L’Alta Langa, oggi, non è soltanto una denominazione emergente del metodo classico piemontese, ma un territorio che si presta a essere letto come un vero e proprio laboratorio a cielo aperto. È qui che Vite Colte ha scelto di orientare una parte significativa del proprio percorso, costruendo una riflessione produttiva che parte da un dato preciso - la quota - e si sviluppa lungo tutta la filiera, dalla gestione del vigneto fino all’evoluzione del vino in bottiglia. Alla base del progetto c’è una struttura agricola articolata, fondata su 180 viticoltori soci e oltre 300 ettari di superficie vitata, che consente di lavorare su una scala ampia ma controllata. In questo contesto, la selezione delle parcelle e il ruolo dei tecnici diventano elementi chiave per orientare le scelte agronomiche, con un’attenzione crescente verso le aree collinari più elevate, dove il clima imprime un ritmo diverso alla vite.
Una visione di filiera che parte dal vigneto
L’identità di Vite Colte si definisce dentro una struttura produttiva che, più che una singola azienda, somiglia a una rete agricola organizzata. Il modello si basa su 180 viticoltori soci che conferiscono uve da un patrimonio di oltre 300 ettari, distribuiti in diverse aree del Piemonte. La dimensione diffusa non è solo un dato numerico, ma un elemento che incide sul modo in cui il vino viene pensato, selezionato e costruito.
Il modello di Vite Colte si basa su 180 viticoltori soci
La gestione tecnica è centralizzata, ma il lavoro in vigna resta affidato ai singoli conferitori, seguiti da uno staff agronomico ed enologico che coordina le pratiche colturali. L’approccio è quello di una qualità diffusa, costruita attraverso controlli puntuali e una progressiva selezione delle uve. In questo contesto si inserisce anche il progetto Alta Langa, sviluppato come estensione naturale di una filosofia già orientata alla valorizzazione dei territori.
Alta Langa: una scelta di quota e di identità
La decisione di investire nell’Alta Langa nasce intorno alla metà dello scorso decennio, in un momento in cui la denominazione iniziava a consolidarsi come riferimento per il metodo classico piemontese. Il punto di partenza è il disciplinare, che prevede vigneti collocati a non meno di 250 metri di altitudine, una soglia già significativa rispetto ad altre denominazioni. Per Vite Colte, però, quel limite rappresenta solo il punto di partenza. La scelta è stata quella di spingersi oltre, selezionando vigneti collocati oltre i 500 metri, con l’obiettivo di ottenere condizioni climatiche più fresche e costanti. «Abbiamo deciso di lavorare in alta quota per garantire una maturazione più lenta e preservare livelli di acidità adeguati», spiega Bruno Cordero, enologo e direttore generale. Il ragionamento si inserisce in una visione più ampia: la quota non come variabile accessoria, ma come fattore determinante nella costruzione dello stile.
Altitudine, temperatura e maturazione
Il tema dell’altitudine è stato approfondito anche in ambito accademico. Secondo Attilio Scienza, uno degli aspetti più rilevanti è la relazione tra quota e temperatura, con una diminuzione media di circa 1°C ogni 100 metri di altitudine. Un gradiente che incide in modo diretto sui processi fisiologici della vite. La maturazione delle uve, in queste condizioni, avviene più lentamente e in un contesto termico meno estremo. Il risultato è un equilibrio diverso tra zuccheri e acidità, con un mantenimento più marcato dell’acido malico. Inoltre, le escursioni termiche tra giorno e notte favoriscono la sintesi aromatica, contribuendo a definire un profilo più netto e riconoscibile.
Vite Colte seleziona vigneti collocati oltre i 500 metri
Lo stesso Scienza sottolinea come territori compresi tra i 250 e i 700 metri presentino caratteristiche climatiche subcontinentali, comparabili a quelle di aree vocate alla spumantistica come la Champagne o alcune zone del Trentodoc. Un parallelismo che aiuta a contestualizzare la scelta operativa di lavorare in alta quota. Daniele Eberle, agronomo responsabile dei vigneti, evidenzia come il cambiamento climatico abbia avuto un ruolo decisivo nell’evoluzione del progetto: «Le condizioni climatiche degli ultimi anni, con un progressivo aumento delle temperature, ci hanno portato a rivedere alcune scelte, orientandoci verso vigneti posti in alta collina, sopra i 500 metri, dove possiamo mantenere un equilibrio più favorevole tra maturazione e acidità».
Il contributo dell’enologia: acidità e rifermentazione
Se la quota definisce le condizioni di partenza, il lavoro in cantina ne traduce gli effetti. Nel caso degli spumanti Metodo Classico, uno dei parametri fondamentali è l’acidità fissa, elemento che incide sia sulla percezione gustativa sia sulla stabilità del vino durante la rifermentazione in bottiglia. Come evidenziato da Vincenzo Gerbi, l’acidità rappresenta una sorta di garanzia tecnica, oltre che sensoriale. «Un livello elevato di acidità è essenziale per una corretta evoluzione della presa di spuma e per la freschezza del vino», osserva. La scelta di operare con vigneti posti sopra i 250 metri consente di mantenere livelli adeguati di acidità anche in annate caratterizzate da temperature elevate, che tendono a ridurre in modo significativo l’acido malico. In questo senso, l’altitudine diventa uno strumento di compensazione rispetto alle variabili climatiche.
I vini Alta Langa: Cinquecento e Seicento
Il percorso di Vite Colte nell’Alta Langa si concretizza con l’introduzione di due etichette che rappresentano due momenti distinti dello sviluppo progettuale. Il primo è l’Alta Langa Cinquecento, nato dalla vendemmia 2017, un Metodo Classico Brut ottenuto da Pinot nero (80%) e Chardonnay (20%), con un affinamento sui lieviti di almeno 30 mesi. La scelta delle varietà e il tempo di sosta sui lieviti definiscono uno stile improntato alla verticalità e alla finezza, con un’attenzione particolare alla freschezza.
Il secondo passaggio è rappresentato dal Seicento Pas Dosé, introdotto sul mercato nel 2025. In questo caso il progetto si spinge oltre, sia in termini di altitudine - con vigneti intorno ai 600 metri e sperimentazioni oltre i 700 - sia in termini di affinamento, che supera i 42 mesi sui lieviti. L’assenza di dosaggio introduce un ulteriore livello di precisione, mettendo in evidenza le caratteristiche dell’annata e del territorio. «Stiamo cercando di definire un’identità sempre più precisa dell’Alta Langa in alta quota», afferma il presidente Piero Quadrumolo.
La gestione del vigneto: selezione e parcelle
Il progetto Alta Langa si basa su una selezione rigorosa delle parcelle. I vigneti sono distribuiti lungo i crinali che si affacciano sul fiume Belbo, in comuni come Cossano Belbo, Borgomale, Bosia, Castino, Loazzolo e Mango. Le superfici dedicate comprendono circa 3,5 ettari di Chardonnay e 5,8 ettari di Pinot nero, con vigneti che presentano una diversità significativa per età e caratteristiche. Alcuni impianti risalgono agli anni Ottanta, altri sono più recenti, consentendo di lavorare su un patrimonio vegetativo eterogeneo. Dal punto di vista pedologico, i suoli appartengono al bacino terziario piemontese, con prevalenza di marne e arenarie di origine marina. Strati sedimentari che contribuiscono a definire drenaggio, mineralità e struttura delle uve.
La vinificazione: rigore e controllo
In cantina, l’approccio segue una linea improntata alla precisione. La raccolta avviene esclusivamente a mano, con l’utilizzo di cassette da 20 kg, per preservare l’integrità dei grappoli. Le uve vengono poi scaricate direttamente in pressa, evitando passaggi intermedi che potrebbero compromettere la qualità. La pressatura è soffice e limitata, con una resa intorno al 45% del mosto. Il mosto viene successivamente lasciato decantare a freddo prima della fermentazione alcolica, che si svolge in circa dieci giorni.
Vite Colte: in cantina, l’approccio segue una linea improntata alla precisione
La gestione della solforosa è calibrata: in assenza di problematiche sanitarie, si può scegliere di non aggiungere SO2 prima della fermentazione. Dopo un primo travaso, alcune partite di Chardonnay vengono avviate alla fermentazione malolattica, contribuendo a costruire un profilo più complesso. Il tempo gioca un ruolo decisivo: nel caso del Seicento, il lungo affinamento sui lieviti permette di sviluppare struttura e profondità, elementi che si riflettono nella longevità del vino.
Un sistema produttivo tra territori e identità
Al di fuori dell’Alta Langa, Vite Colte sviluppa la propria attività in altre aree del Piemonte, ciascuna con una specifica vocazione. Dalla Langa del Barolo al Monferrato Astigiano, fino all’Alto Monferrato e alle colline tra Gavi e Tortona, la gamma dei vini riflette una lettura ampia del territorio. Tra le etichette più rappresentative figurano i Barolo Essenze, prodotti in diverse menzioni geografiche, e la Barbera d’Asti Superiore La Luna e Falò, che da anni rappresenta uno dei riferimenti della produzione aziendale. Non mancano vini bianchi come il Gavi di Gavi DOCG e interpretazioni più articolate come il Sauvignon Tra Donne Sole, costruito attraverso vendemmie differenziate per ottenere profili aromatici distinti. Particolare attenzione è dedicata anche al Timorasso Derthona, prodotto dal 2021, un bianco che si distingue per capacità di evoluzione e complessità.
La cantina come spazio culturale
La sede di Vite Colte, situata nei pressi di Barolo, è stata progettata da Gianni Arnaudo e rappresenta un esempio di architettura contemporanea integrata nel paesaggio. La struttura si inserisce in una visione che mette in relazione produzione, ambiente e cultura.
Vite Colte: la sala meeting
Gli elementi architettonici richiamano la tradizione locale, reinterpretata in chiave moderna. Le curve del tetto evocano il profilo delle colline, mentre l’uso di materiali come il legno lamellare e il rame richiama le tecniche costruttive del passato. Un percorso interno attraversa le diverse fasi della produzione, offrendo una lettura didattica del processo enologico. Il visitatore arriva infine a una vista sulle colline delle Langhe, chiudendo idealmente un cerchio tra vino e paesaggio.
Un progetto in evoluzione
Il lavoro di Vite Colte nell’Alta Langa si inserisce in un percorso ancora in evoluzione. L’attenzione alla quota, la selezione dei vigneti e il rigore in cantina definiscono una traiettoria che guarda alla costruzione di un’identità sempre più precisa. Nel tempo, l’obiettivo dichiarato è quello di affinare ulteriormente la qualità delle uve e ampliare la capacità di interpretazione del territorio, mantenendo saldo il legame tra agronomia, enologia e paesaggio.
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