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nuovo assetto

Tratto e l’evoluzione della champagneria torinese che ha trovato la sua cucina

Piera Genta
di Piera Genta
04 maggio 2026 | 12:53

A Torino ci sono locali che cambiano pelle senza cancellare quello che sono stati. Tratto è uno di questi. Per molti resta ancora una champagneria, e in parte lo è ancora: la parete di bottiglie è lì, il nero domina, la musica accompagna senza invadere. Ma oggi dietro c’è una cucina che regge il passo. Non è un’aggiunta, è un cambio di assetto.

La sala del ristorante Tratto a Torino
La sala del ristorante Tratto a Torino

Due figure, un equilibrio chiaro

Il progetto si basa su due figure. In cucina Luca Tomaino, radici piemontesi e calabresi e un passaggio alla scuola di Gualtiero Marchesi, che si traduce in controllo e misura, senza bisogno di dimostrazioni. In sala Simona Beltrami, che ha lasciato uno stellato per costruire qui un ruolo pieno: accoglienza, direzione, vino. La sua presenza dà coerenza al percorso, senza rigidità.

Lo chef Luca Tomaino
Lo chef Luca Tomaino

Una cucina essenziale, costruita sulla materia

La cucina lavora sulla materia prima e su costruzioni pulite. Gli snack dicono già tutto: gambero rosso di Mazara del Vallo e polvere di lievito di birra, essenziale; oppure pane, burro e acciughe, dove conta la qualità prima ancora dell’idea. Il Vitello “ston-N-ato” è il piatto più rappresentativo: carpaccio di manzo, katsoubushi, maionese alla colatura di alici, palamita marinata nella soia e fondo bruno a chiudere. Un incastro che tiene insieme riferimenti diversi senza perdere leggibilità.

La cucina si concentra sulla qualità della materia prima, valorizzata attraverso costruzioni pulite
La cucina si concentra sulla qualità della materia prima, valorizzata attraverso costruzioni pulite

Nei primi la linea resta la stessa: maccheroncini di Campofilone con cozze, jam di limoni ed essenza di peperoncino, giocati su equilibrio più che su contrasto. La formula è chiara: carta oppure degustazione da cinque portate più dessert, a 80 euro. Prezzo coerente con l’impostazione.

La carta vini come dichiarazione di intenti

La carta dei vini è il vero snodo del progetto. Non rinnega l’origine del locale, ma la rilegge. Nella sezione Champagne convivono etichette come Dom Pérignon Vintage, Krug Grande Cuvée e Louis Roederer Cristal con produttori come Marguet, Laherte Frères e Maison Bedel. Non è un elenco, è una posizione: mettere sullo stesso piano maison e vigneron, senza gerarchie evidenti. Il territorio entra senza forzature.

La carta dei vini definisce l’identità del progetto senza forzature
La carta dei vini definisce l’identità del progetto senza forzature

Al calice si parte da Borgo Maragliano, Metodo Classico da Pinot Nero e Chardonnay, a nove euro. Un attacco diretto, che chiarisce da dove si guarda il resto della carta. Cucina e vini seguono lo stesso principio: niente sovrastrutture, ma scelte che tengono insieme chi cucina e chi serve. Tratto oggi funziona così: non ha cambiato identità, l’ha messa a fuoco.

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