C’è un momento, prima dell’intervista, in cui le parole si fermano sulla soglia. È l’alba che accarezza i filari, è il lago che respira piano, è il vento che attraversa le foglie come una memoria antica. Qui, dove il tempo non si misura ma si ascolta, nasce Dea del Lago. Non è solo una cantina. È una storia d’amore. Quella tra Mirko Della Colletta e Serena Favalessa, che hanno scelto di vivere la terra non come possesso, ma come relazione. Ogni gesto, ogni scelta, ogni vendemmia porta dentro questa intimità silenziosa tra uomo e natura. Li ascolti e capisci che non stanno inseguendo il futuro: lo stanno coltivando, con la pazienza di chi sa aspettare.
La radice della visione
Il vostro percorso è diventato un punto di riferimento per la cultura dei vitigni resistenti in Italia: da quale esperienza o intuizione nasce questa scelta e quando avete capito che sarebbe diventata una vera missione?
Risponde Mirko: circa vent’anni fa sono venuto a conoscenza di nuove varietà destinate a cambiare il mondo della viticoltura. Da imprenditore attento ai trattamenti, ma anche da appassionato del mestiere, ho deciso di approfondire queste conoscenze per poi testarle direttamente in un piccolo vigneto. Osservando le varietà tradizionali e quelle resistenti, ho capito le grandi possibilità: meno lavoro in campo, più tempo per i clienti e la famiglia, meno fitosanitari e un ambiente più salubre. Ma soprattutto la possibilità di tornare al ciclo naturale della vite, dal seme alla pianta. È lì che ho capito che non era solo una scelta tecnica, ma una missione.
Mirko Della Colletta nella vigna
Tradizione e innovazione nel vigneto
I vitigni resistenti rappresentano una rottura con la tradizione viticola italiana o una sua evoluzione?
Per noi è una naturale evoluzione. La viticoltura tradizionale è statica e dipende dall’intervento dell’uomo attraverso l’innesto. La viticoltura resistente unisce vecchio e nuovo: vecchio perché ripristina il ciclo naturale della vite, nuovo perché permette di ottenere nuove varietà lasciando spazio alla natura. È un’evoluzione della tradizione, anche grazie alle moderne tecniche di coltivazione e vinificazione.

Il rapporto con il territorio e la sfida culturale
Come possono i vitigni resistenti dialogare con il concetto di terroir e raccontare un territorio in modo autentico?
Conosciamo molto bene il terroir, essendo stati tra i pionieri del Prosecco Superiore Docg. Proprio per questo sappiamo quanto il territorio influenzi il prodotto finale. Le nostre varietà resistenti, coltivate senza forzature, riescono a esprimersi in purezza. I premi ricevuti confermano che il territorio emerge con forza anche in queste nuove tipologie.
Il castello di Dea del Lago
Qual è stata la resistenza più difficile da superare: quella della vigna, del mercato o culturale?
Sicuramente il mercato. Inserire un nuovo prodotto in un contesto dominato dal Prosecco Superiore Docg è complesso. È un mercato globale e spiegare al consumatore cosa c’è dentro una bottiglia di vino resistente richiede tempo. È un percorso fatto di piccoli passi, di racconti che trasmettono passione e lavoro quotidiano.
Il vino del futuro e il messaggio alle nuove generazioni
Che ruolo avranno i vitigni resistenti nella viticoltura europea nei prossimi vent’anni?
Crediamo che saranno anni cruciali. Per chi vuole lavorare rispettando ambiente e salute, i vitigni resistenti saranno probabilmente l’unica vera possibilità.
Che consiglio dareste ai giovani vignaioli che si avvicinano alla viticoltura sostenibile?
Risponde Serena: consiglierei di partire con esperienza pratica, anche piccola, per sviluppare capacità di osservazione e conoscenze di cantina. Serve curiosità, aggiornamento continuo e confronto con altri professionisti. Non bisogna mai dare per scontato ciò che si sa: l’autocritica è fondamentale.
Il tempo e la vite
Che cosa le ha insegnato il lavoro in vigneto sul rapporto tra uomo, tempo e natura?
Il lavoro in vigna è una pausa dalla frenesia. La natura detta i tempi e non si può forzare. Ogni anno ci meravigliamo: da un tralcio secco nascono germogli, foglie, frutti. L’attesa e il rispetto vengono sempre ricompensati. La difficoltà è rientrare nei tempi della società, così diversi da quelli della natura.
L’etica del produttore e il senso del vino
Quanto pesa la responsabilità etica di produrre vino oggi?
Non la sentiamo come un peso, ma come qualcosa di naturale. Viviamo tra le vigne, abbiamo figli che continueranno questo lavoro. Per questo operiamo con attenzione: lo facciamo prima di tutto per noi e per loro.
Serena Favalessa con le uve di Dea del Lago
Perché il vino continua ad avere un valore culturale così profondo?
Perché è onnipresente. Accompagna ogni momento importante: festeggiamenti, accordi, rituali. È un linguaggio universale che unisce le persone e mantiene vivo un significato che attraversa il tempo.
Il tempo dell’ascolto
C’è una parola che attraversa tutta la storia di Dea del Lago: equilibrio. Tra ciò che può essere e ciò che è sempre stato. Tra uomo e natura. Tra tempo produttivo e tempo umano. La maestria di Mirko e Serena non sta solo nella capacità di fare vino, ma nel saper ascoltare: la terra, le piante, i cambiamenti e anche i silenzi. In un’epoca che accelera, loro scelgono di rallentare. In un mondo che semplifica, scelgono la complessità. Forse è proprio questa la vera radice della visione: capire che il futuro non si costruisce forzando la natura, ma imparando, con pazienza, a starle accanto.
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