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Sul Garda uno chef stellato lotta per dare al pesce di lago il valore che merita

Si chiama Andrea De Lillo, è del 1998, ha lavorato in grandi cucine ed è oggi lo chef del ristorante una stella Michelin “Nin” di Brenzone (Vr), dove racconta il Garda attraverso ciò che il territorio offre davvero. Per lui luccio, lavarello e sarde soffrono pregiudizi culturali rispetto al pesce di mare, ma hanno tutte le qualità per l’alta cucina

Antonella Silvestri
di Antonella Silvestri
12 giugno 2026 | 15:28
Sul Garda uno chef stellato lotta per dare al pesce di lago il valore che merita

C’è un ristorante sul bordo del lago di Garda, a Brenzone (Vr), che ha una stella Michelin e un’idea precisa di cosa significhi cucinare un territorio. Si chiama “Nin” e il suo chef, Andrea De Lillo, è del 1998, viene da Torbole (Tn) e ha lavorato all’Osteria Francescana di Massimo Bottura prima di tornare a casa con una visione chiara: raccontare il Garda attraverso quello che il Garda produce davvero.

La sala del ristorante Nin
La sala del ristorante Nin

Niente di più, niente di meno. La stagione 2026 è appena iniziata con tre nuovi percorsi degustazione - “Lago”, “Memoria”, “Nin” - e una parola che torna sempre nelle sue risposte: essenzialità. Di seguito, l’intervista al giovane chef del ristorante gardesano.

Intervista ad Andrea De Lillo

Lo chef Andrea De Lillo
L’inverno è stato per lei un periodo di pausa o di lavoro?

Molto particolare, direi. Abbiamo ricevuto la riconferma della stella a novembre e, fino a quel momento, non avevamo nessuna certezza che il progetto potesse andare avanti, nonostante fosse stata una bella stagione, sia per i numeri che per la soddisfazione dei clienti. Una volta arrivata la conferma, l’inverno si è riempito: contatti con aziende e colleghi chef, cene a quattro mani, eventi. Ma il focus primario è sempre qui, al Nin. Io non riesco a staccare davvero neanche in ferie; nel frattempo ho viaggiato, mi sono lasciato contaminare. Quest’anno le Filippine e Singapore. Restiamo sempre un po’ nell’Asia, come si vede nella mia cucina

L’essenzialità come scelta: togliere per raccontare il Garda

Quando ci siamo visti, parlava spesso di essenzialità. Cosa ha deciso di togliere?

Tutto ciò che non rispecchia il nostro territorio. Le spezie le usiamo, fanno parte del nostro Dna commerciale da secoli, ma con misura. Quello che abbiamo eliminato è tutto ciò che non viene da qui. E il Garda, in questo senso, è un territorio ancora sottovalutato: ci sono pescatori che fanno le sarde sotto sale, anziani che vanno a funghi sul Monte Baldo, cacciatori, tartufi. Materie prime straordinarie, ma difficilissime da reperire, perché il cacciatore quando trova il cinghiale se lo tiene lui. Io, essendo di Torbole, ho i miei contatti. Con pazienza, al bar, convincendoli, pregandoli, sono riuscito ad averle

De Lillo sfida i pregiudizi e rilancia il pesce di lago
Perché il pesce di lago continua a essere meno considerato di quello di mare?

Non ho una risposta certa, ma ho un’ipotesi. Quando si sente parlare di ostriche o scampi, la gente associa subito qualità e lusso. Quando si parla di luccio o lavarello, si pensa a qualcosa di povero, dal sapore sgradevole, dal prezzo basso. È un pregiudizio culturale: si confonde il costo con il valore. Ma questa è la mia guerra, la mia missione. Il ristorante La Trota ha preso due stelle Michelin facendo solo pesce d’acqua dolce, quindi si può, si è fatto e si è perso. Io voglio riportare il pesce di lago nell’alta gastronomia come si deve

Tra memoria, creatività e contaminazioni: come prende forma un piatto

Come nasce un suo piatto? Parte da un’immagine, da un sapore o da un ricordo?

Ho tre modi. Il primo è pura creatività: associazioni di sapori che nella testa funzionano, quell’idea che ti sveglia la mattina. Tipo: “Perché non ho fatto sesamo, caviale e more?”. Non è controllabile, è la parte più estrosa. Il secondo è la tradizione: guardo il picciol con le sarde che fa mia nonna, il luccio con la polenta e la salsa alla gardesana dei ristoranti del lago, e ci metto il mio twist. Il gusto deve richiamarti a quella memoria, il piatto deve riportarti lì. Il terzo è la contaminazione: quando viaggio mi faccio influenzare, ma solo concettualmente. Voglio fare un riso al curry thailandese? A casa non ho latte di cocco. Ma ho le foglie di fico, che sanno di cocco. Quindi mi faccio la panna di foglie di fico. È questo il meccanismo

Creatività, tradizione e contaminazioni: così prendono forma i suoi piatti
Cosa le hanno lasciato le esperienze nelle grandi cucine?

Ognuna qualcosa di diverso, un puzzle. Sono partito con Alfio Ghezzi che, a 16 anni, ha visto qualcosa in me e mi ha fatto capire che avrei fatto questo lavoro. Da lui ho preso un’impostazione classica. Poi Andrea Berton e altri chef profondamente influenzati dalla cucina francese - fondi, salse, beurreblanc - e io, per osmosi, ho imparato la cucina francese senza mai essere stato in Francia. Il che forse dice anche qualcosa sul fatto che i francesi non mi stanno tanto simpatici (sorride, ndr). Alla Francescana di Bottura più che le tecniche ho incontrato persone: colleghi che adesso sono chef affermati. Quel nome sul curriculum mi ha aperto porte, ma quello che porto davvero con me sono loro

Un carattere che assomiglia al lago

Il lago le assomiglia caratterialmente?

Nessuno me l’aveva mai chiesto. Ma , ci penso e dico sì. Il lago ha due venti precisi: la mattina arriva il vento da nord, sistematico, puntuale. A mezzogiorno c’è un momento di buco, poi arriva quello da sud. Questo sono io: metodico, sistematico. Però ogni tanto, come me, nel giro di un’ora compare una nuvola nera, copre tutto e viene il diluvio universale. Ecco, il lago mi assomiglia. Anche se il lago è più vecchio di me...

Metodico e imprevedibile: Andrea De Lillo si riconosce nel lago
Cosa sta preparando adesso, mentre parliamo?

Il mirin. È una bevanda fermentata - koji di riso e sake-kasu, che è lo scarto della produzione del sake - mescolato con acqua e zucchero e fatto fermentare. Lo usiamo per il ramen, in sostituzione della salsa di soia che non compriamo: ce la facciamo. Ho fatto due ore e mezza di macchina per andare da un produttore di sake in Trentino a comprare questo scarto. Potrei comprare il mirin a cinque euro al litro da qualsiasi fornitore. Ma me lo faccio io perché ha un altro gusto, un altro significato. Per me è importante. Ed è bello

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