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affari russi

Capitali russi in Italia, il boom silenzioso tra hotel, ristoranti e imprese

di Redazione Italia a Tavola
17 gennaio 2026 | 10:37

Negli ultimi mesi, in Italia si registra una crescita significativa di ristoranti, hotel e attività del settore turistico riconducibili a capitali russi, un fenomeno che si inserisce in un contesto economico più ampio e complesso. Questo aumento della presenza russa nel comparto dell’ospitalità rappresenta solo una parte visibile di un’espansione più vasta che riguarda l’intero tessuto imprenditoriale nazionale. Si tratta di asset considerati strategici, capaci di generare flussi di cassa costanti e di offrire una presenza stabile sul territorio. Questa dinamica risulta particolarmente rilevante se osservata alla luce delle sanzioni internazionali imposte contro Mosca.

Capitali russi in Italia, il boom silenzioso tra hotel, ristoranti e imprese

Un numero crescente di ristoranti e hotel è riconducibile a capitali russi

Il boom delle società russe nel sistema economico italiano

Secondo i dati più recenti, negli ultimi sei mesi il numero di società italiane controllate da capitali russi è quasi raddoppiato, passando da 2.564 a 4.497 imprese. Il loro giro d’affari complessivo raggiunge i 2,5 miliardi di euro, una cifra che supera di oltre dieci volte quella registrata in Francia. Questo incremento del 75% rappresenta un’anomalia nel panorama europeo, soprattutto tra i Paesi che applicano misure restrittive nei confronti della Federazione Russa.

Negli altri Stati membri dell’Unione europea, infatti, la tendenza è opposta: la presenza di imprese riconducibili a capitali russi è stabile o in diminuzione. In Germania, ad esempio, si registra una contrazione del 2% negli ultimi sei mesi, dopo un calo del 22% nel semestre precedente. In Francia, il numero di società analoghe è circa un terzo rispetto a quello italiano.

Il ruolo delle nuove regole di rendicontazione UE

La crescita improvvisa emerge a seguito dell’introduzione di nuovi obblighi di trasparenza societaria. Nel dicembre 2023, l’Unione europea ha approvato il dodicesimo pacchetto di sanzioni, richiamando per la prima volta l’articolo 5R del regolamento europeo 833/2014. Tale norma impone alle imprese di dichiarare, con cadenza semestrale, l’esistenza di azionisti russi con una quota pari o superiore al 40% del capitale.

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L’obiettivo dichiarato è monitorare i flussi finanziari in uscita dall’Unione europea verso Paesi terzi e verificare se tali risorse possano essere utilizzate per sostenere l’economia o l’apparato militare russo.

L’analisi di Moody’s e l’allarme sui flussi finanziari

A raccogliere e analizzare questi dati è Moody’s, agenzia di analisi finanziaria che fornisce informazioni a governi, istituti bancari e imprese impegnate nel rispetto delle sanzioni internazionali. È proprio attraverso il vaglio di Moody’s che emerge la singolarità italiana. Risulta però impossibile comprendere da dove provengano i fondi utilizzati per la presa di controllo; la rendicontazione si limita infatti a identificare la cittadinanza o la sede degli azionisti delle imprese.

In teoria, i capitali non dovrebbero provenire direttamente dalla Russia, poiché la banca centrale di Mosca limita fortemente l’uscita di fondi dal Paese. Tuttavia, la complessità delle strutture societarie, l’uso di veicoli finanziari intermedi e la presenza di giurisdizioni terze rendono difficile una tracciabilità completa delle risorse impiegate nelle acquisizioni. Questo scenario alimenta interrogativi e richiama l’attenzione delle autorità internazionali, come l’Ofac, l’«Office on Foreign Assets Control» del Tesoro americano, che ha recentemente segnalato il rischio di aggiramento delle sanzioni finanziarie.

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