La scelta di servire esclusivamente acqua in bottiglia nei ristoranti non viola alcuna norma. Lo ha confermato la Cassazione pronunciandosi sul caso di una cliente che aveva contestato il divieto di consumare acqua del rubinetto durante un soggiorno in hotel. Una decisione che riaccende il dibattito su prezzi dell’acqua, coperto, sostenibilità e obblighi informativi verso i clienti. La decisione continua ad alimentare interrogativi su trasparenza, sostenibilità e diritto di accesso all’acqua potabile nei pubblici esercizi, ma anche il rapporto tra libertà d’impresa e tutela del consumatore, il peso crescente dei costi accessori al ristorante, la questione del coperto e il business dell’acqua microfiltrata.
Il caso: hotel di lusso e acqua solo a pagamento
La vicenda nasce in un hotel di lusso di Corvara in Badia (Bz), dove una cliente in mezza pensione “bevande escluse” ha contestato la mancata possibilità di consumare acqua di rete durante i pasti. L’unica opzione era l’acqua minerale in bottiglia, venduta a 10 euro. La cliente aveva anche chiesto di poter pagare comunque l’acqua del rubinetto, senza successo. Da qui il ricorso, con richiesta di risarcimento, poi respinto.
Per la Cassazione nei ristoranti non c'è nessun obbligo di servire acqua del rubinetto
La decisione: nessun obbligo normativo
I giudici hanno confermato che non esiste alcuna norma che imponga a ristoranti e strutture alberghiere di servire acqua del rubinetto. La scelta resta nella sfera organizzativa e commerciale del gestore. Alessandro Klun (collaboratore di Italia a Tavola, autore del libro "A cena con diritto ed esperto di questioni legali relative al mondo della ristorazione e dell'accoglienza) inquadra la decisione nel perimetro costituzionale e contrattuale: «Dal punto di vista strettamente giuridico, la pronuncia si fonda sul principio della libertà d’iniziativa economica privata sancito dall’articolo 41 della Costituzione. L’imprenditore, salvo limiti imposti dalla legge o dalla tutela della salute pubblica, conserva il potere di determinare le modalità del servizio, selezionare i beni somministrati e stabilirne il corrispettivo economico. Pertanto, l’assenza di acqua di rete tra le opzioni offerte non costituisce, di per sé, una violazione di legge».
Il profilo contrattuale e il tema trasparenza
La sentenza si inserisce anche nel rapporto tra offerta e scelta del consumatore. Klun sottolinea come il pagamento dell’acqua imbottigliata rientri nella normale dinamica contrattuale del servizio: «In altri termini, il pagamento della bottiglia d’acqua rappresenta l’effetto di una libera scelta contrattuale, non di un comportamento illecito del gestore».
Alessandro Klun, esperto di diritto in cucina
Resta però aperto il fronte della tutela del consumatore. Il quadro normativo non impone la somministrazione di acqua di rete, ma non esonera gli operatori dagli obblighi informativi: «Sotto il profilo del diritto dei consumatori, la vicenda pone comunque interrogativi rilevanti. Sebbene non esista un obbligo di servire acqua del rubinetto, resta fermo il dovere di trasparenza previsto dal Codice del Consumo: il cliente deve essere messo nelle condizioni di conoscere preventivamente prezzi, caratteristiche del servizio e condizioni economiche applicate. Qualora vi fossero omissioni informative, indicazioni ingannevoli o pratiche commerciali scorrette, potrebbero invece emergere profili di responsabilità»
Coperto, acqua microfiltrata e costi accessori
La pronuncia riaccende anche il confronto sui costi accessori nella ristorazione italiana. Il tema del coperto continua infatti a dividere consumatori e operatori, soprattutto nei casi in cui il servizio percepito dal cliente non appare proporzionato al costo richiesto. Parallelamente cresce la diffusione dell’acqua microfiltrata, proposta sempre più spesso come soluzione sostenibile ma venduta con ricarichi significativi rispetto ai costi reali. Anche in questo caso, il cliente non sempre può scegliere alternative differenti.

Un dibattito ancora aperto
La decisione della Cassazione chiude il piano strettamente giuridico, ma lascia aperta una riflessione più ampia sul ruolo dei pubblici esercizi e sul rapporto con il consumatore. Klun evidenzia una possibile evoluzione futura: «Rimane aperto il dibattito sull’opportunità di un futuro intervento legislativo volto a garantire almeno l’accesso all’acqua potabile nei pubblici esercizi, in linea con esigenze di sostenibilità, tutela del consumatore e funzione sociale dell’attività economica.»