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di Marco Di Giovanni
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Vino, l'ombra di altri dazi Usa
Federvini: «Sarebbe una disgrazia»

Vino, l'ombra di altri dazi Usa 
Federvini: «Sarebbe una disgrazia»
Vino, l'ombra di altri dazi Usa Federvini: «Sarebbe una disgrazia»
Primo Piano del 10 gennaio 2020 | 12:15

Dopo le tasse imposte ad ottobre, ora una nuova ondata potrebbe abbattersi sui prodotti europei, in particolare sul mondo del vino. Sandro Boscaini (presidente Federvini) si dice preoccupato. «Gli Usa sono il primo Paese importatore per valore», dice, ma altre realtà potrebbero approfittarne.

Un quadro generale preoccupante. Sandro Boscaini, presidente di Federvini, non lascia spazio a mezzi termini o a possibili interpretazioni quando, con Italia a Tavola, tratta della possibilità di nuovi dazi da parte degli Usa contro il vino italiano.

Si attende il 13 gennaio per scoprire la decisione del Dipartimento del commercio americano (Vino, ancora dazi da Trump? Federvini: Sarebbe una disgrazia)
Si attende il 13 gennaio per scoprire la decisione del Dipartimento del commercio americano

Se già infatti la prima "mossa commerciale" di Trump ha piegato produzioni made in Italy (e non solo) dai formaggi ai salumi, dai vini agli spiriti, una consultazione avviata dal Dipartimento del commercio americano, che si concluderà il 13 gennaio, potrebbe colpire nuovamente le produzioni europee, questa volta con dazi fino al 100% del valore della merce. La lista di prodotti che in questo momento è sottoposta all'attenzione del dipartimento contiene numerosi prodotti vitivinicoli di tutti gli Stati membri, Italia compresa.

Ernesto Abbona (Uiv) si è già pronunciato, sollecitando «un dialogo attivo con i nostri partner americani, per scongiurare un danno enorme e ingiustificato nei confronti del mondo del vino italiano». E a pochi giorni dalla decisione finale è lo stesso presidente Federvini a dire la sua, rimarcando come questa situazione potrebbe portare a scenari davvero catastrofici per il settore: «Mettendo assieme la complessità e la gravità dello scenario per la viticoltura europea collegato ai dazi Usa, il quadro generale si presenta davvero preoccupante e giustifica l'apprensione dei nostri operatori e delle loro organizzazioni».

Il quadro più ampio
Il mondo del vino italiano ha da preoccuparsi di una situazione di instabilità su più fronti: non si parla solo dei dazi statunitensi (che, qualora fossero approvati, infliggerebbero indubbiamente il colpo più duro), ma di una «situazione internazionale di turbolenza». Da una parte, appunto, gli Usa, al momento primo Paese importatore per valore; dall'altra la questione Brexit e la Gran Bretagna, «secondo/terzo Paese per il nostro export»; infine «una riduzione dell'impatto economico nell'Ue, vedi Germania».

Sandro Boscaini (Vino, ancora dazi da Trump? Federvini: Sarebbe una disgrazia)
Sandro Boscaini

Lo scenario peggiore
Se il 13 venisse imposta una tassa elevata sul prodotto, «sarebbe - dice Boscaini - una bella disgrazia». A venire colpito sarebbe un fatturato di un miliardo e mezzo di euro l'anno, ma non solo: «Gli Stati Uniti sono un Paese che ci ha dato e ci sta tuttora dando molto valorizzando i nostri prodotti come qualitativi. Il bere italiano per gli Usa è un bere di eccellenza».

A questo si aggiunge chiaramente chi subito potrebbe trarne vantaggio. «Rientrando da un viaggio esplorativo nelle aree di produzione di Argentina, Cile e Brasile ho notato che l'industria vinicola di questi Stati si è sempre più estesa e qualificata, ed è oggi attrezzata per affrontare il mercato globale. In particolare l'Argentina può contare sul vantaggio competitivo di una recente forte svalutazione che riduce i prezzi all'export a fronte di vini di buonissima qualità e di moderno e aggressivo marketing».

«In poche parole - tira le somme di questo discorso Boscaini - dobbiamo affrontare una duplice criticità: le problematiche dei dazi che pesano sul nostro Made in Italy e sul Made in Europe e la competizione aggressiva di Paesi produttori extra europei pronti a trarne vantaggio».

La strategia di Trump
Questa nuova ondata di possibili dazi segue quella iniziale, quando numerosi prodotti europei sono stati colpiti con dazi all'import del 25% ad valorem, come misura di bilanciamento per gli aiuti garantiti al Consorzio europeo Airbus, che il Wto ha riconosciuto illegittimi. «L'amministrazione di Trump in quell'occasione ha compiuto un lavoro chirurgico: ha innanzitutto distinto tra i Paesi Ue, quelli che hanno preso parte al caso Airbus, punendoli maggiormente», ecco i dazi sui vini colpire Spagna e Francia (tranne lo Champagne) escludendo l'Italia (colpita solo su spiriti, formaggi e salumi).

Una questione, questa, che «torna a galla con una certa prepotenza, anche in virtù del nuovo fronte aperto sulla Digital Tax», intorno alla quale gli Stati Uniti si stanno dimostrando molto sensibili. Lo dimostra la reazione in risposta al primo Paese Ue che si è dimostrato propenso a questa tassa, la Francia: «Trump si è detto disposto a portare al 100% i dazi sui vini francesi che ora sono al 25% e a includere anche lo Champagne nella lista dei prodotti». «Dopodiché ha messo in allarme anche Italia, Austria e Turchia, gli altri tre Paesi che hanno ipotizzato di tassare i colossi digitali americani».

L'Unione fa la forza
Sandro Boscaini ipotizza (con ragione) che Trump abbia agito suddividendo i dazi in maniera diversa tra gli Stati Ue così da «non imporre una tassazione che coinvolga tutti in maniera uguale. È un nostro parere: Trump non vuole che ci sia una reazione univoca, che invece è esattamente quello di cui abbiamo bisogno, indipendentemente dal fatto che alcuni Paesi l'"abbiano scampata" e che alcuni prodotti siano rimasti esclusi dai dazi».

Boscaini sconsiglia l'atteggiamento alla "Mors tua, vita mea" che potrebbe indurre determinati Paesi a cercare vantaggi sugli altri, maggiormente colpiti. «È il prodotto europeo che viene messo in discussione, tutto il sistema. Bisogna reagire insieme».

© Riproduzione riservata

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Alberto Lupini


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