C'è un'immagine che restituisce meglio di ogni altra il lavoro di Andrea Carpentieri in Brasile: quella di un missionario. Non in senso religioso, ma gastronomico. Da quasi dieci anni diffonde la cultura della cucina italiana nell'entroterra del Paese, in un'area dove la gastronomia nostrana non gode della stessa familiarità che ha nelle grandi città come nella capitale Brasilia oppure a Rio de Janeiro. Quando nel 2017 ha aperto Bottega Coppola a Montes Claros, città di oltre 400mila abitanti nello Stato di Minas Gerais (di cui oggi è anche rappresentante della Camera di commercio italiana), sapeva bene che non sarebbe bastato appendere il tricolore all'ingresso o scrivere "ristorante italiano" sull'insegna. Sarebbe stato invece necessario creare una cultura, costruire fiducia e insegnare, giorno dopo giorno, che la cucina italiana, oltre a essere buona - la più buona, ce ne vorranno i cugini francesi -, è molto più ampia dei pochi piatti con cui viene identificata nel mondo.
Dalla Campania al Brasile, passando per Londra
È questo, in fondo, il filo conduttore della sua storia: partire dalle basi per arrivare, con pazienza, a raccontare un'Italia gastronomica più ricca e meno prevedibile. Una storia che, come detto, è cominciata molto lontano dal Brasile. Nato a Cuneo da una famiglia originaria di Salerno, Carpentieri è cresciuto nella città campana, dove ha frequentato l'istituto alberghiero e mosso i primi passi nel mondo dell’ospitalità. Poi gli stage in Svizzera e in Germania, fino al trasferimento che gli ha cambiato la vita: Londra. Lì, nella capitale britannica, è rimasto ben undici anni. Lì ha studiato amministrazione contabile, ha lavorato nell'importazione e distribuzione di vino italiano e, soprattutto, ha conosciuto Amanda, che sarebbe diventata negli anni a seguire sua moglie.
L'imprenditore Andrea Carpentieri
Quando la coppia ha deciso di trasferirsi in Brasile, per motivi familiari, il percorso personale si è intrecciato con quello professionale. In quegli stessi anni è infatti nata la collaborazione con Coppola Foods, storica azienda campana specializzata nella trasformazione del pomodoro, guidata dalla quarta generazione della famiglia e rappresentata da Ernesto Coppola, padrino di Andrea. L'obiettivo era svilupparne il mercato in Sudamerica e, parallelamente, aprire un ristorante che diventasse la vetrina naturale di quei prodotti. Così, nel 2017, ha preso forma Bottega Coppola.
La sfida di portare la cucina italiana nell'entroterra brasiliano
Fin qui potrebbe sembrare la storia di tanti imprenditori italiani che hanno scelto l'estero. La differenza, però, sta nel luogo. Come anticipato in apertura, Carpentieri si è ritrovato a costruire il suo progetto a Montes Claros, nell'entroterra del Minas Gerais, una realtà molto diversa dalle grandi metropoli brasiliane. Qui la presenza italiana è decisamente meno radicata rispetto a San Paolo, dove la comunità di origine italiana è tra le più numerose al mondo, o a Rio de Janeiro, dove il turismo internazionale rende la cucina italiana una scelta quasi naturale: «A Montes Claros i locali più frequentati sono le steakhouse, i ristoranti giapponesi e le hamburgherie. La cucina italiana non rientra nemmeno tra le prime tre preferenze. A San Paolo, invece, il primo posto è occupato dalla cucina italiana. Così come per Rio».
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Proprio per questo, costruire un ristorante italiano nell'entroterra del Minas Gerais ha richiesto un percorso completamente diverso rispetto a quello che avrebbe affrontato nelle grandi città. Prima ancora di far conoscere una cucina sfaccettata, è stato necessario convincere le persone a entrare in un ristorante italiano. Un lavoro lento, fatto di piccoli passi, che richiama davvero la figura del missionario evocata all'inizio di questa storia: arrivare in un territorio nuovo, conquistare la fiducia della comunità e, solo dopo, trasmettere la propria cultura - in questo caso, quella gastronomica. Un metodo seguito, appunto, da Carpentieri fin dagli inizi.
Il lavoro per attirare l'attenzione e conquistare la fiducia
In primis ha infatti lavorato sulla comunicazione, poi sui piatti più riconoscibili e soltanto in un secondo momento ha iniziato ad allargare gli orizzonti della clientela: «Abbiamo fatto campagne pubblicitarie molto semplici, spiegando che eravamo un vero ristorante italiano, con cucina italiana originale». Una strategia apparentemente elementare, ma fondamentale in un contesto dove la cucina italiana non rappresentava, e tuttora non rappresenta, una scelta abituale. È stato un percorso di educazione gastronomica, più che di semplice ristorazione, costruito anno dopo anno senza pretendere di cambiare le abitudini del territorio dall'oggi al domani.
Da Bottega Coppola sono disponibili diversi risotti
Proprio perché quel rapporto di fiducia si è consolidato nel tempo, il menu ha potuto evolversi insieme ai clienti. L'obiettivo non è mai stato rinunciare ai grandi classici, che continuano a essere una porta d'ingresso fondamentale verso la cucina italiana, ma utilizzarli come punto di partenza per raccontare qualcosa di più. Così, accanto a carbonara, lasagne e pizza, hanno progressivamente trovato spazio preparazioni che fuori dall'Italia non sono così scontate: arancini, gnocchi, polenta con ragù di salsiccia, parmigiana di melanzane, baccalà confit e diversi risotti, dai porcini al gorgonzola e noci. È il segno più evidente della crescita del locale, ma anche della curiosità maturata dalla clientela, ormai sempre più incline a scoprire una cucina italiana molto più ampia rispetto a quella dei piatti universalmente conosciuti.
La polenta con ragù di salsiccia di Bottega Coppola
Compromessi, autenticità all'estero e gestione delle persone
Questo, però, non significa che il lavoro sia finito o che non richieda continui aggiustamenti. Fare ristorazione all'estero significa confrontarsi ogni giorno con gusti, abitudini e aspettative diverse da quelle italiane, trovando un equilibrio fra autenticità e sostenibilità economica. Carpentieri ammette di aver dovuto, nel tempo, scendere anche a qualche compromesso per rispondere alle preferenze della clientela locale (ricordiamo, ancora una volta, totalmente differente da quella delle città più note), senza però perdere di vista l'obiettivo principale: far crescere, passo dopo passo, la cultura della vera cucina italiana. Per lui il compromesso è uno strumento per conquistare fiducia e creare nuove occasioni di scoperta, non un modo per rinunciare alla propria identità gastronomica.
La sala del ristorante Bottega Coppola di Montes Claros (Brasile)
È una distinzione che torna anche quando si parla di ingredienti. Per Carpentieri, infatti, l'autenticità all'estero non coincide con l'utilizzo esclusivo di prodotti importati dall'Italia, ma con la coerenza dell'intero progetto gastronomico. «Non esistono ristoranti italiani che all'estero usano il 100% di prodotti importati. È impossibile» dice. Alcune materie prime arrivano dal Brasile, come la mozzarella, acquistata da un produttore locale che negli anni ha conquistato anche riconoscimenti internazionali. Altre vengono importate direttamente dall'Italia grazie al lavoro di distribuzione sviluppato con Coppola Foods. «La base deve avere un'anima molto italiana. Per noi il pomodoro è la Bibbia». Un principio che va oltre il semplice elenco degli ingredienti e mette al centro ciò che rende davvero riconoscibile una cucina: il rispetto delle ricette, delle tecniche e dell'identità culturale che le accompagna.
Il pomodoro è un ingrediente sacro nel ristorante di Andrea Carpentieri
La stessa attenzione emerge anche nella gestione del ristorante. Oggi Bottega Coppola lavora con una squadra di dieci collaboratori, tutti brasiliani. All'inizio dell'avventura Carpentieri aveva fatto arrivare dall'Italia un pizzaiolo salernitano, che in seguito ha lasciato il progetto per motivi personali. Da quel momento ha scelto di investire con convinzione sulla formazione del personale locale, considerandola parte integrante della propria missione. Corsi di aggiornamento, partecipazione alle principali fiere del comparto e crescita professionale sono diventati elementi centrali del progetto. «Il segreto oggi si chiama gestione delle persone». Una convinzione maturata durante gli anni trascorsi a Londra, quando lavorava come cameriere mentre studiava: «Cerco sempre di evitare le regole rigide che sono state applicate a me». Per questo punta su flessibilità, dialogo e valorizzazione dei collaboratori, convintissimo che la qualità di un ristorante dipenda anche dall'ambiente di lavoro che riesce a costruire.
Una missione che continua, un piatto alla volta
Detto questo, dopo quasi dieci anni trascorsi in Brasile, Carpentieri considera ormai quel Paese la propria casa. Eppure, continua a viverlo con lo stesso spirito con cui vi era arrivato: quello di chi sente di avere una missione da portare avanti. Perché, se la vita lo ha condotto lontano dall'Italia, il suo obiettivo è rimasto lo stesso: diffondere la cultura della nostra cucina, un piatto alla volta, anche adattandosi ai gusti locali senza mai rinunciare alla propria identità, in una parte del Brasile dove c'è ancora molto, moltissimo da raccontare.
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