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Réva: non solo una cantina, ma un progetto turistico per le Langhe (e Italia)

Non una singola vigna, non un’etichetta iconica, ma un progetto che mette insieme cru, ospitalità, alta cucina e visione manageriale. Grazie al team Lekas/Scaglia Réva costruisce una nuova geografia del vino nelle Langhe, puntando sulla coerenza più che sull’effetto speciale. E poi c'è un progetto per valorizzare tutta l'Italia attraverso la guida Gault&Milleau

Piera Genta
di Piera Genta
25 gennaio 2026 | 21:34
Réva: non solo una cantina, ma un progetto turistico per le Langhe (e Italia)

Nelle Langhe non mancano grandi vini, cantine blasonate e indirizzi dove si mangia e si dorme molto bene. Quello che manca più spesso è un’idea di sistema: un progetto capace di tenere insieme vigneti, accoglienza e ristorazione senza trasformarsi in un esercizio di stile o in una brochure di lusso. Réva è nata e cresce proprio in questo spazio sottile. Non come cantina-icona, ma come organismo complesso che parte dall’uva e arriva all’esperienza, tenendo la barra dritta su una parola chiave sempre più rara nel vino contemporaneo: coerenza. Ed è un progetto per valorizzare le Langhe che ora si salderà con il progetto della guida italiana di Gault&Millau che proprio qui ha la sua sede nazionale da cui organizzerà una promozione di tutta l'enogastronomia nazionale.

Alcuni vini della cantina Réva
Alcuni vini della cantina Réva

Réva: dal grappolo d’uva alla nuova geografia del vino

Réva” è un nome insolito per le colline di Monforte, diverso dai toponimi e dai cognomi che di solito battezzano vigne e cascine. Significa grappolo d’uva — un dettaglio che si scopre quasi per caso — e racchiude già l’idea essenziale che guida questo luogo: partire dall’uva, dalla terra, dalla materia prima, per costruire intorno un progetto più ampio. Che poi quel termine arrivi dal ceco, lingua d’origine del proprietario Miroslav Lekes, è un’aggiunta laterale: un tassello che completa la storia senza cercare protagonismo.

Miroslav Lekes, CEO Réva
Miroslav Lekes, CEO Réva

Quando nel 2013 Lekes acquistò la tenuta di San Sebastiano a Monforte d’Alba, quel nome divenne la sintesi perfetta della sua visione. Non un brand costruito a tavolino, non una trovata di marketing, ma una linea guida: il grappolo come origine e come destino; come punto di partenza e come struttura portante. La terra, il lavoro, la fermentazione, la crescita e poi la trasformazione: l’intero ciclo vitale del vino racchiuso in cinque lettere.

Negli anni, attorno a quella parola essenziale, è cresciuto un mondo coerente. Oggi Réva non è soltanto una cantina che interpreta i grandi cru di Langa, ma un resort immerso nel verde, una spa ricavata nelle antiche cantine e un ristorante stellato che porta la cucina piemontese in dialogo con la tecnica francese. Accanto al nucleo originario sono nati anche un residence a Monforte, l’enoteca di La Morra e quella di Neive: satelliti di un’unica costellazione che ha ampliato l’esperienza di accoglienza e racconto del territorio.

I numeri chiave del progetto

Oltre 35 ettari di proprietà, di cui 23 vitati

Sei cru tra Novello, Barolo, Serralunga, Verduno, Monforte e Grinzane

Vendemmie manuali e vinificazioni per parcella

Un ristorante stellato Michelin, un bistrot, un resort con 12 camere e spa nelle antiche cantine

Un insieme armonico, costruito senza forzature, che è diventato uno dei poli enoturistici più interessanti delle Langhe contemporanee. Il visitatore che arriva qui non lo percepisce subito: entra nel cortile, attraversa i filari, si lascia guidare dalla luce delle colline. Poi, lentamente, capisce che Réva non è una somma di luoghi, ma un racconto a più voci, un organismo vivo in cui ogni parte dialoga con le altre con una naturalezza quasi musicale.

I numeri chiave del progetto Oltre 35 ettari di proprietà, di cui 23 vitati Sei cru tra Novello, Barolo, Serralunga, Verduno, Monforte e Grinzane Vendemmie manuali e vinificazioni per parcella Un ristorante stellato Michelin, un bistrot, un resort con 12 camere e spa nelle antiche cantine

E come in ogni orchestra che trova il proprio equilibrio, c’è sempre qualcuno che aggiusta l’armonia. Qui quella figura ha un nome e un ruolo preciso: Daniele Scaglia, direttore generale, presenza discreta ma costante, che ha il compito di far sì che questo mondo funzioni con la stessa coerenza con cui è stato immaginato.

Daniele Scaglia, direttore generale Réva
Daniele Scaglia, direttore generale Réva

Vigneti e vini – Il romanzo geografico di Réva

Se il nome Réva suggerisce un’origine semplice — il grappolo, l’uva, la terra — sono poi i vigneti a raccontare la complessità del progetto. Qui non c’è una sola collina madre, Réva vive invece di una geografia diffusa, un arco di suoli e altitudini che attraversa alcune delle zone più emblematiche delle Langhe. È come leggere un romanzo corale, in cui ogni capitolo ha la propria voce. Ci sono le colline di Ravera, a Novello, dove il Nebbiolo trova una forma elegante, slanciata, quasi meditativa. C’è Cannubi, la vigna che non ha bisogno di presentazioni: equilibrio naturale, profondità, una classicità che si porta dietro più di un secolo di storia. Poi Lazzarito e Cerretta, a Serralunga, che sono un mondo a parte: potenza, mineralità, tannini scolpiti, quella gravità austera che solo questo versante sa dare. E ancora Monvigliero, a Verduno, il cru che parla sottovoce,  una sorta di Borgogna piemontese per precisione e finezza. Infine i poderi di Monforte e Grinzane, dove il Barolo torna a parlare un linguaggio più verticale, più netto, più tradizionale. In totale oltre 35 ettari di proprietà, di cui 23 vitati, condotti con filosofia biologica.

Non è un dettaglio di marketing, ma un modo di stare nella terra: osservandola, assecondandola, lasciando che siano i suoli a guidare le scelte. Sei terroir diversi, sei personalità distinte, un mosaico che permette alla cantina di raccontare tutte le sfumature del Barolo e, più in generale, dei vini di Langa e Alta Langa. Il lavoro in cantina segue la stessa logica. La vendemmia è manuale, la selezione accurata, le fermentazioni separate. Una caratteristica quasi maniacale distingue Réva: ogni vigneto viene vinificato da solo, e spesso la separazione avviene persino tra parcelle della stessa vigna con esposizioni differenti.

Altre etichette della cantina Réva
Altre etichette della cantina Réva

L’obiettivo è dare voce a ogni sfumatura, per poi assemblare solo quando è chiaro il profilo che quel vino vuole assumere. Le botti austriache, scelte per la loro precisione e per la microossigenazione lenta, contribuiscono a definire vini puliti, leggibili, fedeli alla personalità del cru. Accanto ai Barolo, la produzione è altrettanto articolata: i Nebbiolo più freschi, una Barbera nitida e moderna, il Dolcetto che conserva la schiettezza del vitigno senza rinunciare all’eleganza. C’è poi un capitolo completamente diverso: Solonoir, l’Alta Langa di Réva. Un metodo classico da Pinot Nero in purezza, proveniente dalla zona di Roddino e affinato 38 mesi sui lieviti. Un vino essenziale, teso, pensato come interpretazione alta della bollicina piemontese. E c’è infine un’unica etichetta bianca, Grey, nata dall’incontro tra Sauvignon Gris e Sauvignon Blanc: un bianco che non vuole richiamare modelli internazionali, ma leggere la Langa attraverso lenti nuove, più fresche e contemporanee. Tutto questo insieme forma l’identità di Réva: non un solo vino, non un solo cru, non una sola collina, ma un racconto a sei voci, interpretato nel rispetto di ogni terroir e cucito insieme con un’idea precisa di stile.

Perché Réva oggi conta

Réva non prova a “reinterpretare” le Langhe, né a riscriverne la storia. Fa qualcosa di più concreto: lavora sui cru in modo chirurgico, costruisce un’offerta enoturistica integrata e affida la regia a una direzione che tiene insieme produzione, ospitalità e ristorazione. In un territorio dove spesso le eccellenze vivono scollegate, il valore aggiunto è proprio questo: un modello che funziona come sistema, non come somma di singole eccellenze.

Il ristorante: il FRE

Nel cuore del Réva Resort si trova il Ristorante FRE. Il nome, secco e breve, significa “fabbro” in piemontese: un omaggio alla vecchia fucina che un tempo occupava proprio questi spazi. Oggi, al posto del ferro battuto, ci sono stoviglie finissime, piatti che sembrano disegnati più che impiattati, e un’intensità gastronomica che ha conquistato — e riconfermato dal 2020 — una stella Michelin. Nel 2024 è arrivato anche il premio “Passion Dessert”, segno ulteriore di una sensibilità che si spinge fino alla chiusura del pasto.

Sala del ristorante FRE, resort Réva
Sala del ristorante FRE, resort Réva

Il timbro del ristorante è chiaro: una cucina che guarda alla Francia senza imitarla, grazie al dialogo tra Yannick Alléno, che ne ha definito l’impronta stilistica, e Francesco Marchese, oggi executive chef. Marchese ha 34 anni, ma porta con sé un’esperienza che ne sembra il doppio: Veneto per formazione, Francia per dieci anni di vita professionale, e infine le Langhe come approdo. È arrivato qui proprio su proposta di Alléno, che ne aveva intuito la maturità tecnica e la visione. La sua cucina parla di estrazioni, riduzioni, salse, di una costruzione francese del gusto applicata ai prodotti piemontesi. Fassona, animelle, nocciola, brodi intensi, radici, pesci d’acqua dolce: ogni elemento viene studiato come fosse una nota musicale. I due menu degustazione rappresentano due modi diversi di attraversare il suo mondo.

Francesco Marchese, executive chef, resort Réva
Francesco Marchese, executive chef, resort Réva

Il menu Tradizione (110 euro) è una passeggiata nella memoria piemontese, filtrata però da una tecnica precisa: l’Uovo gratinato con amaranth all’estrazione di funghi e crema di Parmigiano, i Tajarin al burro di fieno e tartufo nero, il Vitello cotto al vapore e profumato al flambadou con salsa al midollo. Piatti che sembrano semplici ma non lo sono mai, costruiti su una profondità calibrata e mai ridondante.

Lo chef Yannick Alléno del ristorante FRE del resort Réva
Lo chef Yannick Alléno del ristorante FRE del resort Réva

Il menu FRE (150 euro) è invece l’anima creativa del ristorante, quella più libera e più personale. Comincia spesso con una Rapa cotta e cruda, servita con una crema di mandorle e una vinaigrette alle foglie di fico che le dona un profumo quasi erbaceo. Segue la Trota glassata all’aceto di finocchio, resa brillante da un tocco di rafano e dalle uova di pesce che le aggiungono salinità. Poi il Merluzzo affumicato con salsa alle cozze e champignon farcito, un piatto che sposta il baricentro verso una cucina più franca e profonda. Gli Gnocchi con velo di scamorza, tartufo nero e burro nocciola aggiungono rotondità, mentre l’Anatra in crosta di zucchero gioca con contrasti sottili tra dolcezza e amaro. Si chiude con Agrumi, un’omelette soufflé con cuore di vaniglia e marmellata di champignon alla liquirizia: un dessert che racconta fino in fondo la firma del FRE.

Un tavolo del ristorante FRE del resort Réva
Un tavolo del ristorante FRE del resort Réva

La sala è un piccolo atelier di luce: tovagliato in cotone biologico non trattato della Tessitura Pertile, porcellane dello Studio Porcelein modellate a mano come oggetti d’arte, sedute e tappeti dello studio Pavia & Pavia, luci di Davide Groppi che disegnano con delicatezza il perimetro dei tavoli.

La mise en place del ristorante FRE del resort Réva
La mise en place del ristorante FRE del resort Réva

È uno spazio che non vuole stupire, ma accogliere, e che racconta il ristorante tanto quanto i piatti. Accanto al FRE è nato anche Il Piccolo FRE Bistrot, pensato come estensione più informale dello stile di Marchese. Un luogo agile, con un menu più snello, ideale per gli ospiti del resort e per chi cerca un’esperienza di cucina curata senza la ritualità della stella.

Il resort – Un’idea di silenzio che diventa ospitalità

Il Réva Resort non è un albergo: è un luogo sospeso, una parentesi che si apre tra le colline di Monforte e sembra rallentare il tempo. Le dodici camere sono pensate come stanze che dialogano con ciò che le circonda: toni neutri, arredi essenziali, legni chiari, tessuti morbidi, finestre che lasciano entrare la luce senza barriere. Tutto è misurato, pulito, calibrato. Alle pareti compaiono le opere d’arte dell’Est Europa selezionate dalla moglie di Miroslav Lekes: una collezione discreta ma preziosa, che trasforma il resort in una piccola galleria diffusa senza mai farsi esibizione. L’arte è parte dell’ambiente, non un’aggiunta decorativa: abita le camere come una presenza silenziosa.

Veduta parziale del resort Réva
Veduta parziale del resort Réva

La spa – La metamorfosi delle antiche cantine

Poi c’è la spa, ricavata nelle antiche cantine della tenuta: uno spazio che conserva la memoria del vino ma che oggi si dedica interamente al benessere. Mattoni, pietra, volte: la struttura originaria non è stata nascosta, ma integrata. È un luogo sorprendente, dove la storia dell’edificio e la ricerca del relax sembrano parlarsi con naturalezza. La piscina termale interna appare come una lama di luce che attraversa la penombra. Le saune, il bagno turco, le docce emozionali e la cromoterapia sono ambienti raccolti, mai invadenti: tutto qui è pensato per accompagnare, non per impressionare. C’è anche una stanza privata con vasca in legno affacciata sui vigneti. Un piccolo rito, un momento sospeso in cui ci si immerge guardando le colline da un’angolazione insolita, quasi intima. In estate la vita si sposta all’esterno, intorno alla piscina a sfioro che sembra continuare nei filari. È una delle immagini più suggestive del resort: acqua e vigna che si rispecchiano a vicenda, cancellando il confine tra architettura e paesaggio.

La piscina, resort Réva
La piscina, resort Réva

Réva  è un luogo che punta  alla coerenza. Dal lavoro nei cru alla cucina, dal resort alla spa, tutto nasce da un’idea chiara: valorizzare il territorio con misura, profondità e qualità. E proprio questa esperienza sarà alla base del progetto di Scaglia e Lekes per organizzare un'alternativa, più credibile e più rispettosa della cultura italiana rispetto a quella rappresentata dalla Michelin.  

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