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Ristoranti fotocopia (senza identità) e fine dining che cambia: cosa dicono gli chef

Dal rapporto fra memoria domestica e cucina professionale al senso della figura del cuoco oggi: al simposio Apci di Roma gli chef hanno discusso identità gastronomica, formazione e responsabilità culturale della ristorazione. Nel confronto guidato da Alessandro Pipero e Cristina Bowerman sono emersi dubbi e prospettive su lavoro, clienti e trasmissione delle ricette

di Redazione Italia a Tavola
13 marzo 2026 | 17:22
Ristoranti fotocopia (senza identità) e fine dining che cambia: cosa dicono gli chef

Chi custodisce davvero la tradizione gastronomica italiana? Le nonne, che tramandano ricette nelle cucine di casa, o i cuochi professionisti che quelle ricette le studiano, le reinterpretano e le portano nei ristoranti? E, allo stesso tempo, cosa sta succedendo alla ristorazione contemporanea, sempre più attraversata da locali che si somigliano tra loro mentre il fine dining sembra cambiare pelle? Sono due domande che attraversano da anni il dibattito gastronomico e che spesso trovano spazio anche nelle pagine di Italia a Tavola. Domande che toccano questioni profonde: l’identità della cucina italiana, il rapporto fra memoria domestica e professionalità, il rischio di una ristorazione standardizzata che perde legame con il territorio. Non è un caso che proprio da qui sia partito il confronto tra cuochi e ristoratori riuniti a Roma per il simposio tecnico 2026Le stelle della ristorazione academy”, l’incontro annuale promosso dall’Apci - Associazione professionale cuochi italiani, che si è tenuto il 10 marzo nella sede di Fipe-Confcommercio. Più che un convegno formale, un momento di discussione reale tra professionisti del comparto gastronomico, con oltre 100 chef associati Apci presenti.

Pipero: «Oggi molti ristoranti sembrano delle copisterie»

A mettere subito il dito nella piaga è stato Alessandro Pipero, patron del ristorante Pipero di Roma (una stella Michelin), che ha portato la discussione su uno dei problemi più evidenti della ristorazione contemporanea (e parecchio approfondito da Italia a Tavola): la perdita di identità. «Oggi molti ristoranti sembrano delle copisterie. Tutti uguali. Per capire invece come procedere bisogna imparare a "fare il cliente", girare per i locali e capire cosa funziona» ha detto senza giri di parola. Il ragionamento è semplice e diretto: in molti casi il problema non riguarda la qualità della cucina, ma la mancanza di personalità. Menu simili, ambienti simili, format replicati.

Alessandro Pipero, patron del ristorante Pipero di Roma
Alessandro Pipero, patron del ristorante Pipero di Roma

Sostanzialmente una ristorazione che rischia di diventare prevedibile, incapace di raccontare davvero un territorio o una visione. E per lo stesso Pipero la chiave non sta nel rifugiarsi dietro la parolatradizione”, ma nel lavorare sull’identità. Un ristorante deve infatti essere riconoscibile, coerente con il proprio luogo, con il proprio pubblico e con il tipo di esperienza che vuole offrire. In un momento storico in cui il pubblico è sempre più informato e abituato a viaggiare, questa coerenza diventa decisiva. Senza identità, la ristorazione perde forza narrativa e si riduce fondamentalmente a un esercizio di stile.

Bowerman: «Forse non è la fine del fine dining, ma della sua caricatura»

Un altro tema molto discusso negli ultimi anni (e, soprattutto, nelle ultime ore dopo lo scandalo di René Redzepi, chef del trisellato Noma di Copenaghen, e le dure parole di Igles Corelli su queste pagine) è quello del fine dining. C’è chi parla apertamente di crisi, chi sostiene che il modello dell’alta cucina sia arrivato a un punto di saturazione. Nel confronto con i cuochi Apci, Cristina Bowerman, chef patron del ristorante Glass Hostaria (una stella Michelin), ha offerto una lettura più lucida del fenomeno: «Forse - ha detto - non stiamo assistendo alla fine del fine dining, ma alla fine di una sua caricatura».

Cristina Bowerman, chef patron del ristorante Glass Hostaria
Cristina Bowerman, chef patron del ristorante Glass Hostaria

Negli ultimi anni, ricordiamo, l’alta cucina è stata spesso associata a menu sempre più lunghi, tecniche sempre più complesse e rituali che rischiavano di allontanare il cliente invece di coinvolgerlo. Oggi il pubblico è diverso. Viaggia di più, conosce culture gastronomiche differenti e cerca esperienze che abbiano senso. In questo contesto il fine dining non sparisce. Cambia. Si alleggerisce, si concentra sull’esperienza complessiva e sulla relazione con il cliente. «La cucina è sempre stata un luogo di disciplina. Forse oggi la sfida è farla diventare anche un luogo di sostenibilità umana» ha aggiunto Bowerman, toccando un altro tema centrale del comparto: il lavoro nelle brigate e l’organizzazione dei ristoranti.

Tradizione: tra memoria domestica e cultura professionale

In tutto questo, torna inevitabilmente la domanda iniziale: chi custodisce davvero la tradizione gastronomica italiana? Per molti la risposta resta nelle cucine di casa. La cucina italiana, prima ancora che nei ristoranti, vive nella dimensione domestica, nelle ricette tramandate di generazione in generazione. Eppure, la discussione tra i cuochi ha mostrato una prospettiva (molto) più ampia. Se la tradizione nasce nelle famiglie, sono spesso i cuochi professionisti a studiarla, a ricostruirne la storia e a portarla dentro una cucina contemporanea. Questo richiede una formazione diversa rispetto al passato. Non basta la tecnica. Servono conoscenza del territorio, consapevolezza culturale e capacità di raccontare il significato dei piatti. È in questo passaggio che la cucina diventa anche uno strumento di trasmissione culturale.

Il cuoco oggi e il valore della sala

Un altro interrogativo emerso con forza riguarda la professione stessa del cuoco. Fare questo lavoro oggi è ancora una scelta o rischia di diventare una forma di resistenza quotidiana? Tra i partecipanti è emersa una visione molto concreta. La cucina resta un lavoro duro, fatto di sacrifici, ritmi intensi e responsabilità. Allo stesso tempo continua a offrire una dimensione creativa e relazionale che pochi altri lavori possiedono. La vera sfida riguarda il futuro della professione. Trasmettere ai giovani una visione realistica della professione, senza nascondere le difficoltà ma senza nemmeno ridurre la cucina a un percorso impossibile.

Il valore di un ristorante nasce dalla sintonia tra sala e cucina
Il valore di un ristorante nasce dalla sintonia tra sala e cucina

Nel corso della discussione è emerso anche un tema spesso sottovalutato: il rapporto tra sala e cucina. Due mondi che, nella percezione comune, sembrano separati ma che in realtà funzionano soltanto quando lavorano insieme (un’altro tema, quello sulla valorizzazione della sala, su cui Italia a Tavola ha di recente spinto parecchio). L’esperienza di un ristorante nasce infatti dall’equilibrio tra ciò che accade nel piatto e ciò che accade al tavolo. Comprendere le aspettative del cliente, costruire una proposta coerente e raccontarla nel modo giusto richiede una collaborazione continua tra le due brigate.

Cucine regionali e identità gastronomica

Infine, la giornata romana ha avuto anche un momento dedicato alla cucina del territorio, con un pranzo degustazione ispirato alla tradizione romana. Un passaggio che ha ricordato quanto la cucina italiana sia fatta di identità locali. Conoscere le cucine regionali significa entrare nel cuore della gastronomia del Paese, dove ogni territorio conserva ingredienti, tecniche e storie differenti. Rendere queste cucine contemporanee senza snaturarle resta uno dei compiti principali dei cuochi di oggi (anche e soprattutto all’estero dopo il riconoscimento Unesco).

Montasio Cattel

Un confronto che riguarda tutta la ristorazione

Insomma, il simposio di Apci si è chiuso con una consapevolezza condivisa: la ristorazione italiana sta attraversando una fase di trasformazione. Le domande sulla tradizione, sull’identità dei ristoranti e sul futuro del fine dining non riguardano soltanto gli chef stellati o i ristoranti di alta gamma. Tocca tutto il comparto, dalla trattoria di quartiere ai locali più ambiziosi. Ed è proprio da confronti come questo che può nascere una riflessione più ampia sulla direzione della cucina italiana. Una cucina che continua a muoversi tra memoria e cambiamento, fra la cucina delle nonne e quella dei cuochi professionisti, fra il racconto della tradizione e la necessità di costruire nuovi linguaggi gastronomici.

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