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di Andrea Radic
di Andrea Radic

Pasticceri padovani contro l'industria
Concorrenza sleale sui dolci di Carnevale

Pasticceri padovani contro l'industria 
Concorrenza sleale sui dolci di Carnevale
Pasticceri padovani contro l'industria Concorrenza sleale sui dolci di Carnevale
Pubblicato il 28 febbraio 2017 | 14:51

Nella Gdo i dolci di Carnevale spesso vengono venduti come cotti al forno per farli sembrare più leggeri. I pasticceri protestano: «Dicitura ingannevole, prima di esser passati al forno, vengono comunque fritti»

La singolar tenzone è carnevalesca, ma non si tratta di uno scherzo. I pasticceri della città di Padova difendono la tradizione che i galani o crostoli, detti in altre regioni chiacchiere, bugie, frappe o cenci siano fritti. Parlano di concorrenza sleale da parte dell'industria dolciaria e della grande distribuzione nel proporre dolci tipici cotti al forno o addirittura light.

Pasticceri padovani contro l'industria  Concorrenza sleale sui dolci di Carnevale

«Non sono più bugie, ma proprio frottole - accusano i pasticceri - quelle che i produttori industriali propinano ai clienti di negozi e supermercati». La protesta si fonda su due ragioni: la prima perché, utilizzando materia prima di qualità inferiore (in particolare gli artigiani puntano il dito sull'olio), l’industria può vendere i galani a un prezzo che è praticamente un decimo del prodotto artigianale, si arriva a 45 euro al chilo in pasticceria e ci si ferma sui 4-5 euro per quelli confezionati sugli scaffali.

La seconda perché spesso l'etichetta sui prodotti da supermercato riporta la dicitura "cotti al forno", insomma uno specchietto per le allodole, perché la cottura in forno può suonare come più leggera e più sana. Ed ecco l'equivoco che i professionisti del dolce della città veneta, sostenuti da Confartigianato, vogliono chiarire: «Anche i galani cosiddetti cotti al forno sono prima fritti e poi subiscono un passaggio in forno».

E i maestri pasticceri ci mettono anche la faccia con Luca Scandaletti della pasticceria Le Sablon e Ermanno Sguotto, della pasticceria Viennese, che lanciano l'allarme dal quotidiano locale il Mattino di Padova, e sostengono che l'unica tecnica di cottura possibile sia la frittura, senza la quale non si otterrebbero la stessa croccantezza e le caratteristiche "bolle". «Purtroppo - sottolineano - non esiste una certificazione, e quindi un disciplinare, a cui attenersi, per cui i produttori possono dare il nome tradizionale anche a dolci "alternativi"».

© Riproduzione riservata

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