Una nuova agricoltura è possibile: più resiliente, tecnologica, consapevole e soprattutto cooperativa. È questo il messaggio emerso dalla presentazione ufficiale di Step-Ol, il progetto di cooperazione transfrontaliera tra Sicilia e Tunisia che sta tracciando la rotta per un’olivicoltura mediterranea innovativa e sostenibile, capace di rispondere alle sfide sistemiche poste dal cambiamento climatico.

Italia e Tunisia insieme per un’olivicoltura più tecnologica: nasce il progetto Step-Ol
Il progetto Step-Ol e la cooperazione tra Sicilia e Tunisia
La sede dell’Ispettorato provinciale dell’agricoltura di Catania ha ospitato lo scorso 4 febbraio l’evento che ha riunito partner scientifici, imprese agricole, istituzioni locali e rappresentanti internazionali. Un momento di confronto che ha messo in dialogo due territori strategici del Mediterraneo nel nome della qualità, della ricerca e della collaborazione. Tra i temi centrali emersi durante l’incontro, la diagnosi precoce delle fitopatie attraverso droni e sensoristica avanzata. Dispositivi multispettrali, software predittivi e perfino strumenti nati durante la pandemia per la diagnosi del Covid - oggi riadattati dal Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea) - permettono di monitorare lo stato di salute delle piante. Queste tecnologie consentono di rilevare alterazioni fisiologiche invisibili all’occhio umano, anticipando gli interventi e riducendo in modo significativo le perdite produttive. Secondo i tecnici coinvolti nel progetto, un intervento tempestivo può ridurre fino al 30% le perdite di prodotto vendibile, con un impatto diretto sulla redditività e sulla sostenibilità delle aziende agricole.
Le soluzioni sviluppate saranno sperimentate direttamente in aziende pilota localizzate in Sicilia e Tunisia, selezionate per rappresentare differenti condizioni climatiche e strutturali. Il Crea coordinerà le attività di test sul campo, con l’obiettivo di validare protocolli operativi replicabili, capaci di aumentare l’efficienza delle pratiche colturali, ottimizzare l’uso delle risorse idriche e migliorare la qualità del prodotto. Il progetto Step-Ol si fonda su un partenariato strutturato che vede in prima linea la Società cooperativa produttori olivicoli (Apo) in qualità di capofila, il Crea Dc - Centro difesa e certificazione, il Centro euromediterraneo per lo sviluppo sostenibile, insieme ai partner tunisini Inat (Institut national agronomique de Tunisie) e Smbsa (Société mutuelle de base des services agricoles). Partecipano inoltre, come partner associati, Cia Sicilia e l’Institut de l’olivier de Sousse. L’obiettivo è costruire un ecosistema di cooperazione agroecologica capace di generare impatto nel lungo periodo.
L’idea di un Osservatorio olivicolo mediterraneo
Durante la conferenza è stata inoltre sottolineata la necessità di istituire un Osservatorio olivicolo mediterraneo, con il compito di mappare criticità e opportunità del settore, promuovere l’adozione di tecnologie intelligenti e difendere il valore aggiunto delle produzioni locali. «Vogliamo passare da una visione frammentata a una strategia integrata e condivisa» ha dichiarato Giosuè Catania, presidente di Apo. «La nostra sfida non è solo produttiva, ma anche culturale: valorizzare l’identità dell’olio extravergine come prodotto nutraceutico, tracciabile e certificato, facendone il cuore di una narrazione mediterranea legata alla qualità e al benessere». A rafforzare questa visione contribuiscono i dati più recenti pubblicati dal Wwf nel report "The climate change effect in the Mediterranean: six stories from an overheating sea" e dal Medecc (Mediterranean experts on climate and environmental change) nel "First Mediterranean Assessment Report". Secondo queste analisi, il bacino del Mediterraneo si sta riscaldando del 20% più rapidamente rispetto alla media globale. Entro il 2050 si prevede una riduzione delle rese agricole compresa tra il 12 e il 22%, una diminuzione fino al 15% della disponibilità di acqua dolce e una perdita di biodiversità che potrebbe coinvolgere fino al 20% delle specie. Gli impatti economici stimati ammontano a decine di miliardi di euro ogni anno, colpendo direttamente settori chiave come agricoltura, turismo e pesca.

È stata sottolineata la necessità di istituire un Osservatorio olivicolo mediterraneo
Nel suo intervento, il viceconsole della Tunisia Aymen Lamti ha evidenziato il valore strategico della cooperazione economica tra Italia e Tunisia: «I legami tra i nostri Paesi sono storici, ma oggi si rafforzano nel segno dell’innovazione e dello sviluppo condiviso. Il ponte Sicilia-Tunisia rappresenta una piattaforma naturale tra Africa ed Europa. Progetti come Step-Ol dimostrano che è possibile costruire modelli replicabili di integrazione agricola e sostenibilità». In prima linea anche i giovani imprenditori della filiera siciliana, come Alfio Consoli, che hanno raccontato la rinascita agricola di territori segnati in passato dall’abbandono. «C’è una nuova generazione che sta riscoprendo la terra con un approccio più tecnico e professionale. Le tecnologie ci aiutano a migliorare la qualità, ma serve anche una visione, una cultura agricola adeguata al tempo in cui viviamo». Per Consoli, il cambiamento in atto ricorda quanto accaduto nel settore vinicolo siciliano: «Un tempo il vino era una produzione indistinta. Oggi è simbolo di eccellenza. Con l’olio stiamo vivendo un passaggio simile. La qualità ha bisogno prima di tutto di una mentalità, non solo di strumenti». Step-Ol si configura quindi non come un semplice progetto agricolo, ma come una vera piattaforma di diplomazia verde e trasformazione tecnologica. In un Mediterraneo fragile ma centrale per gli equilibri ambientali e alimentari globali, il progetto si propone come uno dei modelli più avanzati di resilienza agricola e cooperazione euromediterranea.
Il ruolo della cooperativa Apo nella filiera olivicola
La Società cooperativa agricola produttori olivicoli (Apo), costituita il 15 dicembre 2005, associa circa 1.350 soci con uliveti distribuiti nelle province di Catania, Siracusa e Ragusa. La cooperativa ha promosso e presentato il disciplinare di produzione delle Dop “Monti Iblei” e “Monte Etna”, appartenenti a territori le cui caratteristiche peculiari consentono di ottenere oli extravergini di elevata qualità, e successivamente anche del marchio Igp Sicilia. In costante crescita, la cooperativa è aperta a tutti i produttori olivicoli e agli operatori della filiera, con l’obiettivo di costruire una strategia di cooperazione capace di rispondere alle esigenze del territorio e del mercato, attraverso un’offerta coordinata e riconoscibile di prodotto di qualità.
Dal pomodoro commodity al prodotto identitario: il caso Sapìto
Nel settore orticolo, negli ultimi anni alcune aziende agricole stanno sperimentando un approccio diverso, intervenendo proprio sul tema dell’identità del prodotto. Il pomodoro fresco, infatti, resta in gran parte una commodity, cioè una materia prima alimentare con differenze qualitative limitate tra produttori. Il prezzo è determinato principalmente dal rapporto tra domanda e offerta: varietà e calibro rappresentano le principali leve di scambio, mentre l’identità del produttore rimane spesso sullo sfondo, con pochi casi riconoscibili attraverso il nome dell’azienda. In questo contesto si inserisce Sapìto, il marchio con cui Poggio del Cardo, azienda agricola siciliana attiva da anni nel settore, identifica il proprio pomodoro. La produzione è localizzata nel sud-est della Sicilia, nel territorio costiero tra Portopalo e Pachino, in provincia di Siracusa, un’area storicamente vocata alla coltivazione del pomodoro dove la vicinanza al mare influisce direttamente sulle condizioni produttive.

I pomodori Sapìto
Il microclima locale è caratterizzato da forte luminosità, ventilazione costante e dalla presenza di acque con componente salmastra, fattori che incidono sullo sviluppo delle piante e sulle caratteristiche del frutto. In questo contesto ambientale, Poggio del Cardo ha scelto la coltivazione idroponica, una tecnica fuori suolo che consente di gestire in modo controllato l’apporto idrico e nutrizionale, riducendo il consumo di acqua e il contatto diretto con il terreno. L’idroponica, ricordiamo, permette una maggiore stabilità del processo produttivo e un controllo più preciso dei residui, con effetti anche sulla riduzione del contenuto di nickel, elemento rilevante per una parte crescente di consumatori. La produzione comprende diverse varietà di pomodoro fresco - tra cui datterino rosso, datterino giallo e ciliegino - coltivate interamente in ambiente controllato.
La scelta di brandizzare il pomodoro rafforza il legame con il canale tradizionale dei mercati all’ingrosso, portando visibilità e identità in una filiera storicamente anonima. Nel caso di Sapìto, il prodotto viene associato a un nome preciso, rendendo esplicita la responsabilità produttiva in un segmento in cui l’anonimato resta la norma. Il brand diventa così uno strumento per distinguere un pomodoro legato a un territorio specifico e a precise scelte tecniche, senza separare il prodotto dal contesto produttivo e dalle modalità di controllo della qualità lungo tutta la filiera. Questo lavoro è stato riconosciuto recentemente a Berlino, dove Sapìto ha ottenuto il primo premio nella categoria “Trasporto” nell’ambito del Best Fruit & Veg Box, riconoscimento promosso da Bestack, myfruit.it e Cso Italy per valorizzare le migliori soluzioni di packaging ortofrutticolo in cartone ondulato, con particolare attenzione a innovazione, sostenibilità e performance lungo la supply chain. La produzione dell’intera gamma di varietà è destinata prevalentemente ai mercati all’ingrosso.
Altri progetti che puntano su identità e innovazione
Oltre alla storia di Sapìto, altre realtà stanno seguendo una linea simile, puntando su identità, innovazione e valorizzazione del prodotto. Ioppì, ad esempio, è nata per valorizzare un prodotto spesso poco considerato nell’ortofrutta italiana: il cetriolo. Attraverso un naming distintivo e un packaging innovativo, il progetto ha ottenuto un riconoscimento a Berlino ed è entrato in diverse catene della grande distribuzione organizzata. Un’altra realta è quella di Fonteverde, legata al Consorzio della carota dell’area di Ispica, che ha intrapreso un percorso di rinnovamento profondo del processo di selezione e confezionamento del prodotto. L’introduzione di nuovi impianti 5.0 ha portato non solo innovazione tecnologica, ma anche una riconversione delle competenze degli addetti e dei responsabili di impianto, ridefinendo l’organizzazione produttiva della filiera. In tutte queste esperienze emerge un filo conduttore comune: la volontà di superare il modello agricolo basato esclusivamente sulla quantità per costruire sistemi produttivi fondati su identità, tecnologia, cooperazione e qualità riconoscibile nel tempo.