradizione popolare che il 17 gennaio vede in tutta Italia il ripetersi del rito la benedizione dalla variegata moltitudine di esemplari presenti sul territorio nazionale nelle case, nelle campagne, nelle stalle, ovili e nei pollai.


Con la pandemia aumentate le adozioni


Con l’avanzare della pandemia Covid aumentano gli italiani che vivono in compagnia di almeno un animale con la percentuale che è salita dal 33,6% del 2019 al 39,5% nel 2020 fino al 40,2% del 2021. Si tratta soprattutto di cani (43,6%) e gatti (35,1%) che aiutano molti italiani a sopportare meglio i momenti difficili dell’isolamento e della quarantena.

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Stalle in difficoltà


Le difficoltà riguardano anche la presenza degli animali nelle campagne dove si ripercuotono le difficoltà economiche determinate dalla pandemia con gli allevamenti italiani stretti tra aumenti dei costi di produzione, malattie (dalla aviaria alla peste suina africana) e prezzi, a partire dal latte, che non remunerano il lavoro degli agricoltori. Oltre alle fake che continuano a demonizzare le carni italiane.


Preoccupa la montagna


Una difficoltà che ha riguardato la pianura e soprattutto la montagna e le aree interne più difficili dove mancano condizioni economiche e sociali minime per garantire la permanenza di pastori e allevatori. A preoccupare ora sono gli effetti dello stop al turismo invernale destinato ad avere effetti non solo sulle piste da sci ma sull’intero indotto delle vacanze in montagna, dall’attività dei rifugi alle malghe con la produzione dei pregiati formaggi. Proprio dal lavoro di fine anno dipende buona parte della sopravvivenza delle strutture agricole che con le attività di allevamento e coltivazione svolgono un ruolo fondamentale per il presidio del territorio contro il dissesto idrogeologico, l’abbandono e lo spopolamento.


Quando una stalla chiude si perde un intero sistema


Quando una stalla chiude si perde un intero sistema fatto di animali, di prati per il foraggio, di formaggi tipici e soprattutto di persone impegnate a combattere, spesso da intere generazioni, lo spopolamento e il degrado.


Allevamento italiano vale 17,3 miliardi di euro


L’allevamento italiano è poi un importante comparto economico che vale 17,3 miliardi di euro e rappresenta il 35 per cento dell’intera agricoltura nazionale, con un impatto rilevante anche dal punto di vista occupazionale dove sono circa 800mila le persone al lavoro.

Poi c’è il danno per la peste suina africana


Di benedizioni, prudenza, attenzione e controlli ve ne è bisogno anche oggi in tempo di pandemia. In particolare, nel mondo agricolo legato agli allevamenti di maiali. Un settore, che rischia un nuovo tracollo a causa della peste suina africana, trasportata dai cinghiali.


In Piemonte e Liguria è allarme, ma anche in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna il comparto è tutt'altro che tranquillo. La paura degli allevatori è tanta. Provvedimenti di emergenza per contenere la fauna selvatica ed evitare la diffusione del virus con sanificazioni, controlli rigorosi e un task force di prevenzione sono state chieste dagli amministratori locali e dalle associazioni di categoria.

 

I Ministri Patuanelli e Speranza hanno firmato un'ordinanza che ha fissato una serie di misure, valide per un periodo di sei mesi nelle zone interessate (114 in tutto fra Piemonte e Liguria) al fine di bloccare la diffusione della peste suina africana, consentendo comunque la continuità delle attività produttive. Molti i rischi per migliaia di allevamenti sparsi nella pianura padana. Nas, guardie ecologiche volontarie, Carabinieri forestali, guardie venatorie provinciali nei giorni scorsi hanno trovato decine di carcasse di cinghiali morti a causa della malattia virale altamente contagiosa e spesso letale. Non è trasmissibile e dannosa per l’uomo. E che il Santo protettore degli animali, ci dia davvero una mano a evitare il peggio.

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