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Quando la tutela Unesco produce città da consumare (anche a tavola)

Dalle Dolomiti alle città d’arte, il marchio Unesco nasce per proteggere ma viene spesso usato come leva di attrazione turistica. Senza una gestione politica dei flussi e delle attività, la tutela si svuota, i territori si omologano e i luoghi diventano scenografie da usare e consumare anche a tavola

Alberto Lupini
di Alberto Lupini
direttore
12 gennaio 2026 | 05:00
Quando la tutela Unesco produce città da consumare (anche a tavola)

L’Unesco nasce per tutelare il patrimonio culturale e naturale, non per promuovere destinazioni. Eppure, nel dibattito pubblico italiano, il riconoscimento (anche l’ultimo per la Cucina italiana) viene spesso tradotto in un messaggio semplice e fuorviante: più Unesco uguale più turismo.

L’Unesco non arriva per attrarre turisti

È una scorciatoia narrativa che piace alla politica e rassicura i territori in cerca di visibilità, ma che ignora una parte fondamentale del problema: cosa succede dopo il riconoscimento.

Quando la tutela Unesco produce città da consumare (anche a tavola)

Il riconoscimento Unesco non risolve i problemi

Come ha osservato l’economista Enrico Bertacchini, l’ingresso nella lista Unesco «aumenta la copertura mediatica internazionale dei siti, ma non garantisce automaticamente benefici economici diffusi». In altre parole, il marchio amplifica, non risolve. E, semmai, può essere l’occasione per avviare pratiche corrette per tutelare il bene oggetto di “protezione”, non certo per svilirlo mettendo sul mercato con offerte di largo consumo e abuso…

Dolomiti: quando il riconoscimento diventa un boomerang

Il caso delle Dolomiti è emblematico. Negli ultimi anni non sono mancati appelli - anche durissimi - da parte di operatori locali e associazioni ambientaliste che hanno messo in discussione l’utilità stessa del riconoscimento.

Quando la tutela Unesco produce città da consumare (anche a tavola)

Il caso dell'overtourism sulle Dolomiti dovrebbe essere di insegnamento

Albergatori, guide alpine, associazioni di tutela hanno parlato apertamente di danno: un turismo concentrato, superficiale, legato all’immagine da cartolina, più che alla conoscenza del territorio. Una dinamica che ha portato a sovraffollamento, pressione sulle infrastrutture e consumo del paesaggio. L’overtourism non è un fenomeno negativo che riguarda solo i centri storici… Il punto non è rinnegare il valore Unesco, ma riconoscere che senza regole di gestione il marchio rischia di funzionare come un acceleratore di fragilità già esistenti.

Quando la tutela diventa solo storytelling

Il problema, come detto, si ripete nelle città d’arte. Firenze, Venezia, Roma: luoghi formalmente tutelati, ma sempre più trasformati in scenografie per il consumo turistico.

Quando la tutela Unesco produce città da consumare (anche a tavola)

Roma - come le città d'arte - è sempre più trasformata in scenografia per il consumo turistico

Lo scrittore Marco D’Eramo ha usato parole radicali parlando di “Unescocidio”, sostenendo che il riconoscimento possa rappresentare «il colpo di grazia per una città», congelandola in un’immagine fissa, pronta per essere consumata. È una tesi estrema, ma intercetta un punto reale: quando la tutela si riduce a narrazione, perde la capacità di governare il cambiamento. E il turismo, lasciato senza argini, fa il resto.

Il nodo è politico, non culturale

Alla fine, il problema non è culturale ma politico. Il sistema Unesco vive di equilibri diplomatici, interessi economici e decisioni degli Stati. Quando tutela e sviluppo entrano in conflitto, troppo spesso prevale il secondo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: territori protetti sulla carta e consumati nei fatti. Ed è da qui che parte il tema delle città commestibili che oggi sta prendendo piede nel dibattito nazionale. Ci sono due fenomeni connessi: la crescita di locali in cui mangiare e una perdita di identità nell’offerta. Quando un luogo viene protetto solo come immagine e non come sistema vivente, il passo successivo è inevitabile: smette di essere abitato e inizia a essere consumato. È qui che nascono le città commestibili: luoghi che non si attraversano più, si “usano”.

Quando la tutela Unesco produce città da consumare (anche a tavola)

La crescita dei ristoranti nelle città si basa anche su una proliferazione di locali etnici, dai kebab ai sushi

Sul primo tema, su cui torneremo nei prossimi giorni, basterebbe osservare come (un po’ in tutta Europa) fra insegne di fast food e proposte di ogni tipo ci sia solo l’imbarazzo della scelta, dimenticando però spesso il valore del cibo e il suo legame “culturale” legato ogni luogo. Le lasagne o i tortellini mangiati sotto i portici a Bologna non sono solo un mito (su cui magari l’Unesco ha ragionato) ma un modo di entrare nello spirito della città. Ma questa crescita di ristoranti, ovunque, si basa anche su una proliferazione di locali etnici, dai kebab ai sushi, che ha cambiato il volto di centinaia delle vie principali delle nostre città, al pari dei negozi di calze o trucchi che si ripetono ovunque.

Quando la tutela non governa, il consumo prende il sopravvento

Il riconoscimento Unesco non nasce per aumentare i flussi turistici, ma per tutelare un patrimonio culturale o naturale. Quando però la protezione resta solo formale e non viene accompagnata da strumenti di governo – regole sui flussi, sulle attività economiche, sull’uso degli spazi – il marchio finisce per funzionare come un moltiplicatore di fragilità.

In questi casi il turismo non diventa conoscenza, ma consumo rapido. I luoghi smettono di essere sistemi vivi e si trasformano in prodotti: da visitare, fotografare, attraversare in fretta. È questo il terreno su cui nascono le “città commestibili”, dove anche il cibo perde funzione culturale e diventa parte dell’allestimento turistico.

Omologazione e cibo che alla fine è uguale dappertutto

Il punto non è la presenza di cucine diverse, né tantomeno la demonizzazione del cibo etnico o veloce. Se così fosse saremmo in contraddizione con il voler promuovere e tutelare la ristorazione italiana in giro per il mondo. Il punto è l’assenza di una visione. Quando tutto è ammesso ovunque, senza alcuna valutazione di contesto, il risultato non è pluralismo ma uniformità. Le città diventano intercambiabili, e il cibo - invece di raccontarle - finisce per cancellarne le differenze. Pensiamo ai menu, con foto a colori, plasticati e tutti uguali delle strade che portano alla fontana di Trevi a Roma o attorno a piazza San Marco a Venezia: sono tutti uguali! Altro che incentivo ai turisti stranieri a tornare in Italia per la qualità del cibo.

Quando la tutela Unesco produce città da consumare (anche a tavola)

A Venezia, fuori da piazza San Marco, i menu sono (quasi) tutti uguali

Ed è così, senza cioè una gestione “politica” che si perde identità e senso del territorio. E il turismo, e nel caso della tutela Unesco della cucina italiana, non è certo avvantaggiato. Tornare ad un sistema di valutazione preventiva delle attività - come avveniva con le licenze - non significa tornare indietro, ma rimettere la politica al centro delle scelte urbane. Governare non vuol dire vietare, ma decidere. La liberalizzazione totale introdotta con la legge Bersani ha aumentato l’offerta dei pubblici esercizi (sono ormai 400mila in Italia dove si mangia o si beve, un numero da primato “negativo” in Europa per troppa offerta), ma ha rinunciato a qualsiasi idea di equilibrio. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: più locali, meno identità. E una tutela Unesco che, così, rischia di essere svuotata di senso.

Città dedicate al cibo di massa sono il vero rischio…

Ed è proprio in questo scarto tra tutela dichiarata e consumo reale che il cibo entra in gioco. Perché se le città diventano commestibili, lo diventano prima di tutto attraverso ciò che offrono da mangiare: un’offerta sempre più ampia, replicabile, rassicurante, ma spesso scollegata dall’identità dei luoghi. Nel prossimo articolo il focus sarà questo: la foodification, ovvero una forma di omologazione dell’offerta gastronomica che si porta dietro il rischio che anche il cibo - da strumento di conoscenza - diventi semplice accessorio del turismo di massa. Alla faccia della tutela Unesco….

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