Il conto dei dazi statunitensi aggiuntivi sul vino italiano continua a pesare sui bilanci delle cantine esportatrici. Secondo le elaborazioni diffuse da Federvini, tra aprile 2025 e aprile 2026 le imprese italiane del settore avrebbero infatti sostenuto costi extra per circa 180 milioni di euro legati alle tariffe introdotte negli Stati Uniti da Donald Trump. La cifra riguarda il solo comparto vino e fotografa gli effetti di un anno particolarmente complesso per uno dei principali settori export del made in Italy agroalimentare. Gli Stati Uniti rappresentano infatti il primo mercato di sbocco per il vino italiano, con un valore che si aggira intorno ai 2 miliardi di euro l’anno, cifra che supera i 2,5 miliardi considerando anche spirits e aceti. Negli ultimi anni l’Italia ha consolidato negli Usa la posizione di primo fornitore, superando anche la Francia in termini di valore esportato.
Dazi variabili e impatto sui prezzi
La stima elaborata da Federvini considera un’incidenza media del 10%, ma nella pratica il quadro tariffario è stato più articolato. I dazi applicati al vino italiano hanno infatti oscillato tra il 10% e il 15% nel corso dell’ultimo anno, seguendo l’evoluzione delle decisioni giudiziarie statunitensi che hanno progressivamente contestato la legittimità delle misure introdotte.
Vino italiano, un anno di dazi Usa pesa per 180 milioni
Secondo la ricostruzione della federazione, il dazio è rimasto al 10% tra aprile e agosto 2025, è salito al 15% nei mesi successivi e poi è tornato al 10% dopo il primo pronunciamento della Corte Suprema americana che aveva giudicato illegittima la maggiorazione tariffaria. A questo si aggiunge il cosiddetto dazio “Most Favoured Nation”, che continua comunque a incidere sui flussi commerciali.
Export in calo e listini ridotti
L’effetto economico non si è limitato al pagamento diretto delle tariffe. Il vino italiano ha registrato anche una contrazione dell’export verso gli Stati Uniti superiore al 9% in valore, pari a circa 178 milioni di euro di fatturato perso nel corso dell’ultimo anno. Le difficoltà si riflettono anche sui prezzi medi di vendita. I dati dell’Osservatorio Federvini-Nomisma mostrano infatti un ridimensionamento significativo dei listini medi applicati sul mercato americano. A inizio 2025 il prezzo medio dei vini fermi italiani esportati negli Usa era pari a 6,55 euro al litro, mentre nei primi mesi del 2026 il valore è sceso a 5,07 euro, con una flessione del 21%. Dinamica simile anche per gli spumanti, passati da 5 euro a 4,2 euro al litro. Secondo il direttore generale di Federvini, Gabriele Castelli, molte aziende hanno scelto di condividere il peso economico delle tariffe con gli importatori americani, intervenendo direttamente sui listini per mantenere competitiva la presenza sul mercato.
Le sentenze americane e il nodo dei rimborsi
Sul fronte giuridico, le recenti decisioni delle corti statunitensi hanno aperto teoricamente la possibilità di richiedere rimborsi sui dazi versati. Tuttavia, la situazione appare molto più complessa nella pratica. Come spiega il vicedirettore di Federvini, Francesca Migliarucci, il diritto alla richiesta di compensazione riguarda soprattutto gli importatori americani, cioè i soggetti che materialmente versano il dazio all’ingresso delle merci negli Stati Uniti. Questo significa che soltanto le cantine italiane dotate di una propria struttura di importazione e distribuzione negli Usa possono avviare direttamente le pratiche di rimborso. Si tratta però di una minoranza rispetto al totale delle aziende esportatrici italiane. «Nella realtà la strada per ottenere una compensazione è molto accidentata», osserva Migliarucci, spiegando che anche nei casi in cui il rimborso venga riconosciuto, le somme recuperate risultano spesso solo parziali.
Per la maggior parte delle imprese italiane la situazione resta ancora più articolata. In molti casi, infatti, produttori e importatori hanno deciso di suddividere il costo dei dazi attraverso riduzioni di prezzo o accordi commerciali condivisi. Anche qualora gli importatori americani riuscissero a ottenere un ristoro, non esiste alcun automatismo che imponga la redistribuzione delle somme alle aziende italiane che hanno sostenuto indirettamente parte del costo. Resta inoltre aperta la strada giudiziaria, ma i tempi della giustizia americana e l’incertezza degli esiti rendono questa ipotesi poco praticabile per molte realtà del settore. Nonostante il contesto complicato, gli Stati Uniti continuano a rappresentare un mercato strategico per il vino italiano, sia per volumi sia per posizionamento commerciale. La scelta di molte aziende di comprimere i margini pur di mantenere la presenza sugli scaffali e nelle carte dei vini americane conferma quanto il mercato Usa venga considerato centrale nelle strategie di lungo periodo del comparto.