In quarant’anni di storie, Dylan Dog ha affrontato ogni tipo di avversario. L’unico che non riesce mai a battere è l'alcol. Nel corso delle vicende, l'alcol viene riconosciuto, raccontato, gestito. Non come effetto speciale, ma come fatto umano.

Dylan Dog compie 40 anni
Un anniversario, un mito che risplende
Nel 2026 Dylan Dog compie quarant’anni. Nato nel 1986 dalla penna di Tiziano Sclavi e pubblicato da Sergio Bonelli Editore, Dylan Dog è diventato uno dei più grandi fenomeni di costume del fumetto italiano. Zombie, vampiri, spettri e mostri di ogni tipo hanno popolato per decenni le sue storie, spesso come rappresentazione di paure collettive, emarginazioni e traumi sociali. Ma accanto all’orrore soprannaturale, la serie ha sempre ospitato un elemento profondamente reale: il rapporto con l’alcol.
Il bere nei primi albi: cronaca, non simbolo
Nel numero 2 (Jack lo squartatore, 1986), l’alcol compare senza alcuna problematizzazione. Dylan partecipa a un brindisi in modo diretto:
«Alla mia assoluzione!»
«Cin cin!»
Solo successivamente, nella stessa sequenza narrativa, arriva l’offerta vera e propria: «Birra va bene?»
Non seguono commenti, né riflessioni, né conseguenze. Il bere è un gesto sociale, contestuale alla scena. In questa fase iniziale della serie l’alcol non è un tema, ma un elemento di ambientazione.

L'unico nemico che Dylan Dog non riesce a sconfiggere è l'alcol
L’astinenza dichiarata
Nel numero 30 (La casa infestata, 1990), l’alcol entra in scena come offerta esplicita:
«Sì, credo che stia arrivando. Ma vi vedo un po’ confuso. Tenete, è un ottimo scotch.»
La risposta di Dylan è chiara e priva di spiegazioni:
«Io… normalmente sono astemio…»
Il dialogo si chiude qui.
Non ci sono giudizi morali, né sviluppi immediati. L’alcol è presente come possibilità, l’astinenza come condizione personale dichiarata.
Quando l’alcolismo viene nominato
Nel numero 11 (1987), Dylan Dog si definisce apertamente ex alcolista. È il primo momento in cui l’alcol smette di essere solo contesto e diventa parte della biografia del personaggio.
Gli episodi in cui Dylan beve restano pochi e circoscritti:
- numeri 2 e 3: birra
- numero 11: whisky
- numero 81: accetta un whisky offertogli
La scarsità degli episodi è un dato rilevante: l’alcol non è onnipresente, ma quando compare assume un peso preciso.

Gli episodi in cui Dylan beve restano pochi e circoscritti
Lillie Connolly e l’origine della caduta
Nel numero 121 (1996), albo del decennale, viene raccontato il passato di Dylan come agente di Scotland Yard e la relazione con Lillie Connolly, militante dell’IRA. Dopo il suo arresto e la morte per sciopero della fame (riferimento diretto alla vicenda di Bobby Sands), Dylan lascia la polizia e si dà all’alcol. Qui l’alcolismo viene esplicitamente collegato a un trauma personale e a una perdita.
Il numero 200 e il ruolo di Groucho
Nel numero 200 (2003) emergono nuovi dettagli sul passato di Dylan Dog, compreso il ruolo di Groucho nel suo percorso di uscita dall’alcolismo. La dipendenza viene trattata come parte integrante della storia del personaggio, non come episodio isolato.
Il parallelismo con Tiziano Sclavi
In diverse interviste, Tiziano Sclavi ha dichiarato di aver convissuto per 15-20 anni con l’alcolismo, riuscendo a smettere nel 1987 grazie agli Alcolisti Anonimi. A proposito di una ricaduta avvenuta nel 2000, Sclavi raccontò a Repubblica: «Assaggi due dita di vino dolce, una birra analcolica - sono terribili le birre analcoliche - e senza che te ne rendi conto ci ritorni dentro.»
La “scivolata” di Dylan
Nel numero 362 (Dopo un lungo silenzio, 2016), scritto da Sclavi per il trentennale della serie, Dylan Dog vive una ricaduta. Il bicchiere è un Amarone, elemento esplicitamente nominato. Dopo la “scivolata”, Dylan intraprende un percorso con gli Alcolisti Anonimi. Non è solo la trama a raccontare il rapporto di Dylan Dog con l’alcol, ma anche lo sguardo di chi ha preso sul serio questo fumetto, trattandolo non come evasione, ma come racconto dell’età adulta.

Dopo la “scivolata”, Dylan intraprende un percorso con gli Alcolisti Anonimi
Le letture critiche
- Antonio Faeti - Faeti è stato tra i primi a spostare Dylan Dog fuori dal recinto dell’horror di genere. Nei suoi saggi sul fumetto italiano insiste su un punto preciso: l’orrore di Sclavi non arriva da fuori, ma “abita” il personaggio. È un orrore interiorizzato, fatto di fragilità e pulsioni autodistruttive. In questa prospettiva, la dipendenza non è un tema accessorio, ma una forma dell’angoscia stessa: non qualcosa che accade a Dylan, bensì qualcosa da cui Dylan deve continuamente difendersi.
- Luca Raffaelli - Raffaelli ha definito Dylan Dog “il primo vero antieroe nevrotico del fumetto popolare italiano”. Un personaggio che rompe con l’eroismo classico perché non vince grazie alla forza o al controllo, ma convive con depressione, smarrimento, perdita di equilibrio. In questa chiave, la sobrietà non è una virtù morale, ma una necessità: non il premio di una guarigione, bensì una precauzione quotidiana contro la ricaduta.
- Matteo Stefanelli - Stefanelli legge Dylan Dog come una forma di “serialità emotiva”: una narrazione in cui i temi fondamentali non evolvono in linea retta, ma ritornano. La dipendenza rientra pienamente in questa struttura. Non è un arco narrativo da chiudere, ma una presenza ricorrente. La ricaduta, in quest’ottica, non è un errore di coerenza, ma la conferma del meccanismo: in Dylan Dog, come nella vita reale, certi incubi non finiscono. Si tengono a distanza.
Quarant’anni di Dylan Dog: le celebrazioni
Per tutto il 2026, infatti, la programmazione annunciata da Bonelli insieme alla scrittrice Barbara Baraldi non è un semplice susseguirsi di uscite: è un ragionamento sull’essenza del personaggio, sulle suggestioni che può ancora accendere, sul rapporto tra lettore e incubo - e tra incubo e realtà.

Alcuni album di Dylan Dog
Cosa ci aspetta, allora?
- Realtà alternative - Non è un dettaglio da poco: albi ambientati in realtà alternative non significano solo “mondi diversi”, ma possibilità narrative che possono rincorrersi, specchiarsi, contraddirsi. Dylan in universi che mangiano se stessi, che si piegano, che cambiano regole. È un modo per riflettere su chi sia, davvero, l’Indagatore dell’Incubo quando la realtà che lo circonda si scompone.
- Il ritorno dei grandi villain di Harlech - Per chi ha amato (o temuto) il manicomio di Harlech, questa notizia suona come una campana nella nebbia: ritorna la minaccia di quei luoghi sospesi tra follia e logica disturbata, tra passato e incubo ricorrente. I villain legati a quel manicomio non sono semplici antagonisti: sono spettri, memorie, specchi deformanti dell’orrore che ognuno porta dentro di sé.
- Un albo collegato al Color Fest - E poi c’è il Color Fest, una tradizione di colori, contaminazioni e incursioni visive nell’universo di Dylan Dog. Un albo che si collega a quella celebrazione non è un semplice spin-off: è un ponte tra il classico e il contemporaneo, tra la narrazione “nera” e la polifonia cromatica che da sempre caratterizza il Color Fest.
- Oldboy: nuove storie - La serie Oldboy, che richiama nomi, volti e memorie del passato (come spesso accade per Dylan), si arricchisce di nuove storie. Qui non si tratta solo di nostalgia: è un dialogo con le origini, con quello che abbiamo già visto e con quello che pensavamo di sapere.
- Lo Speciale Rosso ambientato a Praga - E infine, la chicca - se mi si consente il termine: lo Speciale Rosso della collana Horror Stories, ambientato nella città che è da sempre un crocevia di miti, ombre e storie senza sorriso: Praga. Una città dove pietra, leggenda e cielo sembrano sempre sul punto di raccontare qualcosa che non hai mai voluto ascoltare… finché non ti guardi allo specchio.