Risulta difficile, e in parte presuntuoso, scrivere oggi di Carlo Petrini, da una giornata nella quale la sua morte è già diventata formula di agenzia. La sua fine era attesa, e questo ci dispone al lutto in maniera più composta. Eppure, proprio nel correre di queste ore, mentre la retorica del cordoglio lavora già a renderlo inoffensivo, occorre dire subito che il messaggio di Petrini fu, ed è, una forza di rottura dentro la storia materiale del nostro tempo; più denso di significati, più carico di conseguenze, di un uomo che ha diretto per quarant’anni un processo di trasformazione civile intorno al cibo. È morto colui che ha sottratto il mangiare alla sua innocenza.
L’uomo che ha reso il cibo una questione pubblica
Non è enorme? È enorme, certo. Ma ancora non centra il punto. Prima che la sua idea diventasse, da Bra, una rete internazionale, il cibo era per molti un fatto privato, al più estetico. Dopo Petrini, è diventato una questione pubblica. L’atto più quotidiano si è trovato legato alla condizione dei contadini, alla giustizia sociale, alla sopravvivenza di comunità e saperi esposti alla cancellazione industriale.

Con Carlo Petrini il cibo è diventato una questione pubblica
Una cosa preme dire subito, scostandoci dalla commemorazione più facile del gastronomo colto e del fondatore generoso. Se un punto certo vogliamo aggiungere a Petrini, ed è ciò che lega la sua azione alla nostra epoca, esso consiste nel suo avere spostato il cibo nella sfera del conflitto. Buono, pulito e giusto, le tre parole più citate e forse più consumate del suo lessico, ci dicono che il piacere ha una responsabilità, che la produzione ha un costo sociale e che il consumo modifica i rapporti di potere.
Dalla provincia al mondo: l’origine di una rivoluzione culturale
Perché questo messaggio ci viene da una città di provincia, da un mondo lontano dai centri dove l’economia alimentare mondiale prende le sue decisioni, da una cultura di osterie, cooperative, cattolicesimo sociale e sinistra popolare? Come è avvenuto che, mentre il cibo veniva accelerato dalla grande distribuzione e dall’industria, il richiamo più alto alla dignità alimentare nascesse da un uomo che parlava di lentezza? È avvenuto perché Petrini ha visto prima di molti la crisi del sistema alimentare come crisi generale della modernità. Ha capito che la ricchezza dei paesi avanzati nascondeva una povertà nuova.

Carlo Petrini ha capito che la ricchezza dei paesi avanzati nascondeva una povertà nuova
Perdita di saperi, omologazione dei sapori e separazione fra chi produce e chi consuma. Ha capito che l’abbattimento del prezzo poteva comportare l’abbattimento della dignità del lavoro, che la disponibilità permanente di merci poteva cancellare stagioni e paesaggi. In quel punto il suo discorso diventa nostro, perché descrive una società che crede di possedere tutto e intanto perde il controllo della propria alimentazione. Una società capace di portare cibo ovunque, in qualunque momento, rivela una fragilità interna profonda. La sua abbondanza dipende spesso da rapporti opachi, da filiere lunghe, da lavori mal pagati, da territori sfruttati oltre la loro capacità di reggere.
“Buono, pulito e giusto”: il cibo come conflitto sociale
Buono, allora, perché il piacere sottrae il cibo alla pura funzione biologica. Pulito, perché la produzione alimentare riguarda il suolo, l’acqua, l’aria, gli animali e le piante. Giusto, perché al centro sta il lavoro, con la sua dignità e con la sua remunerazione. Ha lanciato questo messaggio quando il discorso pubblico sul cibo stava andando verso una crisi di identità. Da una parte il consumo rapido, dall’altra una gastronomia sempre più incline alla distinzione sociale. Il suo ritorno alla terra, alla biodiversità e al contadino è la vera e unica radicalità possibile. È l’idea di una trasformazione continua del rapporto fra l’uomo, il lavoro e le risorse.
È stato anche uno straordinario richiamo morale. Perché chi si ribella, se non l’uomo che rifiuta la subordinazione al dominio di un’economia che decide cosa deve mangiare una società prima ancora che quella società possa riconoscere ciò che perde? Petrini ha parlato il linguaggio della libertà dal consumo passivo, dall’omologazione e dall’idea che il mercato possa sostituire il giudizio umano.
Slow Food come movimento inquieto e in trasformazione
Questo ha fatto di lui un fondatore diverso dai custodi ordinari delle istituzioni. Ha creato un movimento e al tempo stesso ha continuato a inquietarlo, perché sapeva che anche Slow Food poteva diventare un marchio. Contro questo rischio ha giocato la carta più difficile di allargare sempre il campo. Dal piacere alla biodiversità, dai Presìdi a Terra Madre, dalle comunità del cibo all’Università di Pollenzo, dalle campagne educative alle Comunità Laudato si’. Ha spinto il suo mondo a ricominciare, più volte, prima che la forma conquistata diventasse agio. Ha portato il paese, e una parte del mondo, a una tensione nuova. Prima di Petrini il cibo poteva essere trattato come costume. Dopo Petrini contiene, per chi voglia vederlo, la radice di una verità più grande: il modo in cui mangiamo dice il modo in cui organizziamo la società. In questo, con parole che Rossana Rossanda usò per tutt’altra storia, resta quella “radice di verità” per cui oggi diciamo di essere slow, o vorremmo esserlo.