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La cucina in Italia è cultura: un linguaggio che racconta chi siamo

11 febbraio 2026 | 15:06

Parlare di cucina italiana significa parlare di un patrimonio che, pur cambiando nel tempo, è riuscito a confermarsi tra le tradizioni gastronomiche più studiate, ricercate e imitate al mondo. Non è solo una questione di “ricette buone”: è un sistema di conoscenze, gesti, dialetti, stagioni, economie locali e memorie familiari. È una cultura materiale fatta di farine, oli, cotture e conserve, ma anche una cultura simbolica: il modo in cui apparecchiamo, il valore che diamo al pranzo della domenica, il rispetto per la materia prima, l’orgoglio regionale che diventa racconto. In Italia il cibo non è un accessorio, è un dispositivo sociale: ci sediamo a tavola per celebrare, per discutere, per riconciliarci, per accogliere.

La cucina in Italia è cultura: un linguaggio che racconta chi siamo

Questa solidità non nasce dal caso. La cucina italiana ha costruito la propria credibilità su una combinazione rara: radici popolari fortissime e, insieme, una continua attenzione “colta” alla tecnica e alla scrittura del cibo. Dai ricettari storici fino alla critica contemporanea, si è creata un’idea di cucina come sapere trasmissibile, verificabile, migliorabile. Non a caso lo storico dell’alimentazione Massimo Montanari riassume il punto con una frase diventata riferimento: “Il cibo è cultura quando si prepara”, perché l’essere umano trasforma ciò che ha in natura attraverso il fuoco e le pratiche di cucina. In altre parole: cucinare è già un atto culturale, prima ancora che estetico.

Cibo come identità, rituale e immaginario condiviso

In Italia la cucina è cultura perché costruisce identità. Ogni regione, città o perfino quartiere ha piatti che funzionano come “bandiere” affettive: la pasta al forno delle feste, il ragù che richiede ore, il pane con una forma che esiste solo lì. Il sapere culinario passa spesso per vie informali, attraverso l’imitazione e la correzione: “assaggia”, “manca un minuto”, “ora spegni”. Eppure, questa oralità convive con una grande tradizione scritta che ha contribuito a unificare pratiche diverse. Pellegrino Artusi, con La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, ha avuto un ruolo enorme nel trasformare la cucina domestica in un tema nazionale, degno di attenzione e di metodo. Anche chi non ha mai letto il suo libro vive ancora dentro quella logica: cucinare come competenza seria, da curare e da tramandare.

Ma cultura vuol dire anche immaginario: e qui la cucina italiana esce dai fornelli e entra nei nostri giochi, nei film, nei libri, in tutto ciò che racconta il Paese. Pensiamo a come il cibo sia diventato un’icona ludica e visiva: colori, simboli immediati, desiderio e fortuna. È lo stesso meccanismo per cui una pizza o un limone “dicono Italia” in mezzo secondo, come nei giochi slot con tematica frutta e cibi. In questo tipo di rappresentazioni il cibo non serve a nutrire: serve a evocare, a creare atmosfera, a trasformare la tavola in segno riconoscibile. E funziona proprio perché, nella nostra esperienza quotidiana, quei simboli hanno una densità emotiva reale.

Il cinema italiano, poi, ha usato la cucina come teatro dell’umano: dove esplodono conflitti familiari, dove si misurano classi sociali, dove si mette in scena il desiderio, la fame, il potere. Non sempre è un’immagine “romantica”: spesso la tavola mostra contraddizioni e fragilità. Proprio per questo è cultura: perché non è solo decorazione, è narrazione. Nei libri accade lo stesso. La letteratura italiana (e non solo) ha trattato il cibo come chiave per parlare di memoria e identità: un sapore può essere la scorciatoia più veloce verso l’infanzia, una ricetta può diventare il modo di tenere insieme una famiglia, un pranzo può rivelare gerarchie e ruoli meglio di mille dialoghi.

I riferimenti artistici che spiegano la cucina italiana

Una delle frasi più citate quando si parla di rapporto tra cibo e identità è “Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”, attribuita ad Anthelme Brillat-Savarin. Pur non essendo italiana, questa massima trova in Italia una delle sue applicazioni più evidenti. Nel nostro contesto il cibo racconta con precisione la provenienza geografica, l’estrazione sociale, il legame con il territorio e perfino il rapporto con il tempo. Mangiare non è mai un gesto neutro: scegliere ingredienti stagionali, rispettare una ricetta tramandata, rifiutare scorciatoie industriali significa affermare un’appartenenza culturale prima ancora che un gusto personale.

Questa visione trova una formulazione chiaramente italiana nell’opera di Pellegrino Artusi, che più di chiunque altro ha trasformato la cucina domestica in una materia degna di metodo, studio e rispetto. La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene non è solo un ricettario: è un progetto culturale che unisce territori diversi attraverso un linguaggio comune, quello del fare. Artusi propone una cucina sobria, razionale, fondata sull’esperienza e sull’equilibrio, in cui il buon mangiare diventa una forma di educazione civile. Non a caso Olindo Guerrini parlava della cucina come dell’arte di rendere il cibo “più economico, più sapido, più sano”: una definizione che riflette perfettamente l’etica italiana del mangiare bene senza eccessi.

Su questa stessa linea si inserisce il lavoro di Massimo Montanari, tra i massimi studiosi della storia alimentare italiana. Quando Montanari afferma che “il cibo è cultura”, lo fa riferendosi in modo diretto al contesto italiano, dove cucinare significa trasformare una materia prima locale secondo regole condivise, tramandate e riconoscibili. La cucina italiana, nella sua lettura, non è una somma di piatti celebri, ma un sistema culturale complesso che produce senso, relazioni sociali e memoria collettiva. Ogni ricetta è il risultato di scelte storiche, climatiche ed economiche, ed è proprio questa stratificazione a renderla così resistente nel tempo.

È forse per questo che la cucina italiana continua a essere citata, rappresentata e reinterpretata nell’arte e nell’immaginario globale: non come moda passeggera, ma come modello. Un modello che non promette solo sapori, ma un’idea di vita fondata sulla condivisione, sul rispetto dei ritmi naturali e sul valore dei gesti quotidiani. In questo senso, la cucina italiana non si limita a nutrire: racconta chi siamo stati, chi siamo e, in parte, chi vogliamo continuare a essere.

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