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Birre con uva o mosto d’uva: il ministero chiarisce le regole sull’etichetta

Per anni i birrifici artigianali si sono mossi in un terreno incerto fra contestazioni, sequestri e interpretazioni divergenti della normativa. Ora il ministero mette ordine, fissando un principio di trasparenza verso il consumatore. Protagoniste le cosiddette Italian Grape Ale, le birre prodotte con uva o mosto d’uva, uno degli stili più originali (e moderni) della scena brassicola italiana

di Redazione Italia a Tavola
11 marzo 2026 | 13:10
Birre con uva o mosto d’uva: il ministero chiarisce le regole sull’etichetta

Per anni è rimasta una zona grigia normativa che ha creato non pochi problemi ai birrifici artigianali. Ora, però, è arrivato il chiarimento ufficiale: le birre prodotte con uva o mosto d’uva - le cosiddette Italian Grape Ale possono essere commercializzate come birra, a patto che la presenza dell’ingrediente sia indicata chiaramente nella denominazione di vendita in etichetta. In altre parole, se nel processo produttivo entra l’uva, il consumatore deve poterlo leggere nero su bianco: “birra all’uva” oppure “birra con mosto d’uva”. A chiarirlo, l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (Icqrf) del ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, che ha risposto a un interpello interpretativo presentato da Unionbirrai, l’associazione che rappresenta i piccoli birrifici artigianali indipendenti italiani.

Anni di incertezza tra controlli e contestazioni

Una richiesta tutt’altro che teorica. Negli ultimi anni, come accennato, il tema aveva infatti generato diverse frizioni tra produttori e controlli, con alcuni birrifici artigianali finiti al centro di contestazioni, sequestri e sanzioni amministrative proprio per l’utilizzo di ingredienti provenienti dal comparto vitivinicolo. Una situazione di incertezza interpretativa che sostanzialmente lasciava i produttori in una zona grigia. Da qui la decisione di Unionbirrai di chiedere un pronunciamento ufficiale, così da avere un riferimento chiaro e valido su tutto il territorio nazionale.

Cosa dice la legge sulla birra

Il parere dell’Icqrf richiama l’articolo 2, comma 4, della legge n. 1354 del 1962 sulla birra, una norma che continua a essere il riferimento giuridico principale per definire cosa può essere chiamatobirra” e come deve essere presentato il prodotto al pubblico. Il principio è semplice: quando alla birra vengono aggiunti ingredienti alimentari che caratterizzano il prodotto, la denominazione di vendita deve essere completata con il nome della sostanza utilizzata. Da qui la necessità di esplicitare in etichetta la presenza dell’uva o del mosto d’uva. Dunque non si tratta di cambiare categoria al prodotto, né di inventare nuove definizioni. Piuttosto, si tratta di garantire trasparenza verso chi compra, lasciando al tempo stesso spazio alla creatività brassicola.

Birre con uva o mosto d’uva: il ministero chiarisce le regole sull’etichetta

Se la birra contiene ingredienti caratterizzanti, la denominazione di vendita deve riportarne il nome

L’incontro tra birra e uva: le Italian Grape Ale

E in effetti, se si guarda alla scena della birra artigianale italiana degli ultimi anni, l’incontro tra birra e uva è uno dei filoni più interessanti. Da questo dialogo tra due mondi produttivi - quello brassicolo e quello vitivinicolo - sono nate le Italian Grape Ale, uno stile che ha trovato proprio in Italia la sua culla e che nel tempo si è fatto conoscere anche oltre confine. Il meccanismo è affascinante perché unisce due tradizioni agricole diverse. Da una parte il malto e il luppolo, dall’altra l’uva e il mosto, con risultati che cambiano molto a seconda del vitigno utilizzato, del momento in cui l’uva entra nel processo produttivo e della mano del birraio. Alcune versioni puntano sulla freschezza aromatica dell’uva, altre cercano una maggiore struttura, altre ancora lavorano sul dialogo tra fermentazioni.

La storia della Italian Grape Ale

La storia delle Italian Grape Ale inizia nel 2006 in Sardegna, quando il birrificio Barley lanciò la BB10 del birraio Nicola Perra: un’Imperial Stout brassata con l’aggiunta di sapa, il mosto cotto di uve Cannonau. Fu una sperimentazione che attirò subito l’attenzione di appassionati e addetti ai lavori, aprendo la strada a nuove interpretazioni dell’incontro tra birra e uva. Nel giro di pochi anni diversi birrifici artigianali italiani seguirono quella strada, dando vita a numerose birre prodotte con mosto o uva fresca. Solo nel 2015 queste produzioni ricevettero un nome preciso: il Bjcp (Beer judge certification program) introdusse infatti la definizione “Italian Grape Ale” nelle proprie Style Guidelines, il riferimento internazionale per la classificazione degli stili birrari. Da allora lo stile ha continuato a crescere. Nel 2019 l’espressione “Italian Grape Ale” è entrata tra i neologismi del vocabolario Treccani e nel 2021 è nato l’Iga Beer Challenge, il primo conccorso internazionale dedicato a questa tipologia. Oggi in Italia si contano oltre 200 IGA prodotte da circa 140 birrifici.

Proprio per questo, negli anni, le Italian Grape Ale sono diventate una delle espressioni più riconoscibili della scena brassicola nazionale. Un territorio di sperimentazione che racconta bene la capacità dei birrifici artigianali italiani di dialogare con la cultura del vino, che nel nostro Paese resta il riferimento agricolo e culturale dominante. Ed è anche per questo che il chiarimento normativo era atteso. Come detto, non cambia la sostanza di ciò che già avviene nei birrifici, ma mette finalmente ordine sul piano formale e amministrativo. Per chi produce significa lavorare con maggiore serenità; per chi beve significa trovare in etichetta informazioni più chiare su ciò che c’è nel bicchiere.

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