Nel cuore di Verona, in Piazza delle Erbe, il Ristorante Maffei ha ospitato il pranzo dedicato alle Rive di Andreola. Storico ristorante di famiglia, aperto nel 1963 e dal 1997 di proprietà della famiglia Gambaretto, si è rivelato il luogo giusto per un incontro costruito più sulla misura che sull’effetto. Perché il punto non era semplicemente presentare dei calici, ma mostrare come il Valdobbiadene Docg possa cambiare tono, ritmo e identità quando a parlare sono le singole provenienze.

Una delle sale del Ristorante Maffei di Verona
Quando una Riva fa la differenza
È proprio qui che il pranzo ha trovato il suo senso. Una Riva non è una menzione ornamentale, né un dettaglio per specialisti: è un modo più preciso, e anche più esigente, di leggere il territorio. Significa legare il vino a una provenienza definita, lasciando che siano collina, esposizione e soprattutto il suolo a segnare il carattere del calice. Andreola lavora da tempo in questa direzione, tanto da poter rivendicare oggi il maggior numero di Rive in catalogo nell’ambito del Valdobbiadene Docg - sette etichette della Le Rive Line, in una denominazione che di Rive ne conta complessivamente 43. Una scelta che non nasce da una logica di catalogo, ma da una convinzione maturata sul campo: come ricorda l’enologo Mirco Balliana, quando molti produttori abbandonavano le Rive per acquisire grandi proprietà nelle pianure della zona Doc, Andreola ha scelto di investire proprio lì, nelle singole provenienze collinari.
Una cantina di famiglia, un vino fatto a mano
Fondata nel 1984 da Nazzareno Pola e oggi guidata dal figlio Stefano, seconda generazione al timone, Andreola è una realtà da 110 ettari vitati, circa 980mila bottiglie annue, una quarantina di dipendenti e un export che vale il 35%. Prima cantina del Valdobbiadene Docg iscritta al Cervim - l’organismo internazionale che dal 1987 promuove e tutela la viticoltura praticata in condizioni estreme di pendenza e altitudine - ha fatto della viticoltura eroica il proprio segno distintivo: le colline raggiungono pendenze dal 30 all’80%, rendendo impossibile la meccanizzazione, e ogni grappolo viene ancora raccolto a mano - nei tratti più impervi persino con un sistema di carrucole per trasportare l’uva a valle.

Stefano Pola, titolare della Cantina Andreola
Sei calici, sei accenti diversi
Delle sette etichette della Le Rive Line, sei (tutte 2025) sono state protagoniste del pranzo. Aldaina al Mas - Rive di Guia Valdobbiadene Docg Extra Brut ha accompagnato l’indivia belga brasata con un passo più teso e scattante, sostenuto da una freschezza evidente e da un taglio agrumato. Marna del Bacio - Rive di San Pietro di Barbozza Valdobbiadene Docg Extra Brut, servito con il toast di tartare di scampi, panna acida, mango al tabasco e lime, si è fatto notare per un profilo più deciso, con una vena quasi salina e una buona presenza gustativa. Con il baccalà cotto dolcemente al pesto genovese, 26° I° - Rive di Col San Martino Valdobbiadene Docg Extra Brut ha espresso un tratto più fine, con richiami che rimandano al glicine e ai fiori bianchi.

Il cofanetto con le sei etichette della Le Rive Line
Sulle mezze maniche Monograno Felicetti con dadolata di pesce spada, verdure mignon e pane piccante al pomodoro abbrustolito, Col del Forno - Rive di Refrontolo Valdobbiadene Docg Brut ha mostrato una cifra più piena e avvolgente, tra frutto e agrumi, con una beva vellutata. Mas de Fer - Rive di Soligo Valdobbiadene Docg Extra Dry, accanto al tataki di tonno, si è mosso invece su un registro più aperto e immediato, con un frutto più maturo. In chiusura, Vigna Ochera - Rive di Rolle Valdobbiadene Docg Dry ha accompagnato il dessert con un tono più morbido e disteso, per una chiusura da fine pasto.
Una visione che viene da lontano
Più che una sequenza di abbinamenti, ne è uscita una piccola mappa del Valdobbiadene. Sei interpretazioni diverse per passo, timbro e attitudine a tavola, ma unite da una stessa idea di precisione territoriale. A dare ulteriore profondità a questa lettura è stato anche un dettaglio emerso durante il pranzo dalle parole dell’enologo Mirco Balliana: in azienda ci sono vigne di 70-80 anni, testimonianza di una storia agricola che precede le formulazioni disciplinari. Un elemento che aiuta a capire come la sensibilità verso le singole provenienze non nasca da una tendenza recente, ma da una consuetudine agricola più lunga. È in questo che Andreola sembra aver trovato una delle sue cifre più nette: non usare la Riva come semplice indicazione geografica, ma come strumento per far emergere differenze reali, percepibili, credibili. Il pranzo lo ha mostrato con semplicità. Senza sovrastrutture, senza toni dimostrativi: lasciando che fosse il vino, nel rapporto con il piatto, a raccontare come il Valdobbiadene possa cambiare voce da una collina all’altra.
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