Il rabarbaro è una pianta dalla lunga storia d’uso, impiegata sia in ambito alimentare sia in quello fitoterapico. Nella tradizione erboristica, infatti, si utilizzano principalmente le radici e il rizoma, la parte sotterranea del fusto, dove si concentrano le sostanze ritenute di maggiore interesse farmacologico. Tra queste spiccano i sennosidi, noti per la loro azione lassativa, e l’emodina, una molecola che agisce sulla motilità del tratto intestinale. A queste si aggiungono altri principi attivi che, secondo diversi studi, sembrano contribuire a un’azione antimicrobica e a effetti sul metabolismo dei lipidi.

Rabarbaro: la pianta che unisce cucina e fitoterapia
Rabarbaro: come utilizzarlo e cosa evitare
Se in ambito gastronomico il rabarbaro è apprezzato per il suo gusto acidulo e per la versatilità in preparazioni dolci e salate, è nel mondo della fitoterapia che emerge la sua complessità. L’impiego del rabarbaro è legato soprattutto al benessere intestinale, ma non solo. Nella pratica fitoterapica viene utilizzato per favorire la regolarità, contrastare la stitichezza e, in alcuni casi, intervenire su disturbi come il bruciore di stomaco o la diarrea. Si tratta di una pianta che agisce su più livelli, ma sempre con una forte interazione sull’apparato digerente. In alcuni casi specifici, viene preso in considerazione anche per supportare il trattamento di problematiche come emorroidi e ragadi anali, dove la regolarità intestinale rappresenta un fattore importante.
Esistono inoltre applicazioni sperimentali in ambito dermatologico, come l’utilizzo di creme a base di rabarbaro e altre piante per contrastare l’herpes labiale, con applicazioni ripetute nel corso della giornata per alcuni giorni. Il rabarbaro non è generalmente associato a effetti collaterali gravi, ma non è privo di criticità. L’effetto più comune è legato alla sua azione sull’intestino: può infatti accentuare condizioni come diarrea o stitichezza, soprattutto in soggetti sensibili o in caso di uso prolungato. Proprio per questo, il suo impiego deve essere valutato con attenzione, soprattutto quando si utilizzano preparazioni concentrate o si seguono terapie continuative.
Le caratteristiche chimiche e gli effetti sull’organismo
Dal punto di vista biochimico, il rabarbaro è oggetto di interesse per le sue possibili azioni multiple. Alcune sostanze presenti nella pianta sembrano influenzare positivamente il profilo lipidico, contribuire all’eliminazione di batteri e tossine e favorire il microcircolo intestinale, con effetti anche sulla permeabilità della mucosa. Tuttavia, proprio per la presenza di molecole attive, l’utilizzo richiede attenzione. Gli effetti non sono sempre uniformi e possono variare sensibilmente da individuo a individuo, in particolare in presenza di patologie preesistenti o terapie farmacologiche in corso.
Dosaggi e modalità di assunzione: attenzione alle foglie
In ambito fitoterapico, il rabarbaro viene generalmente assunto sotto forma di estratto secco. Gli studi clinici hanno indicato dosaggi variabili, spesso proporzionati al peso corporeo, mentre per l’uso topico, nei trattamenti sperimentali, vengono impiegate formulazioni specifiche a base di estratti combinati. In ogni caso, l’approccio è sempre prudente. L’uso di estratti vegetali richiede attenzione al dosaggio e alla durata del trattamento, proprio per evitare effetti indesiderati legati a un uso improprio.

Le foglie del rabarbaro possono essere tossiche
Un elemento poco noto riguarda le foglie della pianta, che contengono acido ossalico in quantità tali da renderle potenzialmente tossiche. Per questo motivo non vengono mai utilizzate né in ambito alimentare né in quello fitoterapico, e rappresentano un rischio se ingerite.
Controindicazioni e attenzione alle interazioni
Il rabarbaro non è indicato in presenza di alcune condizioni, tra cui patologie infiammatorie intestinali, problemi renali o epatici, ostruzioni intestinali e dolori addominali non diagnosticati. Particolare cautela è richiesta anche per le possibili interazioni farmacologiche. La pianta può interferire con farmaci come la digossina, aumentarne la tossicità e influenzare l’assorbimento di altri medicinali assunti per via orale. Può inoltre potenziare l’effetto dei lassativi o incidere sui livelli di potassio, soprattutto in combinazione con diuretici, corticosteroidi o altre sostanze. In ambito clinico viene segnalata anche la possibilità di aumentare il rischio emorragico in soggetti che assumono anticoagulanti come il warfarin, motivo per cui il suo utilizzo deve essere sempre valutato con il supporto di un professionista.