Quando si parla di obesità e sovrappeso, gli italiani mostrano di sapere di cosa si discute. Tre su quattro li considerano rischi seri per la salute e la maggioranza individua con lucidità cause e strumenti di prevenzione. Eppure, appena lo sguardo si sposta dalla teoria alla bilancia, qualcosa cambia. Se l’8,9% degli intervistati rientra clinicamente nei parametri dell’obesità secondo il Bmi - l’Indice di massa corporea, dall’inglese Body mass index - soltanto il 2,7% si definisce tale. È questo il cortocircuito messo in luce da un’indagine di AstraRicerche per il Gruppo edulcoranti di Unione italiana food, condotta su oltre mille italiani tra i 18 e i 70 anni e diffusa in occasione della Giornata mondiale dell’obesità del 4 marzo: siamo informati, ma fatichiamo a riconoscerci nel problema.
La distanza fra consapevolezza e percezione
E allora, se la consapevolezza teorica è così diffusa, dove si inceppa il meccanismo? Il dato più interessante dell’indagine sta proprio qui: nella distanza tra ciò che sappiamo e ciò che vediamo allo specchio. Quasi un italiano su cinque tende a sottostimare il proprio peso, percentuale che sale tra gli uomini, soprattutto appartenenti alla Gen X e ai Baby Boomers, e che diventa impressionante tra chi, secondo il Bmi, è obeso: il 73% non si riconosce come tale. Dall’altra parte, c’è anche chi si percepisce più in sovrappeso di quanto non sia, fenomeno che riguarda soprattutto le donne e chi è clinicamente sottopeso. Insomma, la bilancia resta uno strumento oggettivo, ma la percezione personale segue logiche emotive, culturali, generazionali.
Cos’è il Bmi e quali sono le fasce di riferimento
Il Bmi (Body mass index) è l’Indice di massa corporea, un parametro utilizzato per valutare il rapporto tra peso e altezza e stimare il rischio legato all’eccesso o al difetto di peso. Si calcola dividendo il peso in chilogrammi per il quadrato dell’altezza in metri: Bmi = peso (kg) / altezza² (m). Queste le fasce dell’Organizzazione mondiale della sanità: sottopeso <18,5; normopeso 18,5-24,9; sovrappeso 25-29,9; obesità =30 (classe I 30-34,9; classe II 35-39,9; classe III =40). È un indicatore semplice, ma non distingue tra massa grassa e massa muscolare.
I numeri di una questione strutturale
Intanto, i numeri generali raccontano una storia che va ben oltre l’esperienza individuale. L’obesità, come ricorda l’Italian barometer obesity report 2025, è diventata una questione strutturale. L’Organizzazione mondiale della sanità la definisce una pandemia non trasmissibile che coinvolge oltre un miliardo di persone nel mondo. In Italia oggi riguarda il 12% della popolazione adulta, più di sei milioni di individui, mentre quasi un adulto su due è in eccesso di peso. Rispetto al 2003, le persone con obesità sono aumentate del 38%, con una crescita marcata tra i giovani adulti. E dunque il tema non è più confinato all’estetica o alla volontà individuale, ma tocca sanità pubblica, sostenibilità del sistema sanitario, qualità della vita.
In Italia più di un adulto su 10 è obeso
Cause, abitudini e nuovi equilibri a tavola
In questo quadro, però, gli italiani mostrano di avere una mappa abbastanza chiara delle cause. Quando si chiede da dove nasca l’obesità, la maggioranza cita la sedentarietà, l’alimentazione ipercalorica, l’eccesso di zuccheri e grassi. Accanto a questi fattori compaiono le componenti ormonali, lo stress - indicato soprattutto da donne e giovani - e la predisposizione genetica. Anche gli aspetti psicologici trovano spazio, in particolare fra la Gen Z, segno che la relazione tra cibo, emozioni e identità è sempre più presente nel dibattito pubblico. Il sonno, invece, resta un fattore meno considerato, benché abbia un ruolo concreto nella regolazione dell’appetito e del metabolismo.
Se poi si passa alle soluzioni, la risposta torna a essere piuttosto lineare. Mangiare in modo equilibrato, muoversi di più, praticare attività fisica regolare: oltre sei italiani su dieci indicano proprio queste strade. È interessante notare come, accanto a questi pilastri, emergano anche strumenti alimentari specifici, tra cui gli edulcoranti, percepiti come alleati nella riduzione dell’apporto calorico e degli zuccheri. Il 70% sa che possono essere utilizzati al posto dello zucchero in ambito domestico, e più della metà riconosce il loro ruolo nel supportare le linee guida sulla riduzione degli zuccheri e nel controllo della glicemia. Non si tratta di una nicchia: oltre un terzo degli italiani li utilizza, soprattutto tra Gen Z e Millennials, spesso in modo personale e abituale.
Gli edulcoranti (come la stevia) aiutano a ridurre zuccheri e calorie
Le motivazioni sono legate alla salute più che al gusto. Limitare le calorie, gestire il peso, tenere sotto controllo il diabete sono le ragioni principali. La stevia è la scelta più frequente, seguita da aspartame e saccarina, mentre l’eritritolo sta guadagnando spazio tra i più giovani. Anche le modalità d’uso raccontano un cambiamento: se il caffè resta il terreno privilegiato, soprattutto tra adulti e donne, le generazioni più giovani sperimentano gli edulcoranti nei dolci fatti in casa, nello yogurt, nei cereali, nei frullati. Segno che la gestione del dolce non è più soltanto un gesto automatico, ma parte di una riflessione più ampia sul rapporto con lo zucchero.
Dalla teoria alla pratica quotidiana
«L’obesità - ha commentato il dottor Luca Piretta, medico gastroenterologo, nutrizionista e professore di allergie e intolleranze alimentari all’Università Campus Bio Medico di Roma - è una patologia cronica che richiede un approccio multidimensionale. Non basta guardare a fattori metabolici, genetici e psicologici. Sono determinanti anche le scelte alimentari sane ed uno stile di vita attivo. E in questo contesto i dolcificanti possono essere un valido aiuto non solo per ridurre l’intake giornaliero di zuccheri e l’apporto calorico, ma anche per soddisfare il desiderio di dolce senza alterare i livelli di glucosio nel sangue».
Luca Piretta, medico gastroenterologo, nutrizionista e professore di allergie e intolleranze alimentari
E allora il punto diventa pratico: cosa significa, nella vita quotidiana, prevenire o contrastare sovrappeso e obesità? Le indicazioni sono concrete e riguardano la qualità dell’alimentazione, con un maggiore spazio a frutta, verdura, cereali integrali e proteine magre, anche per favorire un microbiota più vicino a quello di un soggetto normopeso. A questo si aggiunge l’attività fisica regolare - almeno 150 minuti moderati o 75 intensi a settimana - insieme al rispetto dei tempi dei pasti, quella crononutrizione che rimette al centro l’orologio biologico e scoraggia abitudini come saltare la colazione.
Inoltre, mantenere gli zuccheri semplici sotto il 15% delle calorie giornaliere diventa un obiettivo chiaro, all’interno del quale gli edulcoranti possono trovare uno spazio funzionale, permettendo di dolcificare senza aggiungere calorie. Allo stesso modo, il sonno torna protagonista: dormire tra le sette e le nove ore a notte influisce sulla regolazione dell’appetito e sulle scelte alimentari. Infine, resta fondamentale il monitoraggio del proprio comportamento alimentare e del proprio stato emotivo, con il supporto di professionisti quando necessario.
Insomma, il quadro che emerge è meno superficiale di quanto si potrebbe pensare. Gli italiani conoscono sostanzialmente il problema, ne riconoscono le cause e individuano strumenti concreti per affrontarlo. Il nodo resta quello della percezione personale, quel passaggio delicato in cui i dati epidemiologici diventano consapevolezza individuale. Ed è proprio lì, davanti alla bilancia e dentro le abitudini di ogni giorno, che si gioca la partita più importante.