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Non c’è solo quello adulterato, l’olio extravergine va valorizzato

Alberto Lupini
di Alberto Lupini
direttore
07 marzo 2016 | 10:25

L’ultimo caso di Grosseto (47 persone indagate per aver spacciato oltre 20mila litri di olio greco e pugliese come Igp Toscano) è solo l’ennesimo episodio delle truffe colossali e del giro criminale che sta dietro uno dei simboli della nostra civiltà. Non si può infatti parlare di cultura mediterranea senza riferirsi all’olio e al pane. Eppure proprio gli alimenti base della nostra dieta, quelli che da soli rappresentano l’idea della trasformazione artigiana del lavoro dei contadini, sono purtroppo quelli oggi meno tutelati e sottoposti ad una pressione inaccettabile da parte di chi ne sfrutta l’immagine tradizionale per mettere sul mercato prodotti che, quando va bene, sono privi di caratteristiche salutari ed organolettiche di pregio.

Per restare al solo olio (al pane dedicheremo prossimamente un evento a Firenze insieme al Mercato centrale di San Lorenzo), di truffe e imbrogli ce ne sono davvero troppi. La ragione principale sta nella mancanza di norme veramente a tutela del consumatore e di strategie di sviluppo del sistema agroalimentare.

Oggi si comincia forse a fare qualcosa (timidamente) con il nuovo sistema di etichette, ma resta troppo spazio di discrezionalità agli imbroglioni e alla grande industria, che mettono sul mercato un olio che di italiano e di extravergine ha solo il nome, senza più nessuna delle caratteristiche che un tempo lo caratterizzavano. Pensiamo solo al contenuto di sostanze utili alla nostra salute (come i polifenoli) o profumi e gusti autentici, magari a volte intensi, ma sicuramente naturali. Elementi che distinguono gli extravergini italiani “veri”.

Due sono in particolare le ragioni che impediscono al vero olio extravergine di oliva di avere lo spazio che merita sulle nostre tavole. La prima, quasi banale, è l’assenza di norme che sanzionino in modo pesantissimo chi attenta alla nostra salute e fa truffe alimentari. Finalmente è stata approvata una norma che appesantisce le pene per chi commette reati in automobile. Si dovrebbe fare la stessa cosa per chi viola le regole per il cibo. Per i 47 indagati di Grosseto ci dovrebbe essere per esempio l’impossibilità di aprire nuove partire Iva o di essere assunti come dipendenti, con l’aggiunta della perdita di diritti pensionistici. E ci piacerebbe vedere quali parlamentari si metterebbero di traverso rispetto a proposte di questo tipo.

La seconda ragione risiede invece nella non volontà (finora) delle istituzioni di valorizzare il vero olio extravergine italiano. Abbiamo più volte proposto, senza ottenere risposte, che si realizzino campagne forti (tipo “pubblicità progresso”) per fare capire agli italiani che un olio extravergine vero non può costare meno di 12-13 euro al litro e che le confezioni da 2 o 3 euro contengono un liquido che solo secondo leggi comunitarie volute fortemente dagli spagnoli (proprietari delle maggiori industrie del settore in Italia) si può chiamare extravergine. Certo ci si dovrebbe scontrare con una lobby confindustriale, ma il gioco vale la candela. Oggi di fatto si confonde il consumatore con l’abbaglio dei prezzi (un olio vero costa di più, ma se ne consuma molto meno di uno senza sapore...) e con regole inaccettabili che con le rettifiche fanno diventare italiani al 100%, se non addirittura Dop o Igp, oli lampanti di provenienza incerta.

Eppure in Italia c’è la possibilità di avere olio extravergine sicuro con un esercito di olivicoltori (si calcola che siano 1 milione e 100mila) e foreste di olivi sparse su 1 milione e 200mila ettari, per lo più al Sud.

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