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di Matteo Scibilia
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Troppi turisti e troppi menu turistici
Non perdiamo la nostra identità italiana

Troppi turisti e troppi menu turistici 
Non perdiamo la nostra identità italiana
Troppi turisti e troppi menu turistici Non perdiamo la nostra identità italiana
Primo Piano del 12 agosto 2017 | 09:23

Il turismo di massa è salito alla ribalta delle cronache nazionali soprattutto quest’estate tra spiagge affollate, ordinanze di sindaci e proteste dei cittadini stufi di dover sopportare certe inciviltàProblemi che si manifestano anche nella ristorazione “turistica”, comprensibile ma fino ad un certo punto

In questi ultimi tempi si discute molto della presenza ormai incontrollabile   delle enormi quantità di turisti nei siti e nelle città d’arte e non solo. Prendendo spunto dall’articolo di Massimo Gramellini sul Corriere della Sera, dove illustra la situazione di Barcellona, in cui i residenti hanno sfilato con cartelli, contro i turisti, denunciando l’innalzamento dei costi di affitto e in ogni caso di un degrado della convivenza appunto con turisti spesso “poco civili“. Certamente una citta di 1 milione e 600mila abitanti che deve reggere una presenza di oltre 32 milioni di turisti qualche problema può darsi lo abbia. Ora senza divagare, su quanto questi turisti abbiano contribuito alla ricchezza in generale di Barcellona e della Catalogna e non c’è ombra di dubbio quanto questo sia vero.

Troppi turisti e troppi menu turistici Non perdiamo la nostra identità italiana

E nel nostro paese cosa sta succedendo? Non che questo argomento non ci interessi, un degrado che avanza: il turista che sciacqua le scatolette di tonno in mare, in Sardegna, i ragazzi belgi che si tuffano dal ponte di Calatrava a Venezia, Firenze che in qualche maniera tenta di frenare un flusso di turisti, rei spesso di gesta di inciviltà contro i monumenti, denunce che sono quotidianamente nelle cronache cittadine. Ma si va anche oltre, e non importa che siano gesta nostrane o straniere. E non va bene che nelle nostre città e anche sulle nostre spiagge sia diventato uno sport quotidiano consumare rapporti sessuali all’aria aperta, insomma ce n’è per affermare che la misura è colma.

Ora da un lato c’è appunto la concretezza che la “Bellezza“ è una risorsa di tutti territori e sicuramente di gran parte della vecchia Europa, e noi italiani ne siamo testimoni, il turismo lo vogliamo tutti, è una ricchezza, le nostre citta, le nostre bellezze naturali, spiagge, laghi, monti, ma pensiamo anche all’enogastronomia, i territori vinicoli vere ricchezze non solo nostre, pensiamo allo Champagne, all’Alsazia, e tanto altro ancora, ma, tutto questo rischia di esplodere, tant’è che da più parti giunge pressante la richiesta di un biglietto d’ingresso alle nostre città d’arte.

Ma vogliamo spingerci ancora più in là, questa moltitudine di turisti, appunto un po’ cafona, convinta che fuori casa propria si possa fare quello che si vuole, a dimostrazione delle tante auto con targa estera che sfrecciano sulle nostre autostrade, portano reale ricchezza? Oppure saccheggiano di acqua minerale e di brioche le sale della prima colazione, per poi mangiare una pizzetta o un panino seduti davanti al Colosseo o in San Marco? Il nostro sistema ristorativo come reagisce a tutto questo? La ristorazione di qualità, quella vera, quella italiana e non certamente i giropizza o le grandi catene, che vantaggio ha, appunto la ristorazione del made in Italy?

Troppi turisti e troppi menu turistici Non perdiamo la nostra identità italiana

Il degrado del comportamento e direttamente proporzionale ad un decadimento della ricerca del gusto, del bello e del buono? Nonostante la bellezza del nostro cibo? Ed anche qui, quanto anche i nostri connazionali sono coinvolti in questa debacle della cafonaggine turistica ed aggiungiamo, al degrado del menu turistico e della nostra gastronomia? In quanti ristoranti milanesi la cotoletta alla milanese è fatta con il carrè di maiale e non con il vitello? Certo il maiale costa 6 euro al kg e il vitello almeno 15 € al kg, anzi il maiale ti permette, grazie alla sua fibra di fare la famosa “orecchio di elefante“ ed essere venduta a 10 euro, anzi spesso viene venduta al malcapitato turista al costo di quella di vitello, «tanto non ne capisce nulla» è la difesa di tanti cattivi operatori.

Purtroppo c’è da registrare che la realtà è esattamente questa, i menu turistici a 10-12 euro che persistono nelle città e nei siti turistici, hanno influenzato anche le grandi città, Milano, Torino, e tutte le altre sono un susseguirsi di menu di lavoro da 8 a 10 €, ai All you can eat, a 15 €, mangiando pesce crudo. Personalmente in una delle piccole consulenze svolte ho visto qualche settimana fa, un vitello tonnato, descritto esattamente cosi, realizzato con la lonza di maiale, sa la lonza costa molto meno del vitello è stata la risposta alla mia rimostranza che potrebbe portare quanto meno ad una denuncia per frode in commercio, già, ma quanti clienti sono, sarebbero in grado di riconoscere la differenza tra un tonnato fatto con il maiale o con il vitello?

Degrado, mancanza di cultura, siamo nel momento del low cost, nell’epoca degli influencer capaci di modificare la realtà percepita, nel consumismo di massa. Abbiamo bisogno di persone, che rispettano l’ambiente inteso come attenzione anche al suolo calpestato, basti immaginare Roma, Firenze, Venezia, e ad occhi chiusi pensare che quelle stesse strade, marciapiedi, opere sono state toccate e calpestate dai grandi, Sforza, Medici, Cesari e antichi romani, Gonzaga, e certamente chiudere gli occhi ed assaporare il gusto che spesso è molto simile a quello dei nostri antenati: un lampredotto, un cacio e pepe o una carbonara fatta senza panna, un risotto giallo allo zafferano e senza la curcuma, potrei scrivere decine di piatti della nostra tradizione, che purtroppo, grazie a  questa “ invasione “ turistica viene camuffata, chi è lo straniero che appunto potrebbe riconoscere un risotto colorato con la curcuma rispetto allo zafferano?

Oppure come mi è capitato in Sicilia, che dalle parti di Palermo in un bar dinanzi alla richiesta di una aranciata ci è stato servito un prodotto di una nota azienda di Parma, che naturalmente rifiutammo. Ci siamo, ci stiamo rassegnando a tutto questo? Convinti forse che sul piano economico potremmo essere soddisfatti, il turismo nostra grande occasione di sviluppo, forse, ma se non teniamo la barra diritta, sulla nostra storia, sulla nostra cultura, rischiamo di perdere tutto.

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Alberto Lupini


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