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Dai Supertuscan della Tenuta di Arceno l’essenza della loro terra

Mariella Morosi
di Mariella Morosi
18 marzo 2026 | 11:00

Upercorso di crescita durato oltre 20 anni quello che ha portato i supertuscan Toscana Igt Valadorna e Arcanum della Tenuta di Arceno di Castelnuovo Berardenga (Si) ad esprimersi dall’originario taglio bordolese a interpretazioni monovarietali sempre più identitarie. Nel pieno rispetto della natura e della storia del territorio, un complesso lavoro aveva identificato le caratteristiche di eleganza e potenza dei vitigni Cabernet Franc, Merlot e Cabernet Sauvignon nel segno dell’identità chiantigiana, ma il cambiamento, a partire dal 2016, ha fatto ulteriormente evolvere il consolidato successo degli ultimi decenni. La filosofia dei micro-cru, che riflette il terroir in tutte le sue eterogeneità, è alla base dello stile aziendale della proprietà, la californiana Jackson Family Wines, per cui ogni vigneto viene diviso in sezioni più piccole, secondo suoli e caratteristiche.

Dai Supertuscan della Tenuta di Arceno l’essenza della loro terra

Vista sulla Tenuta di Arceno

Dalla visione bordolese all’identità territoriale

A raccontare a Roma, in una master class all’Hotel Corinthia, la svolta monovarietale del Valadorna e dell’Arcanum, sono stati il brand ambassador Pepe Schib Graciani e Gabriele Gorelli, Master of Wine 2021. La degustazione di alcune annate, a partire dal 2012, dall’originario blend a interpretazioni sempre più identitarie, è stata organizzata in collaborazione con la Pellegrini Spa, partner per la distribuzione e la valorizzazione dei vini sul mercato italiano per il canale Horeca. «Valadorna e Arcanum - ha detto il presidente Pietro Pellegrini - rappresentano lo stile della Tenuta e si distinguono dai tanti Supertuscan per autenticità e identità territoriale, oltre che per l’assoluta qualità». La Tenuta si estende per mille ettari nella parte più meridionale del Chianti, nel bacino tra i fiumi Ambra e Ombrone, intorno al borgo medievale di San Gusmè. I 110 ettari vitati sono metà a Sangiovese per il Chianti Classico e l’altra metà a internazionali. Già nel ’500 era un centro vinicolo, prima con la famiglia dei De Taia, e poi con i Piccolomini che la consacrarono all’arte edificando ville e creando giardini e laghetti.

Dai Supertuscan della Tenuta di Arceno l’essenza della loro terra

La masterclass all'Hotel Corinthia di Roma

Jess Jackson e Barbara Banke, già proprietari di decine di aziende vitivinicole nel mondo, dalla California al Cile, l’acquistarono nel 1994, conquistati dalla bellezza del luogo, e da subito vollero che ogni aspetto della loro produzione vinicola rimandasse alla storia e alla cultura del luogo. Di buon auspicio anche il nome di Arceno: nell’antica etimologia etrusca significa "punto di origine". Dalla scomparsa del marito, nel 2011, è Barbara Banke al timone dell’azienda, insieme ai tre figli. Uno staff di formazione internazionale cura le varietà, i cloni, i portinnesti e la biodiversità con pratiche agronomiche rispettose dell’eterogeneità di suoli, microclimi, esposizioni e altitudiniPierre Seillan, svizzero, è il vitivinicoltore fondatore e, con l’enologo italoamericano Lawrence Cronin, cura la vinificazione con tecnologia impeccabile, in stretto collegamento con l’agronomo Michele Pezzicoli, di origine pugliese. La direzione aziendale è affidata a Sandra Gonzi, senese, impegnata anche nell’accoglienza.

Micro-cru, zonazione e precisione produttiva

Con una capillare zonazione, che ha anticipato le sfide del cambiamento climatico per garantire qualità anche in annate non favorevoli, sono stati identificati 100 blocchi, che vengono trattati, vendemmiati e vinificati separatamente. Solo alla fine, dopo 10-12 mesi in legno, i lotti sono degustati e affidati all’arte dell’assemblaggio. «Non avevamo bisogno di fare vini globalizzati - ha detto all’incontro romano il brand ambassador della tenuta Pepe Schib Graciani - quelli già li abbiamo in America. Qui vogliamo che la loro eleganza e la loro potenza restino in dialogo costante con il territorio. C’è il know-how americano e la tradizione toscana, ma non vogliamo snaturare né l’uno né l’altra».

Il focus dell’incontro romano è stato il passaggio della primaria produzione in blend a quella in monovitigno dei due supertuscan simbolo e la degustazione è partita dal 1972 della prima etichetta. «È stata una scelta di rispetto del territorio - ha detto Gabriele Gorelli - e se un tempo questi vini dovevano imporsi attraverso potenza e postura bordolese, a Tenuta di Arceno si è arrivati a sovvertire questo concetto elevando Merlot e Cabernet Franc a autentici e inconfondibili interpreti del luogo dove nascono». Le altitudini variano dai 300 ai 500 mt, con microclimi e suoli diversi, anche stratificati, con argilla, arenaria, basalto, scisto, sedimenti nelle vicinanze dei fiumi e roccia nelle zone più elevate, come hanno mostrato le mappe dettagliate.

Valadorna, Arcanum e Chianti Classico: evoluzione, stile e gamma

Del Valadorna, vino di grande complessità e impronta minerale che nasce dal vigneto omonimo e da Capraia, da terreni sabbiosi, basse rese e maturazioni tardive, sono state degustate le annate in blend 2012, 2014, 2017, fino al 2018, la prima 100% Merlot. A seguire la 2019. Il winemaker ha illustrato la flessibilità della composizione che ha annunciato il cambiamento di un vino nato come blend a predominanza di Merlot, con Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon e poi con una parte di Petit Verdot. L’affinamento prevede 12 mesi in rovere francese, con il 70% di barriques nuove, autoprodotte. L’azienda, da tempi lontani, è infatti proprietaria di 15 foreste (14 in Francia e una in Germania) con stabilimenti di doghe per garantire la qualità e la tracciabilità del legno delle barrique, monitorandone stagionatura e tostatura e i sentori rilasciati.

Dai Supertuscan della Tenuta di Arceno l’essenza della loro terra

Tenuta di Arceno: una bottiglia di Valadorna

Di Arcanum, l’altra etichetta di punta, è stata presentata la vendemmia 2014 (Merlot, Cabernet Sauvignon e un piccolo dosaggio di Petit Verdot) e poi la 2017, la prima Cabernet Franc in purezza, seguita dalle 2018, 2019 e 2020. Le uve vengono da 12 blocchi per un totale di 17 ettari, caratterizzati da esposizioni ottimali e terreni sabbioso-argillosi. L’invecchiamento avviene per 12 mesi in botti di rovere francese, di cui l’80% nuove. Pur nelle diversità, sono vini eleganti e strutturati, con finali persistenti e note fruttate, speziate e balsamiche e tannini equilibrati: monovitigni dal carattere puro e dalla profonda identità varietale. Degli Igt Toscana viene prodotto anche, da un raccolto limitato, il Fauno di Arcanum, blend bordolese di Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e una piccola quantità di Petit Verdot. Prende il nome da una scultura di una villa, metà uomo e metà animale, simbolo dell’azienda.

Dai Supertuscan della Tenuta di Arceno l’essenza della loro terra

Tenuta di Arceno: una bottiglia di Arcanum

Prestigiosa è la produzione di Chianti Classico Docg, distinta stilisticamente da quella dell’area più a nord. Le referenze sono Chianti Classico Annata, Riserva, Gran Selezione Campolupi e Gran Selezione Strada al Sasso, da un singolo vigneto piantato nel 1998. Chiude la gamma il fresco rosato di Sangiovese Rosambra, prima annata 2024. La Tenuta di Arceno è presente sui mercati internazionali, ma quello di riferimento è il nordamericano, dove va l’80% della produzione totaleA conclusione della masterclass, un pranzo conviviale curato dall’executive chef dell’Hotel Corinthia Alessandro Buffolino, con una selezione di piatti firmati dallo chef Carlo Cracco, ha permesso di proseguire il confronto e approfondire le impressioni emerse durante la degustazione in un contesto informale.

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