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da Alto Rooftop

A Cervia c'è attesa per il nuovo menu ittico-vegetale di Leonardo D’Ingeo

di Redazione CHECK-IN
23 gennaio 2026 | 16:37

C’è molta attesa per il debutto di Leonardo D’Ingeo nella cucina di Alto Rooftop, ristorante e tapas bar all’interno della Villa del Mare Spa Resort di Cervia (Ra). In queste settimane lo chef, insieme alla brigata, sta ultimando il lavoro sul nuovo menu che accompagnerà la riapertura del ristorante, fissata per il prossimo 1° aprile; al momento il locale è infatti aperto nella sua veste di tapas bar. La nuova proposta, apprendiamo, sarà centrata su una cucina di mare, in dialogo diretto con l’Adriatico, affiancata da una marcata componente vegetale e dall’utilizzo di materie prime di respiro cosmopolita. Un’impostazione che si inserisce con naturalezza nell’identità di Alto, pensato fin dall’origine come uno spazio di dialogo fra cucina, bar e una visione più ampia dell’ospitalità.

Leonardo D’Ingeo, il nuovo chef di Alto Rooftop
Leonardo D’Ingeo, il nuovo chef di Alto Rooftop

La storia del ristorante Alto Rooftop

Nato dall’evoluzione di un percorso imprenditoriale iniziato nel 1995 da Claudio Amadori con Le Giare, ristorante aperto a Montiano nelle cantine del villino di famiglia, dal 2020 Alto Rooftop ha concentrato qui tutte le energie e gli investimenti, dando appunto forma a un progetto che oggi riunisce in un unico spazio cucina, mixology, ospitalità, design, musica e una dimensione estetica dichiarata. Un rooftop che guarda l’Adriatico e intercetta una clientela internazionale, poco interessata ai rituali del fine dining più rigido e molto più curiosa di vivere un luogo che cambia volto durante la giornata. Qui lo chef diventa parte di un ecosistema più ampio, chiamato a dialogare con gli altri linguaggi e, soprattutto, come detto, con il bar, guidato da Niccolò Amadori, per costruire una narrazione comune fra piatti e drink.

Niccolò Amadori, responsabile del bar di Alto Rooftop
Niccolò Amadori, responsabile del bar di Alto Rooftop

La cucina di Leonardo D’Ingeo

Tornando allo chef e alla sua filosofia, D’Ingeo porta con sé un vocabolario preciso fatto di sapori pieni, rotondi, stratificati, e una memoria gustativa che affonda nel Sud ma trova nell’Adriatico un nuovo terreno di confronto. L’idea è quella di una cucina intesa comeparco giochicontrollato, dove fermentazioni, ossidazioni, acidità e concentrazioni spinte convivono con una forte coscienza del risultato finale e della sostenibilità del modello. Non esercizi fini a se stessi, dunque, ma una ricerca che si misura ogni giorno con il contesto reale di un locale vivo, attraversato da pubblici diversi e da ritmi non sempre prevedibili.

La sala del ristorante di Alto Rooftop
La sala del ristorante di Alto Rooftop

«In questo nuovo capitolo avevo bisogno di tornare a spingere, di respirare aria fresca e misurarmi con un contesto più grande - ha commentato lo chef. In Claudio Amadori ho riconosciuto un imprenditore con visione, esperienza nell’alta ristorazione e la capacità di darmi libertà creativa dentro un progetto strutturato. È proprio nell’incastro tra la sua visione imprenditoriale e la mia fame di crescita che vedo il terreno ideale per far evolvere la mia cucina e trasformare questo spazio in un laboratorio continuo di contaminazione tra bar e cucina».

Chi è Leonardo D’Ingeo

Figlio e nipote di casari, D’Ingeo è cresciuto in un contesto in cui il prodotto, la trasformazione del latte e la manualità artigiana facevano parte della quotidianità, costruendo fin da subito un rapporto istintivo con il gusto e con la qualità. A 15 anni, mentre frequentava l’alberghiero, ha scelto di iniziare a lavorare e a viaggiare nei periodi extrascolastici, alternando lo studio alle prime esperienze professionali. Le prime stagioni lo hanno portato tra il lago di Garda e Cervia, in cucine legate alla tradizione e all’ospitalità alberghiera. Il passaggio in Puglia ha rappresentato un momento decisivo: tra Trani, Corato e Bari, al fianco di Antonio Bufi, ha maturato una prima consapevolezza autoriale. Sono seguite esperienze all’estero, tra cui Parigi da Robuchon, e soprattutto i quattro anni trascorsi da Carico, tappa che ha segnato il vero punto di svolta del suo percorso. Qui D’Ingeo ha lavorato su una cucina internazionale, libera e contaminata, sviluppando un ritmo creativo quotidiano e un’apertura costante a tecniche e linguaggi diversi.

Un passaggio che guarda avanti, senza strappi

Insomma, l’arrivo di Leonardo D’Ingeo ad Alto Rooftop segna un passaggio coerente e allo stesso tempo ambizioso. Coerente, perché si inserisce in una visione già chiara di ristorazione come esperienza corale; ambizioso, perché rilancia il progetto su un piano di ricerca quotidiana, fatta di dialoghi e nuove contaminazioni. Un equilibrio sottile, che si gioca sul tempo lungo e sulla capacità di leggere il presente senza rincorrere mode passeggere. Qui, più che altrove, sarà il lavoro quotidiano a raccontare se la scommessa è vinta.

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