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oltre il piatto

Il Callianino e una sostenibilità quotidiana fatta di cucina e persone

Giulia Marruccelli
di Giulia Marruccelli
11 maggio 2026 | 08:30

Della sostenibilità in ristorazione si parla quasi sempre allo stesso modo: materie prime, stagionalità, zero sprechi, filiere corte. Argomenti seri, certo. Ce n’è però una versione meno fotogenica, e forse più decisiva, che riguarda i conti a fine mese, gli stipendi pagati con puntualità, gli orari che permettono a chi lavora in cucina e in sala di avere ancora una vita fuori dal ristorante. Di questa si parla poco. Anche perché non si fotografa.

Al Callianino, la sala
Al Callianino, la sala

Eppure è lì che si gioca una parte essenziale della partita. Un ristorante è sostenibile anche quando riesce a mantenere una famiglia, riconosce il lavoro di chi lo manda avanti, costruisce un ritmo di servizio che non consuma le persone. È uno dei nodi più scomodi della ristorazione contemporanea: prima della creatività di un piatto, c’è una struttura economica che deve reggere.

Il passo del bistrot contemporaneo

Al Callianino, a Montecchia di Crosara (Vr), tutto questo non diventa proclama. Si percepisce nel modo in cui il locale tiene insieme cura e semplicità. Ha il passo del bistrot contemporaneo: giovane, accogliente, attento nei dettagli senza diventare rigido. Un posto dove si entra con naturalezza, ma dove nulla sembra lasciato al caso.

Battuta di Neanderthal - Al Callianino
Battuta di Neanderthal - Al Callianino

In cucina c’è Alberto Mori, in sala la moglie Ivana Firulesko: una coppia di lavoro e di vita che ha costruito il ristorante senza separare del tutto impresa, famiglia e quotidianità. Anche il nome nasce da lì, dal soprannome d’infanzia di Alberto: Callianino. Una cosa privata, familiare, rimasta nell’insegna senza bisogno di essere spiegata troppo.

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Dalla pasta fatta a mano alla Battuta di Neanderthal

La proposta segue lo stesso registro: stagionale, diretta, con una parte vegetale pensata davvero e non inserita in carta per dovere d’aggiornamento. All’ingresso, il carrello della pasta fatta a mano vale già come dichiarazione d’intenti, prima ancora del menu. Gli asparagi in tempura con insalata russa giocano sul morso: l’asparago resiste appena, la maionese lega senza appesantire. Tra i primi, le pappardelle hanno il giallo dell’uovo e arrivano su una passatina di piselli che non copre, ma accompagna. Sopra, i piselli interi, sgranati a mano, ancora dolci. Poi gli gnocchetti piccoli, avvolti da una crema di gorgonzola verde alle erbe, con noci spezzate: il formaggio si sente, ma non prende tutta la scena.

La faraona arrotolata arriva in fette, con una grattata di tartufo nero. Spinacino saltato, fondo color nocciola, qualche goccia d’olio: la carne ha consistenza, il tartufo resta presente senza invadere, la parte verde fa da contrappunto. Poi c’è la Battuta di Neanderthal, piatto signature nato dopo una cena in un tristellato: con midollo nell’osso, maionese alla senape, senape à l’ancienne. Scenografica, identitaria, sopra le righe quanto basta. Funziona perché ha qualcosa di fisico e conviviale: tira dentro, invece di tenere a distanza. È il momento in cui la cucina si lascia andare.

Una sala che accompagna, prezzi che misurano

Il resto passa dalla sala. Ivana accompagna senza incalzare, il servizio resta sciolto, il tono è quello di un posto curato ma non intimidatorio. Anche la carta dei vini segue questa linea: territorio in primo piano, qualche naturale, qualche apertura francese, senza trasformare la scelta in esercizio di stile.

Al Callianino, la sala
Al Callianino, la sala

Oltre alla carta, due menu degustazione: “Piacere Al Callianino” a 40 euro e “Adesso” a 60 euro. Raccontano un’idea di ristorazione che vuole restare accessibile e sa quanto sia delicato far convivere qualità, costi del lavoro e ritorno del cliente. Il Callianino sta in piedi anche per questo: lavora senza bruciarsi, fa tornare le persone, dà valore al mestiere. E oggi vale quanto un’idea nel piatto.

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